Rileggevo un articolo pubblicato su Ombre e Luci sul significato della presenza a Fede e Luce di persone non credenti. Qualcuno ha sostenuto che non avrebbe senso la loro partecipazione a Fede e Luce.

Davvero?

Mi sono lasciato interrogare da quell’articolo, Gesù! In fondo, la mia fede e la mia spiritualità sono fortemente radicate nell’esperienza di Fede e Luce, dove, da sempre, molti vengono – e speriamo continuino – anche solo per la luce.

Tu, Gesù, ci metti in crisi: esigi chiarezza e lealtà nei tuoi confronti, da un lato, apertura e disponibilità concreta nei confronti degli altri, dall’altro lato.
Tu hai detto: “Io sono la via, io sono la verità e la vita” (Gv. 14, 6). “Tutti quelli che dichiareranno in pubblico di essere miei discepoli, anch’io dichiarerò che sono miei, davanti al Padre mio che è in cielo” (Mt. 10, 32).

E sappiamo anche che “l’amore vero è questo: non l’amore che abbiamo avuto verso Dio, ma l’amore che Dio ha avuto per noi; il quale ha mandato Gesù, suo Figlio, per farci avere il perdono dei nostri peccati” (I Gv. 4, 10).

Già i profeti ci hanno descritto l’instancabile desiderio di Dio di incontrare l’uomo, a prescindere dalla sua risposta: “Mi feci ricercare da chi non mi interrogava, mi feci trovare da chi non mi cercava. Dissi: “eccomi, eccomi” a gente che non invocava il mio nome. Ho teso ogni giorno la mano a un popolo ribelle” (Is 65, 1-2).

Gesù, quando ti chiedono qual è il comandamento più importante non hai esitazioni: “ama il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” (Mt 22, 37).

Però subito chiarisci: “questo è il comandamento più grande e più importante. Il secondo è ugualmente importante: ama il tuo prossimo come te stesso” (Mt 22, 38-39). E a chi cercava di tenderti tranelli – “ma chi è il mio prossimo?” (Le 10, 29) – hai raccontato, invertendo i termini del problema, del buon Samaritano, che, a differenza di altri due passanti particolarmente religiosi (un sacerdote e un levita), si è comportato come prossimo: ha avuto compassione per uno sconosciuto vittima di briganti, ha curato le sue ferite, ha speso fatica, tempo e denaro per lui. E hai chiuso il discorso con un’esortazione concreta: “va’ e comportati allo stesso modo” (Le 19, 37).

Mi vengono in mente, Gesù, una serie di persone che ti hanno incontrato. Non erano ebree e non sappiamo quanto fossero religiose: eppure, nella loro umiltà, hanno pronunciato parole straordinarie che ancora oggi ricordiamo.

Fra le altre, penso a quell’ufficiale dell’esercito romano, a Cafarnao, che si avvicina a te per chiederti aiuto: “Signore, il mio servitore è a casa paralizzato e soffre terribilmente” (Mt 8, 6). E tu rispondi “verrò e lo guarirò. Ma l’ufficiale rispose: no, Signore, io non sono degno che tu entri in casa mia. Basta che tu dica soltanto una parola e il mio servo sarà guarito”. E tu stesso Gesù sei rimasto ammirato dalle sue parole: “vi assicuro che non ho trovato nessuno, tra quelli che appartengono al popolo d‘Israele, con una fede così grande” (Mt 8, 10).

Penso ancora ad un altro soldato romano, che aveva appena finito di dare esecuzione alla tua ingiusta condanna a morte. “L’ufficiale romano che stava di fronte alla croce, vedendo come Gesù era morto, disse: “Quest’uomo era davvero Figlio di Dio” (Me, 15, 39).

E se la fede è un tuo dono, o Signore, che tu solo sai e puoi misurare, come possiamo, noi, pretendere di classificare col metro della fede chi viene a Fede e Luce?

“Fratelli, a che serve se uno dice: “Io ho la fede!” e poi non lo dimostra coi fatti? Forse che quella fede può salvarlo? Supponiamo che qualcuno dei vostri, un uomo o una donna, non abbia vestiti e non abbia da mangiare a sufficienza. Se voi gli dite: “Arrivederci, stammi bene. Scaldati e mangia quanto vuoi”, ma poi non gli date quel che gli serve per vivere, a che valgono le vostre parole? Così è anche per la fede: da sola, se non si manifesta nei fatti, è morta” (Gc 2, 14-17).

Si avvicina il Natale. I primi che son venuti a trovarti, o Gesù, non erano gran sacerdoti. Erano pastori che passavano la notte all’aperto per fare la guardia al loro gregge (Le 2,8). Ed altri “pagani”, “alcuni uomini sapienti che venivano dall’oriente” (Mt 2,1), hanno intrapreso un lungo viaggio per onorarti: “Essi entrarono in quella casa e videro il bambino e sua madre, Maria. Si inginocchiarono e adorarono il bambino” (Mt 2, 10-11).

E, credo, a Fede e Luce, come in un grande presepe, ognuno ha il suo posto: le statuine più nuove dai colori brillanti e quelle più vecchie, un po’ scolorite e magari instabili per le tante cadute; alcune, nella luce della grotta, sono già in ginocchio, fra pecore e galline, intorno alla mangiatoia ad adorare Gesù Bambino, altre più distanti, ancora in cammino sullo stesso sentiero o fra le colline, nella stessa notte, guardano la stella.

– Nanni, 2003

Un presepe a Fede e Luce ultima modifica: 2003-12-22T13:38:09+00:00 da Nanni

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