Qualche mese fa sembrava che Armando fosse per l’ennesima volta in punto di morte: non sapendo cosa fosse meglio per lui, Marco, il suo tutore, decise di sentire Jean. E Jean non ebbe dubbi: Marco doveva considerare la vita di Armando non secondo i suoi parametri, ma secondo quelli di Armando. E per lui anche qualche ora di vita in più tra la sua comunità poteva avere un grande significato. Armando è ancora al Chicco, che lo accoglie ormai da 33 anni, lui che di anni ne ha 38.

Armando è una delle 20 persone con disabilità mentali e fisiche più gravi accolte nella comunità dell’Arca di Ciampino, Il Chicco, di cui Marco Veronesi è responsabile; e Jean è quel Jean Vanier che 55 anni fa diede per primo testimonianza di come fosse possibile restituire una vita degna e ricca a chi, fino a quel momento, viveva relegato a margine della società, spesso in istituzioni manicomiali anche senza una patologia psichiatrica. Jean, attraverso uno stile di vita molto semplice e quotidiano, ispirò molti a condividere quel tipo di esperienza; persone che, nel mondo, si lasciarono interrogare da quell’idea, e capovolsero le loro vite per realizzare concretamente quell’incontro che è alla base dell’approccio dell’Arca nel quale ognuno riconosce le proprie fragilità e mette a disposizione i propri doni, nel rispetto di ogni diversità. Jean diceva di non aver fondato nulla… aveva, insieme a Raphael e Philippe, solo aperto le porte di casa per condividere e testimoniare.

In ItaIia, Il Chicco è stato piantato l’11 dicembre del 1981 da Fabio e Maria, due bambini provenienti da un brefotrofio di Roma nel nucleo iniziale formato da Guenda Malvezzi e Anne Da che si sarebbero prese cura di loro. Fabio e Maria, e poi Lucia e Armando e Giorgio, Salvatore, Danilo, Sara, Dafne… sono ancora lì, ormai uomini e donne che nonostante le loro gravi difficoltà hanno dato vita ad un nuovo modo di stare insieme. Erano presenti tutti giovedì 16 maggio scorso, con la loro comunità, – solo Armando nella sua camera ad alta capacità di assistenza – nel seguire le esequie dalla Francia di quel Jean che dopo la guerra e la filosofia scelse di seguire Gesù tra gli ultimi.

Negli anni il Chicco ha dato vita ad un laboratorio il Nido, sia per chi vive stabilmente lì che per alcune persone che lo frequentano come centro diurno. Poi ha aumentato la sua capacità di accoglienza con due nuove case, la Vigna e la Spiga. Piccoli nuclei abitativi in cui ricreare una modalità di vita familiare a misura delle necessità di ciascuno. In tutto ora  ci sono tre focolari e un centro diurno che accolgono 30 ragazzi e circa 50 tra operatori e volontari.

Chi entra al Chicco si rende pienamente conto della particolarità dell’ambiente: una familiarità che fa bene al cuore. Questo progetto è uno di quelli che mette alla prova l’umanità delle nostre società, sempre più a caccia di efficienza, economicità e risparmio… anche a costo della vita delle persone più fragili. All’inizio, le “costose” pastoie burocratiche non erano quelle attuali e, come tante altre strutture che cercano di realizzare cose buone a misura di ciascuno, oggi affrontano gravi difficoltà. Tanto gravi che al Chicco dovettero chiudere, per un certo periodo, uno dei nuclei di accoglienza, accorpando i residenti in uno solo. Ora la situazione è parzialmente migliorata ma le difficoltà sono comunque importanti.

Ogni città avrebbe invece bisogno di vivere la profezia di luoghi simili, anticorpo e antidoto a tante malattie del nostro tempo, vero e proprio “tesoro nascosto nel campo” (Mt 13, 44). Se molte realtà di accoglienza, nonostante la loro centralità, sembrano rimanere luoghi inaccessibili, qui si vive l’esperienza opposta. Il Chicco accoglie incontri di altre realtà associative e mette a disposizione una delle sue sale come teatro; non mancano le occasioni per festeggiare, pregare, celebrare… e per dare una mano. È una struttura equilibrata nell’ambiente in cui è inserita: ha la giusta misura per essere efficiente, efficace, rispettosa. Ma sicuramente non è “economica” secondo i parametri ora in vigore, nonostante l’impegno di chi la gestisce.

Ora le 154 comunità in 38 paesi vivranno un periodo di lutto, orfane come per la perdita di un padre ma con una preziosa eredità: la consapevolezza della tenerezza di Dio verso ciascuno, della bellezza presente in ognuno di noi, al di là delle apparenze. Sarà dovere di ciascuno di noi essere loro vicini e aver cura di loro: quella luce accesa nella stanza di Armando, quella fiamma tanto traballante ma tenace che è la sua vita preziosa e unica, che lui non ha scelto, che Dio ama profondamente… interroga, scalda e brilla nel cuore di ciascuno di noi. Aver cura di quella significa aver cura delle parti più nascoste, piccole e preziose che abbiamo ciascuno in fondo al cuore, tanto spesso imprigionate dalla schiavitù della normalità – una vera tirannia la chiamava Jean– per la paura di non essere accettati e amati così come siamo.

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n. 146, 2019

SOMMARIO

Editoriale
Uomo del Regno di Giulia Galeotti

Focus: Jean Vanier
Jean e il carro di Geneviève di Giulia Galeotti
Il coraggio di cambiare di Giulia Galeotti
Levatrice di cose nuove di Cristina Tersigni
Ci ha fatto vedere ciò che non avevamo ancora visto di Andrea Lonardo
Il tesoro nascosto nel campo di Cristina Tersigni
L’autista più illustre di Serena Sillitto
Il tuo ultimo soffio di Angela Grassi

Dall'archivio
Ritrovare la nostra umanità di Jean Vanier

Spettacoli
La tenerezza di Jean in un film di Anne Dagallier

Libri di Jean Vanier
Le grandi domande della vita
Ho incontrato Gesù, mi ha detto: "ti voglio bene"
La comunità, luogo del perdono e della festa
Larmes de silence

Diari
«Daje Benedetta», «Daje tu, bello!» di Benedetta Mattei
Come avrei voluto vederti più spesso di Giovanni Grossi

 

Il tesoro nascosto nel campo ultima modifica: 2019-08-07T06:14:44+00:00 da Redazione
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