Perché non ci capiamo?

Quando nel percorso esistenziale di una persona e della sua famiglia irrompe una malattia psichica o organica invalidante, l’incontro dei famigliari con il medico per conoscere e divenire consapevoli di quanto sta accadendo, è un momento carico di aspettative, angosce, incertezze destabilizzanti, conferme spesso dolorose. Tale incontro dovrebbe avviare un intero processo e non rimanere un momento isolato che vede il medico impegnato nell’informazione di elementi che sanciscono una realtà definita e definitiva, con la conseguenza di provocare un effetto paralizzante. Dovrebbe essere piuttosto un processo di costruzione di una realtà condivisa a partire da quel determinato disagio. Spesso tale processo non si avvia a causa delle molteplici difficoltà che insorgono sia in chi deve accogliere la diagnosi, sia nel medico che si fa carico di comunicarla e di evidenziare gradatamente nell’orizzonte esistenziale dell’intero sistema familiare i bisogni della persona colpita. Realtà complesse e pesanti assumono una connotazione di concretezza: la persona perde la sua autonomia e indipendenza per divenire una persona di cui è necessario occuparsi, gli altri familiari si fanno carico del suo disagio, gran parte delle risorse emotive e concrete del nucleo familiare devono essere utilizzate per affrontare la nuova realtà.

È inevitabile allora che insorgano reazioni difensive come la negazione del disagio, l’iper-coinvolgimento o il distanziamento. Nel caso di iper-coinvolgimento le abitudini si organizzano intorno alla persona bisognosa di cure con elevati livelli d’ansia da parte dei familiari e conseguenti pressioni sui curanti relative al desiderio di terapie «magiche». Nel caso di distanziamento le responsabilità terapeutiche ed assistenziali sono delegate interamente ai medici o alle istituzioni sanitarie.

Da parte sua il medico confrontandosi con una realtà rispetto alla quale la prospettiva di una vita «normale» è improbabile, può tendere a sentirsi sollevato da un’impresa terapeutica difficile; è come se dicesse: «la malattia è grave, non posso fare nulla», proprio nel tentativo di fronteggiare sentimenti di impotenza e frustrazione. Egli, inoltre, può avere la propensione ad occuparsi del corpo fisico, tenendo in scarsa considerazione le situazioni di vita della persona e i suoi bisogni in termini di emozioni e affetti, mostrandosi evasivo, frettoloso, a volte freddo.

Bisogna infine considerare che, il declino di uno stile di vita comunitaria ha determinato il venir meno del buon vicinato, della famiglia e della Chiesa, nel prestare ascolto, cura e sicurezza e l’inevitabile subentrare della struttura ospedaliera, con il risultato di accentuare la distanza tra chi soffre e chi è «sano».

Affrontare ed accogliere tutte queste difficoltà è possibile, ma solo se l’incontro con il medico assume la qualità di un incontro tra persone disposte ad entrare in relazione tra loro: dire una verità non può prescindere da una sana relazione con chi deve accogliere questa verità.

Il medico ha il compito di accogliere la sofferenza della persona, indipendentemente da quanto sia invalidante la sua malattia, e accogliere vuol dire decifrare questa sofferenza, darle un nome, riproporla in modo accessibile indicando anche i mezzi per risolverla o ridurla.

L’incontro con il medico diventa allora comunicazione dove c’è spazio per la competenza, l’informazione e l’intervento, ma anche per la continuità, per l’ascolto e la disponibilità. La comunicazione diventa relazione dove vengono veicolate emozioni che necessitano di essere accolte e elaborate. La partecipazione emotiva poi, a partire da una realtà «diversa» che richiama fortemente la dimensione del limite, può consentire di accedere alla dimensione della trasformazione.

Il medico potrà accettare il limite della medicina «che guarisce» considerando la fragilità della vita, ma chi ha incontrato la dimensione del limite avrà nel tempo, non solo la possibilità di intraprendere un percorso drammatico, irreversibile, carico di incognite e senza apparente via d’uscita, ma anche quella di attivare trasformazioni creative a volte con evoluzioni sorprendenti.

Il confronto con il limite sia per il medico, sia per chi è preso in cura, pur iniziando con una crisi che spezza un equilibrio stabile evocando vissuti di perdita, di solitudine, a volte di morte, diviene un’opportunità, l’opportunità di scoprire il dono reciproco di sé e dell’altro, dono prezioso che matura nella sofferta consapevolezza del limite.

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.72

Sommario

Editoriale

Un Natale speciale di M. Bertolini

Medici e disabilità

Medici o stregoni? di C. F. Klieman
Perché non ci capiamo? di Adriana Duci
Nati due volte di Giuseppe Pontiggia
Blessings di Mary Craig

Altri articoli

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La tragedia di Giovanni e Chiara di Caterina Bórdon
Tutto è possibile di Chiara

Perché non ci capiamo? ultima modifica: 2000-10-26T13:40:24+00:00 da Adriana Duci
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