Lo scorso aprile, su un palco approntato davanti l’altare maggiore della basilica di Sant’Antonio di Padova, una trentina di giovani minorati mentali, con alcuni assistenti, dell’Opera Francescana Charitas di Vicenza, hanno rappresentato «Chiara e Francesco».
Guardando la rappresentazione che mi prendeva sempre più di scena in scena — e insieme a me anche il migliaio di persone che riempiva la chiesa restando in silenzio assoluto nelle scene ed esplodendo in applauso alla fine di ognuna — mi riempiva la mente la meravigliosa illogicità di quell’avvenimento. Quei giovani sul palco, senza o con poca parola, con i movimenti e gli atteggiamenti raccontavano, predicavano, e convincevano, tutte quelle persone in possesso di tutte le facoltà. E questo nel tempio del santo passato alla storia come grande sapiente e oratore che intere città venivano ad ascoltare: dote questa simboleggiata dalla reliquia della lingua conservata incorrotta a pochi metri da dove quei ragazzi senza parola, parlavano.
Con che attenzione la gente seguiva il «discorso» del giovane «down» che rappresentava danzando la chiamata di San Francesco! Come erano tutti incantati dalla danza di Federica, con un ritardo mentale, che raccontava con il suo corpo la chiamata di Santa Chiara, con la controdanza della sua ombra proiettata sul sole luminoso che le faceva da sfondo! Quanto angosciosa era la danza di Francesco impaniato in una griglia di nastri, per dire il suo tormento interiore.

La ricchezza espressiva e la complessità di movimenti, complicati e rapidi eppure senza urti e incertezze di tutti i giovani nella danza dei Poveri e dei Ricchi, dei Lebbrosi, della Violenza in Gubbio, e la magica sequenza delle «mani danzanti», erano motivo di stupore per chi conosce l’impaccio fisico, rincertezza, la difficoltà a «star bene col proprio corpo» delle persone ferite nella mente. Rivelavano quanto lungo e sapiente è il cammino fatto nell’Opera Francescana Charitas di Vicenza sulla via della comunicazione non verbale (la presentammo in uno dei primi numeri di Ombre e Luci).

«Anche io sono bravo. Voglio la tua simpatia. Anche io voglio bene. Voglio essere guardata senza fastidio»

«Anche io sono bravo. Voglio la tua simpatia. Anche io voglio bene. Voglio essere guardata senza fastidio». Queste esigenze primarie la persona minorata può esprimerle con i gesti, col corpo, con la danza, con la musica che sono altrettante porte per uscire dalla prigione di difficoltà di comunicazione e di incomprensione da parte dei «normali».
Questo modo di comunicare e di esprimere vale anche nella sfera religiosa, nella preghiera, nella catechesi». Le persone ferite nella mente sono i nostri teologi, se le sappiamo ascoltare, dice Jean Vanier, fondatore dell’Arche e di Fede e Luce. E il suo ispiratore, il padre Thomas Philippe che da tanti anni è con quelle persone, dice: «L’uomo è religioso prima di nascere e questi ragazzi conservano intatta quell’esperienza. In un tempo in cui si cerca di depurare la catechesi dall’eccesso di concettualismo e di discorsi, restituendole la qualità dell’esperienza, nella Chiesa si va scoprendo che questi ragazzi” hanno in mano la chiave della nuova catechesi».

Ecco allora che la «stranezza» di questa danza di minorati mentali nella basilica di S. Antonio di Padova si rivela passo significativo di un cammino religioso e culturale della Chiesa e della società.
Non è per trovata estemporanea che la provincia padovana dei frati minori conventuali abbia ammesso una rappresentazione nella sua chiesa più sacra. Da quattro anni nella grande scuola di Noventa Padovana tengono corsi di istruzione professionale grafica per ragazzi con handicap e lavorano per giungere al loro inserimento in aziende produttive. Stanno inoltre realizzando alcune case-famiglia secondo l’ispirazione dell’Arche, con l’appoggio della Regione.
Nella breve presentazione di «Chiara e Francesco» — metter prima Chiara, faceva notare Egle Bottega, direttrice e anima dell’Opera Francescana Charitas, è anche per ricordare quanto può essere importante chi sta dietro, chi parla poco — il padre priore ha detto che quella rappresentazione era una celebrazione: celebrazione come riconoscimento della presenza di Dio in ogni persona, celebrazione dei risultati che si possono ottenere con un lavoro fatto con intelligenza e con affetto, celebrazione come esperienza religiosa.

Sergio Sciascia, 1989

 

E come “parlano” senza parole! ultima modifica: 1989-06-16T12:27:07+00:00 da Sergio Sciascia
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