Da molti anni Jean Vanier vive quotidianamente con persone ferite nel corpo e nella mente. Anche noi spesso le incontriamo, ma fuggiamo la loro sofferenza come fuggiamo la nostra. Jean Vanier ci invita a rispondere con la comunione e con l’amore alla chiamata di chi soffre. Ecco il suo «invito» tratto da una conferenza tenuta lo scorso anno a Parigi.

La prima volta che incontrai uomini e donne con handicap fui colpito dalle loro domande. La prima era molto semplice: «Mi vuoi bene, vuoi essere mio amico?». La seconda non era formulata, ma era scritta sul loro viso: «Perché sono così? Perché?».
Nella Bibbia, nelle pagine del profeta Osea, Dio dice della donna infedele caduta nella sofferenza e nella disperazione: «Io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le renderò le sue vigne». E aggiunge: «Trasformerò la valle di Acor in una porta di speranza». (Osea 2, 16-18).

Il popolo ebreo non penetrava mai in questa gola vicino a Gerico: l’aggirava perché era un luogo pericoloso. Ed ecco che Dio dice: «Se tu ose rai penetrarvi, scoprirai che è una porta di speranza».
Noi evitiamo certe cose nella nostra vita, rifiutiamo di guardarle e aggiriamo quello che ci fa scomodo. Ciò che aggiriamo di più è la sofferenza. Ci si costruisce un mondo di sogni e di progetti dove ci si trova bene, ci si considera i migliori.
Davanti alla sofferenza ci sono soltanto due risposte: o la fuga, che fa vivere più o meno in un mondo di illusioni, o la vicinanza che fa scoprire la compassione e il Dio vero, il Dio della tenerezza.

La vita sulla sedia a rotelle - Ombre e Luci n. 40, 1992

Prima di tutto c’è la sofferenza intollerabile. Basta guardare intorno a noi nella metropolitana e nelle strade i visi tesi, in collera, alcolizzati, drogati, per sapere ciò che è la sofferenza intollerabile. Guardate nelle prigioni: è tutto un mondo di persone ferite e che feriscono. Guardate gli immigrati, i disoccupati, gli sfruttati in certi quartieri delle città. E la sofferenza intollerabile di chi è ricco, di chi si chiude nella propria ricchezza e ha paura di toccare la propria povertà. La sofferenza più intollerabile è forse quella di sentirsi esclusi, respinti, svalutati, abbandonati, soli, di non avere spazio. Sono sempre più numerose le persone alla ricerca di una vera accoglienza, di un amore vero, che non trovano il luogo dove esprimerlo. Cosa fare davanti a queste donne e a questi uomini aggressivi, depressi e che si mettono sempre sulle difensive?
Chi è preso da questo mondo di durezza si sente obbligato a creare intorno a se una corazza capace di difenderlo. Con questa durezza rischiamo di «uccidere » noi stessi e di rinchiude-re l’amore dentro di noi. Gli oppressi non sono sempre nelle prigioni, qualche volta stanno nei nostri cuori. Ci chiudiamo allora nella nostra ideologia e osserviamo gli altri a partire da questa. L’altro deve essere come noi vogliamo che sia, e se non lo è lo rifiutiamo. Così viviamo però fuori dalla realtà perché non ascoltiamo. Ci rinchiudiamo o ci distraiamo per non vedere questa intollerabile sofferenza intorno a noi, per non toccare la nostra impotenza. Scappiamo, ci illudiamo per dimenticare, e rifiutiamo di accettare la nostra povertà.

La sofferenza può imprigionarci in un mondo chiuso, ma può anche far emergere una vita nuova

In mezzo a questa visione un po’ rapida e non molto allegra ci sono tante cose belle. Lo vedo tra le donne e gli uomini dell’Arca. Hanno molto sofferto, ma quali fiori emergono dalle rovine! In tutte queste vite spezzate c’è la partecipazione, la tenerezza, il cuore che attende. In questo mondo così ferito quanti sono i gesti di delicatezza! In questo mondo di sofferenza scaturisce, soffocato o violento, il grido che chiede l’amore.
Ci sono sofferenze o crisi che risvegliano i cuori e che portano ad accettare la realtà. La parola crisi nella lingua cinese significa al tempo stesso «occasione » e «pericolo ». Questa frattura, questa sofferenza era intollerabile, ma ecco che diventa un luogo di rinnovamento, di incontro. La malattia abominevole diventa malattia che salva, che indica un cammino diverso. Gesù, nel capitolo XV di Giovanni, parla dei tralci che devono portare molti frutti. Per questo devono essere tagliati. Le cose che ci feriscono e ci demoralizzano sono la potatura. La sofferenza può imprigionarci in un mondo chiuso, ma può anche far emergere una vita nuova e risvegliarci ad una nuova realtà.

Voglio dire ancora una parola sul ritorno «all’umano» perché la nostra società vuol farcelo perdere. Ritrovare la nostra umanità significa sopprimere le barriere di protezione alzate intorno al nostro cuore in un mondo così difficile dove si ha paura di amare. Questi meccanismi di difesa, nel mondo così artificiale in cui viviamo hanno rotto gli elementi del nostro ambiente umano: la comunità, la famiglia, la parrocchia.
Ritrovare la nostra umanità, ridiventare esseri umani. Tornare al cuore del cuore umano attraverso le nostre povertà; non negare le nostre ferite, non cadere nemmeno nel «dolorismo» ma scoprire nell’amore le possibilità di guarigione.

In questo mondo di sofferenza scaturisce, soffocato o violento, il grido che chiede l’amore

Ritrovare la nostra umanità comune è anche ritrovare la nostra terra che è bella. Scoprire che in tutto il nostro essere facciamo parte di qualcosa molto più grande di noi. E’ così bello! L’universo è il nostro giardino. Noi apparteniamo alla terra. E’ la nostra dimora. Amare la terra è amare questo ambiente che ci dà vita. Amare il nostro corpo, scoprire ciò che è. Ritrovare questa unità tra cuore e intelligenza che è fondamentale per l’essere umano. Scoprire che il corpo è nato dalla donna e che la donna, per portare il bambino, ha bisogno del marito. E che, per generare il bambino, il loro amore è importante come la loro unione fisica. Ritrovare l’importanza della famiglia, il senso della comunità, del lavoro.

La vita sulla sedia a rotelle - Ombre e Luci n. 40, 1992

Ritrovare il senso del tempo. Non si è capaci di vivere l’istante presente. Si piange il passato, ci si preoccupa per l’avvenire e non si vive più nel presente. Bisogna vivere nel presente, perché è là che si trova la verità, è là che si trova Dio. Non cercare di cambiare la gente, la società, il mondo, ma amare coloro che stanno vicino a noi per ritrovare il significato di ogni essere umano e per costruire una comunità. Stare insieme legati da un’allenza. Vivere in questa alleanza e in questa comunione invece di vivere soli, nella paura, nell’isolamento, nella competizione e nella rivalità.

Dio non ci domanda di essere eroi, ma di essere umani, teneri e affettuosi. Scoprire il vero senso della compassione. Questa parola comprende due realtà: una è la «compassione-competenza». Se qualcuno ha mal di denti non si tratta di tenergli la mano e di dirgli: «Ti voglio bene», ma di accompagnarlo dal dentista. L’altra è la «compassione-compassione». Quando una madre perde il figlio la competenza non serve a niente. Bisogna essere là, con lei. Si trovano molte competenze sulla terra, ma se queste competenze politiche e sociali non sono radicate nella «compassione-compassione» spesso saranno utilizzate per la propria gloria, per il potere, per l’ideologia e non per il servizio e per il bene delle persone.
In una comunità piena di compassione non si cerca subito di cambiare il mondo, ma di amare ognuno come è, e di vedere ciò che si può fare insieme. Si diviene fecondi, di una fecondità d’amore. Questo amore è anche competente.
Scoprire infine che il Verbo si è fatto carne, non per spiegare la sofferenza, non per sopprimerla, ma per abitare in essa. La sofferenza diventa allora sacramento. Forse il gran mistero dell’essere umano ci è stato rivelato quando il Verbo è diventato carne, debole, piccolo. La presenza di Dio ci fa scoprire qualcosa di nuovo in relazione alla nostra terra, al nostro corpo, alla nostra famiglia, alla nostra umanità.
Gesù vuole che noi cerchiamo con tutte le nostre forze di sopprimere la sofferenza con la «compassione-compassione» ma, nello stesso tempo, ci fa scoprire che la sofferenza può diventare offerta, chiamata all’amore. Se si ha fede e fiducia può diventare un sacramento, il luogo dove si va ad incontrare Dio, il luogo della vera compassione.

Jean Vanier,1992

Jean Vanier 
Dottore in filosofia, scrittore, leader morale e spirituale e fondatore di due importanti organizzazioni internazionali basate sulla comunità, "L'Arca" e "Fede e Luce", dedicate alle persone con disabilità, soprattutto mentale.
Le 135 comunità de L'Arca in 33 paesi e le 1600 comunità di Fede e Luce in 80 paesi sono dei veri e propri centri di trasformazione umana.
Per oltre quattro decenni, in prima persona, all'interno o all'esterno di queste organizzazioni, è stato un fervente difensore delle persone povere e ferite in seno alla nostra società. È stato membro del Pontificio Consiglio per i Laici e ha ricevuto il Premio Templeton nel 2015.
il 7 maggio del 2019 è tornato alla casa del Padre ed è sepolto nel piccolo cimitero di Trosly, luogo del primo foyer de L'Arche.

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Ritrovare la nostra umanità ultima modifica: 1992-12-13T11:03:58+00:00 da Jean Vanier
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