Manuela, una mamma con un figlio già adulto, vive da diversi anni in una comunità che accoglie in affidamento bambini piccoli con gravissime disabilità (ce ne aveva parlato qui).
Le parole “liberatrici” di un teologo, da lei ascoltate durante un convegno, ci invitano a rivedere, al seguito di Gesù, il nostro atteggiamento nei confronti del dolore innocente.

Andavo a Montecatini al seminario di studio sulla “famiglia con il bambino sofferente” organizzato dal Bice (Bureau International Catholique de l’Enfance) e macinando i chilometri in autostrada cercavo di mettere a fuoco che cosa aspettarmi. L’anonimo bambino sofferente del seminario di studi per me aveva un volto ed un nome: due occhi azzurri, una zazzera bionda, due anni di speranze vissute giorno dopo giorno tra gioie e angosce. E Samuele. La comunità in cui vivo l’aveva accolto alla nascita e ci è stato dato di condividere la sua avventura fino al giorno della sua morte, qualche mese fa.

Paura di ascoltare ancora una volta quei discorsi tanto giusti nella forma, ma poco vissuti nella sostanza

La presenza di Samuele in ogni cellula del mio corpo sollecitava più paure che attese. Paura di ascoltare ancora una volta quei discorsi che anche la nostra Chiesa riesce a fare, tanto giusti nella forma ma tanto poco vissuti nella sostanza. Paura delle frasi fatte, paura soprattutto, di sentirmi rinviare un’immagine di Dio che riscuote rate di dolore in cambio della salvezza. E al seminario, in parte è stato così.
Ma è successo anche che in venti minuti di intervento, un teologo, Pierangelo Sequeri, è riuscito a far piazza pulita dei miei dubbi e delle mie paure.
“Occorre pensare con precisione ciò che si dice ai genitori di un bambino disabile. Lo sguardo di tanti cristiani pecca di imprecisione quando consegna la nascita di un bambino handicappato all’espressione: “Tutto è grazia, anche questo è grazia!” No! Non è vero! Forse dopo vent’anni di esercizi spirituali continuati si può arrivare a questo. Ma non è questo il punto di partenza. Troppo facilmente noi dimentichiamo che la croce è la nostra vergogna, non solo la nostra salvezza! E siamo capaci, con affermazioni simili, di crocifiggere l’innocente per salvare la nostra idea di legge sacra. Vergogna.

Siamo capaci, con affermazioni simili, di crocifiggere l’innocente per salvare la nostra idea di legge sacra

È uno squarcio improvviso che rivoluziona la mia povertà teologica. È un discorso che cattura, fila via liscio, e soprattutto è alla mia portata, alla portata del vuoto lasciato da Samuele, del senso che ho bisogno di dare alla sua vita, al suo handicap e alla sua morte.
Continua Sequeri: “Noi dobbiamo guardare la bellezza della redenzione nel gesto di Gesù che dice: se cercate Gesù, sono io, questi non c entrano. Se gli esseri umani respingono Gesù che li ama e sono così cattivi da crocifiggere un innocente, allora io, Gesù, decido che faranno male ad uno solo, a me. Non deve farsi male nessuno, solo io, Gesù”.

Non posso dire altro che questo: non so da dove e perché viene Vhandicap. Posso solo attaccarmi al Vangelo

Queste parole sono luce che rischiarano le ombre. E Sequeri incalza: “Dobbiamo imparare il principio del risparmio del sangue, dobbiamo ancora scoprirlo. Non è la sofferenza che c’è nel mondo che ci redime, ma la croce di Gesù. Solo la sua.”
È quasi a voler togliere ogni dubbio, a proposito delle presunte colpe dei genitori, citando il vangelo di Giovanni, Sequeri suggerisce qualcosa che, a partire dalla mia esperienza, a molti uomini di chiesa sfugge: “Davanti al cieco nato gli apostoli si chiedono: chi ha peccato? E quale è la reazione di Gesù? S’indigna! Li sgrida: “State zitti!” E poi, lui che è Gesù, fa il miracolo. Ma se non sei Gesù e non sai fare i miracoli, c’è comunque qualcosa che puoi fare: sta zitto!”
Sento l’eco delle frasi tanto prevedibili quanto sprecate in occasione della morte di Samuele: “un angioletto ha finito di soffrire… lo si sapeva… il Signore sa…” parole, che nulla hanno tolto al nostro dolore. “Sta zitto!” Magistrale.

Poi il tono della voce cambia registro, scende di almeno due ottave, preannunciando un nodo cruciale.

“Vorrei dirvi la mia obiezione di teologo circa il modo corrente di interrogarci sul dolore nel mondo. Per anni ho provato a parlarne, a scriverne. Non voglio più farlo: ho un’obiezione di coscienza. Turbato da una madre che non ne poteva più di sentirsi dire che l’handicap del figlio era una grazia, mentre era soltanto una ferita, ho sentito che un teologo è soltanto un teologo e che quello che sa può prenderlo solo dal Vangelo. Allora non posso dire altro che questo: Signora, non so da dove viene 1 handicap e perché viene. Posso soltanto attaccarmi al Vangelo. Posso soltanto guardare Gesù perché credo alle sue parole: “Chi vede me vede il Padre”. Guardo Gesù in mezzo ai bambini. Guardo cosa fa. Vedo che li prende in braccio, li bacia e li abbraccia. E questo atteggiamento di Gesù mi guida. Quando vedo un bambino in queste condizioni ecco l’atteggiamento che mi viene indicato. Gesù mi insegna. Gesù lo guarda con “quello” sguardo. Cerco di farmi attento a quello che lui fa, a quello che dice ai genitori, quello che lui fa con i bambini. È la mia misura. Cerco di fare tutto quello che può fare uno che non sa fare i miracoli. E in questo modo invito l’interlocutore a placare la sua ansia condividendo la mia ignoranza”.

Non certezze, non teorie, ma la capacità di intuire la vastità della sofferenza per Vhandicap del figlio, per lo “sguardo sociale”

Sono d’accordo con Sequeri: questo è un aiuto concreto ed è l’atteggiamento che la persona che si dispone alla relazione d’aiuto dovrebbe avere. Non certezze. Non teorie. Ma la capacità di intuire la vastità della sofferenza dovuta all’handicap del figlio, dovuta allo sguardo sociale che questa situazione comporta, dovuta anche al peso dei sensi di colpa che un genitore si porta dentro quando arriva a pensare che questo figlio gli ha rovinato l’esistenza.
Ritorno a casa con un profondo senso di gratitudine verso Pier Angelo Sequeri, uomo di Dio capace di ammettere la sua ignoranza davanti al male, una sana ignoranza che non ci crocifigge con i chiodi delle nostre “grazie”. Sento che si apre una prospettiva tutta da scoprire…

Manuela Bartesaghi, 1999

 
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La mamma e il teologo ultima modifica: 1999-06-16T12:59:13+00:00 da Manuela Bartesaghi

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