Come separare un’onda dal mare

Fedeltà, responsabilità, gratuità. Soprattutto in queste tre parole si può racchiudere secondo me il senso più prezioso della mia amicizia con le persone disabili. Un’amicizia cominciata ormai diversi anni fa (22) con l’arrivo di Fede e Luce nella mia vita, proseguita per tanti anni e rimasta anche oggi, presente nella mia vita di famiglia e di lavoro, anche se non frequento più Fede e Luce.

L’importanza della fedeltà nei rapporti con gli altri, la capacità di assumermi delle responsabilità, e il desiderio di vivere e testimoniare la gratuità, sono tre insegnamenti che ho ricevuto e che cerco umilmente di rivivere nelle scelte della mia vita, importanti o quotidiane che siano.

Ma ripercorrere episodi puntuali o fatti specifici che raccontino di questa amicizia, è cosa difficile, come separare una singola onda dal mare. Tutta questa esperienza è parte di me, della mia personalità, e scorporare dei singoli momenti può sembrare sterile, o ancor peggio un mero esercizio di vanità. Tuttavia correrò il rischio, perché spero che la mia testimonianza possa far trovare anche ad altri la medesima ricchezza.

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La prima «chiamata» adulta da parte delle persone disabili nella mia vita, è stata la chiamata alle armi: ho deciso di svolgere, come obiettore di coscienza, il mio servizio civile nella comunità del Chicco, a Ciampino (1989). Oggi, nel luogo dove lavoro, vedo tanti obiettori arrivare e partire, e né loro, né le persone che lavorano con loro si accorgono del loro passaggio; passano le ore al bar oppure a studiare per l’università; ed io ripenso spesso a quei giorni, a quei mesi vissuti così intensamente, 24 ore su 24, con i giorni di riposo spesso sacrificati, senza più tempo libero, come ad uno dei periodi più importanti e formativi della mia vita.

Poi c’è stato il matrimonio (1993). Come per tutti, la preparazione al matrimonio è il periodo emotivamente più bello della vita. E come tutti, anche io e Cristiana abbiamo cercato di fare assomigliare a noi la celebrazione e la festa del matrimonio. Come tutti, abbiamo invitato i nostri amici, semmai l’unica differenza è che tra i nostri amici c’è sempre stata una discreta percentuale di disabili, superiore alla media. All’epoca tutto mi sembrava naturale e assolutamente normale. Ciò che oggi mi fa spesso riflettere, è che ancora, a distanza di anni, capita talvolta che alcune persone, che erano presenti al nostro matrimonio, lo ricordino come una festa particolare.

Di una cosa sono certo: nella nostra relazione di coppia, contano davvero tanto quelle tre parole, la fedeltà, la gratuità, la responsabilità: tre ingredienti che tengono unita la coppia, la trasformano in una famiglia, sono gli ingredienti dell’amore, il cui valore tanto hanno contribuito i ragazzi disabili a farmi capire ed apprezzare.

Poi c’è stato il lavoro. Quando studiavo all’università, vi è stato un momento difficile, in cui temevo che sarei finito a fare lo yuppie in qualche multinazionale, in uno di quei posti dove ci si sorride in faccia e ci si pugnala alle spalle, proprio il contrario di ciò che Fabio, Giorgio, Pablo e tanti altri mi hanno insegnato. Un giorno è arrivato il colpo di fortuna, la possibilità di lavorare nel settore dell’economia sociale, utilizzando gli studi che stavo completando per cose che mi piacevano molto ed in cui credevo altrettanto.

Tutti rimangono toccati e cambiati

Per circa 7 anni, fino al 1999, mi sono occupato di promuovere e sviluppare cooperative sociali, delle quali buona parte si dedica ai servizi alle persone disabili o al loro inserimento lavorativo. Una cosa mi ha sempre molto colpito, in questa esperienza di lavoro: ho incontrato davvero tante cooperative, tante associazioni, tantissime persone che lavorano, vivono, sostengono le persone disabili in tanti modi diversi, con tanti stili diversi, in tanti luoghi diversi: ci sono esperienze di chiara ispirazione cristiana, altre di genesi decisamente anticlericale, altre esclusivamente professionali, ecc. ma tutte, davvero tutte le persone che ho incontrato sono state toccate profondamente, ed in modo molto simile, dall’incontro con i ragazzi. E tutte manifestano e vivono quotidianamente, in modo anche così diverso, i medesimi valori di fedeltà, di responsabilità e di gratuità. È come se non ci si potesse accostare con coscienza al mondo dell’handicap senza rimanerne profondamente toccati e cambiati.

Nella vita quotidiana famigliare, infine, vi sono almeno due aspetti che ci rimandano al legame con le persone con handicap: il desiderio ed il tentativo, compatibile con i tempi di questo nuovo status di vita, di proseguire l’impegno volontario nelle medesime battaglie, oggi per la comunità del Carro, e la memoria della fiducia ricevuta dai genitori di tanti ragazzi, che affidavano i figli per i campeggi a noi, incoscienti, con una libertà ed una fiducia che oggi noi tentiamo di fare nostra nelle nostre scelte di genitori. Vi è poi lo sforzo dell’accoglienza, tra di noi, con gli amici, con tutti quelli che chiedono aiuto. Questa disponibilità all’amicizia, all’accoglienza, non è sempre facile realizzarla, ma quel poco che riusciamo a fare è perché ci ricordiamo di quanto e quanto a lungo siamo stati accolti, ascoltati, perdonati dai nostri piccoli grandi amici.

Oggi che sono adulto e vivo e lavoro

Oggi che sono adulto, sono sempre chiamato a prendermi delle responsabilità: come padre, come marito, al lavoro, ecc. Sono certo che la semplicità e la serenità con cui oggi accetto ogni responsabilità, sono la medesima responsabilità che i ragazzi mi hanno per tanti anni chiesto di assumermi verso di loro, verso la loro fragilità, verso le loro disabilità.
Oggi che sono adulto, vivo e lavoro in una società nella quale i rapporti affettivi e quelli professionali sempre meno si fondano sulla fedeltà. Tutto è relativo, ed anche la fedeltà è un valore relativo, che passa e viene facilmente calpestato di fronte alle minime prove. È tipico l’esempio dei ragazzi disabili, che rincontrandomi dopo anni ad un incontro, ad una festa, mi salutano con il medesimo affetto di 1, 2, 10 anni fa. Non vi sono ombre nella fedeltà, solo il desiderio di volersi bene per sempre, di perdonarsi, di affidarsi l’un l’altro in un vincolo autentico. Così, lo sforzo quotidiano che compio per mettere, sul lavoro come nella vita personale, la relazione con gli altri sempre e nonostante tutto al primo posto, sono certo che mi viene da quella fedeltà che ho sempre ricevuto, in dono, dai ragazzi disabili.

Senza misurare affetto, tempo, azioni

Così è per la gratuità, quel desiderio di non voler far sempre tutto per un interesse predefinito, ma per il gusto di sorprendere le persone, di far accogliere nostri gesti come semplici manifestazioni di affetto. Oggi che sono adulto, e che sono circondato da calcoli, da interessi materiali, da aridità di pensiero, io rivendico con forza la bellezza di dedicare pensieri e momenti preziosi del nostro tempo alla relazione gratuita, che si costruisce fine a se stessa, libera e fedele.

Anche questo è un dono delle persone disabili, la incapacità di misurare le quantità di affetto, di tempo, di azioni dedicate ad una relazione. L’amore, l’affetto, l’amicizia, si ottengono con il dono di tutti se stessi, senza riserve.

In conclusione, mi torna in mente spesso una cosa che ascoltai da Jean Vanier, su come davvero le persone con handicap siano strumenti di pace nel mondo. Ed io, che mi sforzo con tanta fatica di esserlo nella vita quotidiana, attingo per i miei sforzi, all’insegnamento che ho ricevuto da loro, dai ragazzi disabili che ho avuto la fortuna di incontrare nella mia vita, e di cui mi onoro di essere amico.

Antonio Mazzarotto, 2001

Come separare un’onda dal mare ultima modifica: 2001-03-09T16:03:03+00:00 da Antonio Mazzarotto
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