Al ritorno dalle vacanze, si rientra nella quotidianità: abbiamo lasciato dietro di noi giorni di sole, scoperte di luoghi nuovi, viaggi, gite, passeggiate, tuffi in piscina, campeggi pieni di imprevisti…
Ora riprendiamo la vita di sempre e ci sembra spenta quella carica elettrica che caratterizza il tempo di vacanza. Bando alla nostalgia e guardiamo avanti per scoprire, insieme, come dare una tintarella solare ai giorni autunnali e invernali che verranno.

Mi pare che, per vincere la monotonia dei giorni sempre uguali di lavoro, di studio, di far da mangiare ecc. , ci sia un ingrediente spesso dimenticato, messo da parte: la speranza.
Non voglio fare un sermone su questa virtù che tiene l’uomo in piedi da sempre: altri lo hanno fatto meglio di me.
Vorrei solo scoprire i doni preziosi che da essa derivano.

La speranza avvia ogni nostra azione o progetto. Senza di essa si procede a motore spento.
La speranza inonda di colori festosi la famiglia; dai nonni ai nipoti, dal papà alla mamma. Si avverte subito, dal modo con cui si è accolti, se in essa regna l’ottimismo di fondo; se gli occhi di chi ci guarda, sono accesi dalla voglia di vivere; se anche l’arredamento, il disordine o un po’ di confusione, parlano di vitalità gioiosa.

La speranza trasforma i momenti bui o le grandi prove in terreno di crescita e in campi di lotta. Chi di noi non ha mai provato quanto sia utile la sua voce esile, quasi impercettibile a volte, proprio quando si è tentati al ripiegamento, al «non ce la farò mai», al triste abbandono di ogni ripresa.

La speranza può essere contagiosa: ci è successo di rialzare la testa, di ridimensionare le nostre pene, proprio venendo a contatto con chi – provato in modo più grave di noi – ci ha mostrato una forza e un coraggio impensabili: «Se lui (o lei) sa stare in piedi con tanta dignità, perché io no? Perché non provare a raggiungerlo, a prenderlo come esempio?».
Mi diceva giorni fa una ragazza: «Quando sono giù di corda, penso a E. e questo mi aiuta a tirarmi fuori!».

La speranza, infine, ci rende capaci di sorridere. «Perché non ridi?» chiedeva un bimbo di quattro anni alla sua mamma chiusa nel dolore senza fine per i mancati progressi della sua prima bambina, disabile. Tutti noi siamo cosi riconoscenti quando incontriamo per un colloquio, per una visita medica, per una pratica d’ufficio, persone che ci accolgono sorridendo. Possa il sorriso della speranza abitare ciascuno di noi.

Mariangela Bertolini

Nata a Treviso nel 1933, insegnante e mamma di tre figli tra cui Maria Francesca, Chicca, con una grave disabilità.
È stata fra le promotrici di Fede e Luce in Italia. Ha fondato e diretto Ombre e Luci dal 1983 fino al 2014.

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Questo il biglietto che Mariangela ha scritto per ringraziare del sostegno ricevuto in occasione del Premio “Donna 2002”.

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.79, 2002

Abitare la speranza ultima modifica: 2002-03-10T13:48:01+00:00 da Mariangela Bertolini

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