Cascina Nibai – Cooperativa Fraternità

1. La Storia

A Cernusco sul Naviglio, alla periferia di Milano, ha preso vita un’esperienza nuova nel suo genere, interessante e, almeno per noi, entusiasmante. In aperta campagna, la Cascina Nibai (com’è oggi?, clicca qui n.d.r.) si presenta agli occhi del visitatore come la cascina del film «L’albero degli zoccoli» ; è in effetti una tipica cascina lombarda, la cui parte più antica risale al 1700.
L’odore, i colori, le mura, le vecchie arcate, la campagna pianeggiante, i rumori, tutto fa pensare agli anni del tempo passato quando accadeva che contadini e padroni vivessero insieme, secondo il ritmo delle stagioni, una vita semplice, cordiale che oggi è difficile.
Ora, la cascina non ha più il vecchio signore Nibai e i suoi fittavoli; ora ospita la Cooperativa Fraternità dove adulti e bambini, giovani e vecchi, sani e handicappati, vivono insieme secondo il ritmo delle stagioni, ma molto più secondo un concetto cristiano: la condivisione delle forze, del lavoro, delle gioie, delle pene.
Chi ha avuto quest’idea? Come ha preso il via una simile iniziativa? Un gruppo di adulti e di giovani, legati da amicizia, che avevano conosciuto esperienze di vita comunitaria (Nomadelfia, la Collina di Reggio Emilia, il Forteto di Prato, ecc.) si son trovati di fronte a un interrogativo suscitato da un’omelia del Cardinal Martini: come essere samaritani oggi? Tra loro c’è un papà (lavora all’Azienda Tranviaria di Milano) che ha quattro figli uno dei quali adolescente, mongoloide; e un altro papà che ha accolto nella sua famiglia (moglie e due figli maschi) una bambina, anch’essa mongoloide; tra loro ci sono giovani, fidanzati, amici. Si interrogano, si chiedono: come possiamo impegnare la nostra forza, il nostro lavoro per andare incontro ai bisogni che ci vengono segnalati?

1980. Ci siamo trovati di fronte all’interrogativo suscitato da un’omelia del Cardinal Martini: “Come essere samaritani oggi”?

La legge 180 ha fatto chiudere l’Ospedale psichiatrico di Cernusco. Alcuni giovano dimessi, sono lì, senza nessuno che li accolga, praticamente per strada.
Siamo nel 1980. Umberto Sirtori, dopo una ventina di riunioni del gruppo sostiene, non senza esitazioni, che bisogna cominciare, le risposte verranno da sole, le paure saranno vinte. A pochi km da Cernusco, la vecchia Cascina Nibai è in vendita. Potrebbe essere un luogo ideale per cominciare qualcosa per quei ragazzi, per suo figlio… Quanto a lui, egli è disposto ad andare a lavorare alla cascina con chi vorrà seguirlo, purché gli venga corrisposto lo stipendio che l’azienda dove lavora gli assicura. Come comprare la Cascina? Il prezzo è di 450 milioni. La cifra fa tremare. Il gruppo è deciso. La Cascina si compera: si farà un debito. Una persona amica fa in modo che il prestito venga fatto da una Banca con agevolazioni di restituzione sul conto interesse e non sul conto capitale. Si costituisce la «Cooperativa Fraternità». Uno dei soci fondatori è il vicario episcopale. «Volevamo — ci racconta Edoardo, vicepresidente della Cooperativa, educatore — fin dall’inizio essere sostenuti in quest’opera dalla Chiesa locale. Sapevamo di lanciarci in un’impresa più grande di noi. Alcune suore, per lo stesso motivo, pur non aderendo totalmente, si sono impegnate a seguirci con la preghiera: nei momenti difficili ci rivolgiamo sempre a loro e ogni mese ci offrono una piccola somma.

Attorno ai trenta fondatori che stipulano l’atto il 2 marzo ’81, presto si aggregarono altre persone, altre famiglie, numerosi volontari. A mano a  mano che andavano avanti (in un primo tempo lavoravano in Cascina nel corso della giornata e alla sera rientravano a casa), si rendevano conto che era necessario creare, per le persone in difficoltà senza famiglia, un luogo dove poter vivere insieme le ore libere, la notte.
«Di nuovo siamo andati in crisi — continua Edoardo — io ero sposato da poco; un’altra coppia del gruppo, con due bambini, si sente interpellata. Altre riunioni, altre meditazioni».
Come rispondere?
Ora vivono in Cascina quattro famiglie, con i loro figli e con le persone accolte in più. Sono stati ristrutturati gli appartamenti (un tempo dei fittavoli). Ogni ospite trova nell’una o nell’altra famiglia un punto di riferimento e… un bagno di normalità. E’ vero, chi ha dato la spinta è stato Umberto, ma dietro lui si sono mossi tanti altri: chi si è impegnato a fondo; chi dà una mano saltuariamente. Alla festa del ringraziamento, celebrata dopo un anno di vita della comunità, c’erano tutti quelli che avevano dato una mano: erano 350. L’ideale di vita scelto all’inizio da pochi aveva coinvolto gente di ogni tipo; un’impresa edile che aiuta a ricostruire un locale; un elettricista che fa gratuitamente il primo impianto; il ragazzino quindicenne dell’oratorio che dà una mano; un gruppo di alpini che per sei mesi impiega sabati e domeniche per rimettere in piedi la stalla, che ora è ultramoderna!
C’è chi vive lì, c’è chi vive nella propria casa e va a lavorare lì durante il giorno, c’è chi dà solo una mano per qualche ora, c’è chi prega per loro, c’è chi va a comprare al loro spaccio…

2. La struttura

È composta di due realtà:
a) La Cooperativa fraternità che comprende le 44 persone che lavorano sul posto svolgendo diverse attività. Venti fra loro sono persone con difficoltà (handicappati mentali, fisici, psichici, disadattati…). Fra i componenti della cooperativa, alcuni alla sera tornano nelle proprie abitazioni, altri vivono in Cascina (quattro famiglie con i loro figli tra i quali due bambini handicappati adottati, sei persone senza famiglia, cinque obiettori di coscienza). Ogni famiglia vive in un appartamentino privato al primo piano. Il pranzo di mezzogiorno si fa in comune, a piano terra, la cena si fa in famiglia o in comune, come si vuole.
b) L’Associazione Fraternità alla quale appartengono tutte le persone che partecipano alla vita della comunità o con lavori saltuari, o nei momenti di preghiera e di festa, ma che soprattutto condividono l’ideale, sposano la causa.

3. Il lavoro

Comprende:
a) l’attività agricola oggi consiste in:
— allevamento di circa 2000 tra galline, oche, faraone, conigli, allevamento di maiali con macellazione e lavorazione della carne; allevamento di torelli da ingrasso;
— lavoro e coltivazione dei campi.
Poiché il lavoro agricolo non era adatto ad alcune persone sono stati avviati, in un secondo tempo:
b) un laboratorio di assemblaggio e uno di elettronica artigianale (trasformatori per giocattoli, amplificatori, provvedendo sia al montaggio che alla progettazione…) ;
c) lo spaccio-vendita dei prodotti della cooperativa ma anche bar dove si può consumare, punto di incontro per chi viene dai paesi vicini ad acquistare i prodotti della fattoria, aiutando la comunità in questo modo;
d) i lavori per la ristrutturazione della Cascina, relativi alle nuove e diverse funzioni che in essa si svolgono, sono stati la prima attività svolta e continuano ancora oggi con grande aiuto del volontariato.

4. Finanziamento

Gli introiti sono costituiti:

  • dalla vendita dei prodotti del lavoro;
  • dalla partecipazione finanziaria mensile di membri della fraternità;
  • da doni vari;
  • dalle rette per le persone handicappate (20.000 lire giornaliere per chi lavora, 25.000 lire per chi lavora e vive nella Cascina).

5. Le spese

Le spese riguardano:

  • l’estinzione del debito con i relativi interessi;
  • il materiale per la ristrutturazione e per i laboratori;
  • gli stipendi (tutti ricevono uno stipendio secondo il bisogno).

6 . Vita comunitaria

«Non vogliamo — ci dice Edoardo con forza — che si pensi che siamo un’isola felice. Abbiamo qui, come dovunque, tensione, problemi, difficoltà di ogni tipo». L’ideale di vita che si sono proposti è venuto delineandosi man mano che vivevano, che facevano, che sudavano; man mano che la vita presentava i suoi aspetti facili o difficili, le sue richieste talvolta esigenti.
Quello in cui credono fermamente si può riassumere così:
Far nascere e far circolare il più possibile una «nuova cultura», una nuova mentalità: «Esistono attorno a noi, vicino a ognuno di noi, persone che hanno difficoltà: fisiche, intellettive, di solitudine, di abbandono, di condizione sociale …

Nessuno è un pacchetto scomodo. Ognuno impari a farsi carico del fratello, impegnandosi, come può, nei suoi confronti

Tocca a ognuno di noi trovare come rispondere, singolarmente o in gruppo, affinché chi ha difficoltà trovi qualcuno che entri in relazione con lui, e che questa relazione sia duratura. In fondo — continua sempre Edoardo — se siamo qui non è per la Cascina Nibai, ma per seguire e imitare quello che Gesù Cristo ha fatto».
Per questo non vogliono diventare un’istituzione dove si deposita il pacchetto scomodo e ci si allontana felici di aver trovato quanto di meglio si poteva. No! vogliono, a ogni costo, far sì che nessuno pensi che qualcuno è un pacchetto scomodo. Vogliono che tutti, genitori, amici, volontari… prima o poi, si facciano carico del fratello che disturba, impegnandosi nei suoi confronti;
Per vivere questo ideale, il primo ospite della Cascina è stato Gesù. La Cappella è il punto centrale, dove si prega insieme (tutti sono invitati — al mattino e alla sera, Lodi e Vespri). Ogni mercoledì c’è la Messa comunitaria.
Una volta al mese, c’è una giornata di ritiro spirituale, oppure un pellegrinaggio: di solito una camminata notturna di 25 km a piedi. Tutti vi partecipano, grandi e piccoli; partono alle 22,30, arrivano al Santuario della Madonna del Bosco dove celebrano la Messa, fanno festa, mangiano e poi ritornano a casa a dormire! «Sono proprio questi incontri di preghiera comunitaria e di revisione di vita che ci permettono di ritrovare la forza per andare avanti e l’unità tra noi nonostante le enormi differenze».

Redazione, 1985

 

Questo articolo è tratto da:
Ombre e Luci n.11, 1985

Sommario

Editoriale

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Rubriche

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Cascina Nibai – Cooperativa Fraternità ultima modifica: 1985-09-28T14:51:56+00:00 da Redazione

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