Mia figlia è handicappata. Di chi è la colpa? Ho bisogno di sapere chi è il colpevole perché ho dei conti personali da regolare con lui. Mi serviranno buoni avvocati perché sono in uno stato furioso di accusa.

Ecco detto. Ora devo confessare che questa ricerca del colpevole è dolorosa, dannosa, e che vorrei uscire da questo tribunale interiore. Questo desiderio è recente perché recente è la mia presa di coscienza. Devo riconoscere che da qualche mese un po’ d’ordine dentro di me s’impone. Ecco ora solo qualche aspetto di quanto ne posso dire.

Quando, durante la gravidanza, ho saputo dell’handicap di Philippine, mi son chiesta quale imprudenza potevo aver fatto per provocare tale catastrofe: una medicina? Una paura? Oppure ero davvero troppo stanca ed esaurita per concepire e portare un bambino. Era stata irresponsabilità da parte nostra? Mi sono poi ricordata di una lite fra me e mio marito: possibile che quello scontro mi avesse tanto stravolta da nuocere al bambino? (Maniera sottile di accusare mio marito).

La ricerca del colpevole è stata dunque presente in me fin dall’inizio e si è installata al cuore della nostra coppia e della mia maternità. Tentativo destinato al fallimento quello di rifare il corso degli avvenimenti per dominare il male o per dimostrare che avrebbe potuto essere evitato.

Ho nascosto subito queste cose sotto convinzioni sempliciste.

Mi sono convinta razionalmente che non ero colpevole, né io né altri, né soprattutto Dio che è buono. La mia sofferenza era tinta di volontarismo o di dolorismo e progressivamente ha vacillato.

Non posso né impedire né riparare il male

Giorni fa, mio figlio di 11 anni che ha una vista molto debole e difficoltà motorie, con le lacrime agli occhi mi ha
detto: “Mamma, vorrei che tu mi rifabbricassi senza problemi”. E ha aggiunto: “So che non è possibile”. Queste parole mi hanno ripiombata di nuovo nel senso di colpa: ho fabbricato male Piero, e ancora più male Philippine. La strada suggeritami da mio figlio per uscire da questo, stato di auto-accusa è di accettare la mia impotenza. Non posso dominare la vita, non fabbrico io i miei bambini; trasmetto loro la vita e li ricevo come sono.

Ma c’è un’altra tappa da superare che un altro avvenimento mi ha rivelato: non solo devo ammettere che non posso impedire il male ma non posso nemmeno riparare il male che loro subiscono, né deviare il male. Philippine ha subìto tempo fa un intervento chirurgico che è riuscito male. Qualche giorno dopo, ho cominciato a presentare i suoi stessi sintomi come se il mio corpo volesse prendere il suo male e portarlo al suo posto. Questo mi ha talmente turbato che sono entrata nella fase della rivolta. Constatare che il senso di colpa poteva portarmi così lontano mi ha fatto uscire dai gangheri. Mi sono rivoltata contro Dio: non bastava che i miei figli fossero così sciupati. Ora il complesso di colpa mi portava a distruggere me stessa. Così per settimane me la sono presa con Dio. Io che pensavo di aver raggiunto un certo consenso alla prova, mi sono dibattuta, non potevo più accettare la realtà dell’handicap, volevo fare da schermo fra lei e il male che la colpisce. Bruscamente era come se accettare l’handicap di Philippine equivalesse a tradirla. Piena di collera, gridavo a Dio: “Ma che cosa fai? Non vedi quello che ci capita? Non voglio più essere buona, mi senti? Non riesco più ad aver fiducia in te, né a pregarti; mi sentirai invece gridare in mancanza d’altro. Il contatto con Te non si è rotto, Signore ma aspettati di ricevere qualche colpo perché così non può andare più avanti.” Io, che per otto anni non avevo conosciuto la rivolta giudicandola inutile e stancante la sentivo ora sgorgare da me con una violenza tale da spargere il panico intorno a me. Mi sono sentita come Giobbe sul mucchio di letame, qualche volta come il figliol prodigo che se ne va di casa perché decisamente il Padre non capisce niente…

Farmi piccola

Mi chiedevo come uscire da questo stato così doloroso. Il primo tentativo è stato una frenetica ricerca intellettuale sulle cause del male. Ma dopo poco ho capito che non ne sarebbe uscito nulla e che dovevo rinunciare a capire, che dovevo a rinunciare a trovare un colpevole sul quale accanirmi. Questo richiede un atteggiamento di umiltà che mi costa molto. Vedo che il solo modo di uscire dal circolo vizioso della colpevolezza distruttrice, è di non gonfiarmi di collera ma di farmi piccola, riconoscendo che non posso dominare la vita, né quella dei miei figli, che non sono onnipotente. Questo però non vuol dire che io me ne convinca intellettualmente perché questo non mi da la pace. Perché la vita sia irrigata ho bisogno di vivere questa rinuncia in un cammino spirituale. Vedo che nella ricerca intellettuale non trovo l’umiltà, che ho bisogno di ritrovare la dolcezza di Dio per non vagabondare nell’impotenza da sola. Ho bisogno della sollecitudine e della consolazione del mio Dio.

Continuo a cercare l’equilibrio. Ho bisogno di trovare in che modo vivere la sofferenza senza dolorismo e senza rivolta. Il tranello della colpevolezza con il suo gusto di morte si ritrova nei due eccessi.

Ho sperimentato che in una accettazione semplicista della sofferenza (ciò che chiamo dolorismo) faccio del male a me stessa. Ho anche visto che nella rivolta le ragioni di vivere vengono spazzate via come fili di paglia e che la tristezza e il sapore della morte invadono tutto.

Drammi recenti di mamme che hanno soppresso i loro figli gravemente handicappati mi hanno scossa nel profondo mostrandomi un specchio di me stessa tra 20 anni mi hanno messo davanti alla sfida di cercare e trovare l’equilibrio per girare le spalle agli istinti di morte al senso di colpa e scegliendo sempre la vita malgrado tutto. E accettare che tutto questo lavoro interiore prenda tempo perché è sottile e esistenziale.

Ritrovare una maternità più giusta

I giorni passano… ce ne vuole del tempo per calmarsi, per tacere, per ascoltare di nuovo, per vedere.

Infine al cuore di tutta questa lotta interiore a proposito del male e del senso di colpa è il mio cuore di mamma che è messo in questione.

Il senso di colpa mi ha trascinato in un amore che non era più giusto. Com’è doloroso riconoscerlo. È così naturale voler dare tutto al proprio figlio in difficoltà si pensa che amandolo tanto lui soffrirà di meno. Si arriva così senza rendersene conto ad un amore fusionale. Si cerca di salvare il proprio figlio dal male e si finisce col farsi del male e non si ripara nulla.

La liberazione comincia solo quando accetto di distinguere bene di nuovo la mia vita da quella Philippine, la mia vocazione e la sua vocazione. Accetto di nuovo che la mia vita sia quella che è con le difficoltà di Philippine che non sono le mie, con il suo segreto che la rende bella. Cerco di guardare le belle cose che lei realizza intorno a sè e non solo le difficoltà che sopporta. Guardo al suo posto unico ed insostituibile a questo mondo indipendentemente da me. Questo prospettiva è tanto più vasta e più bella della stretta gabbia del male che deforma tutto. Respiro già meglio.

La liberazione continua nell’approfondimento di cos’è la vera maternità sbarazzata dalla paura, dalla fusione, dall’onnipotenza. So che la via d’uscita sì trova in un amore purificato che lascia l’altro essere sé stesso, avere una vita propria un cammino unico, bello che non è il mio.

So essere madre così male che mi sono chiesta: “Dove trovare i buoni consigli, un modello, una guida?”. Poco fa ho recitato il Rosario guardando come Maria in ogni mistero accetta con calma di essere distaccata da Gesù. La Buona Madre mi ha insegnato molto. Sull’amore.

Sophie Lutz, 2010

(Ombres et Lumiére n.167)

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.109

Sommario

Editoriale

Essere mamma... di M. Bertolini

Dossier: Essere mamma

Sono in un furioso stato di accusa di S. Lutz
Che senso ha la vita di mio figlio Paolo? di M. Amelia

Altri articoli

Un crocifisso silenzioso di N. Ginzburg
Deboli e forti trovano il loro posto di J. Vanier
C’era una volta la città dei matti di Pennablù

Esperienze

Dove tutto è diverso da tutto di G. e L. Sauve
Tutti tranne uno saliti a cavallo di E. Attanasio

Libri

Quali mani asciugheranno le mie lacrime?. M. Kamara con S. McClelland
Con Cristo sulle strade del mondo, don T. Bello
Tre tazze di tè, G. Mortenson, D. O. Relin
Nuovo dizionario della disabilità, dell’handicap e della riabilitazione, R. Pigliacampo
Pulce non c'è, G.Rayneri

Rubriche

Dialogo Aperto
Vita Fede e Luce: Eilaboun a casa di Sammaher di Lucia, Angela e don Marco
Lo sapevate che...?
Vita Fede e Luce n.109 – Eillaboun a casa di Sammanher

Essere mamma: sono in un furioso stato di accusa ultima modifica: 2010-03-16T16:30:10+00:00 da Sophie Lutz

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