A Tencarola, presso Padova, c’è una comunità e cooperativa di persone handicappate e non, che vale la pena di conoscere – era giunta notizia.
Sono andato e ho visto e conosciuto la cooperativa Girasole che, per la storia della sua crescita, per i risultati raggiunti, per la qualità dei rapporti umani e politici, per la durata (ha compiuti sei anni), mi è sembrata veramente notevole. Ne descrivo in particolare la storia e gli aspetti organizzativi, perché ha molti elementi che le danno il carattere di modello e ispirazione per altre iniziative del genere.
Giancarlo e Sandro, di Tencarola, obiettori di coscienza, prestavano servizio come volontari in case «Focolare» distaccate dall’ospedale psichiatrico, dove erano malati mentali di età diversa e giovani con difficoltà di inserimento. In un insieme di casi tanto eterogenei, non si poteva intraprendere un lavoro educativo per aiutare quei giovani handicappati a crescere e a inserirsi nella società. Per loro, Giancarlo e Sandro proposero alle autorità locali di costruire un’apposita comunità alloggio e di lavoro, in un «focolare» rimasto vuoto. Per questioni burocratiche non sé ne fece nulla. Poco dopo il parroco, interessato al progetto, diede in uso per l’iniziativa quattro campi e una vecchia casa, proprietà della parrocchia. Nacque così la comunità-alloggio e la cooperativa agricola Girasole con nove soci iniziali, secondo tutte le regole e gli adempimenti per questo tipo di iniziativa. Fu un po’ un salto nel buio. Il limitato capitale iniziale fu fornito dalla parrocchia e da alcune famiglie sensibilizzate.
Subito si presentarono due problemi: alcuni ragazzi avevano difficoltà troppo gravi per lavorare nei campi; durante l’inverno non c’era lavoro da fare. Perciò fu avviato un laboratorio di «assemblaggio» in alcune stanze della casa. Amici che lavoravano in aziende adatte stabilirono i primi contatti per avere dei lavori. Il laboratorio aveva la forma di azienda con regolare registrazione presso la Camera di Commercio. Arrivarono le prime commesse: montaggi di scarichi di lavandini con tappi, tasselli metallici con chiusure di plastica, confezioni di giocattoli, faretti, ecc.

Un Comune «speciale»

Dopo due anni – racconta Emanuela, un’operatrice della comunità – si sentì il bisogno di avere anche lavori meno ripetitivi, possibilmente con maggior valore terapeutico. Rita e Maria erano state un anno a lavorare gratis in un’azienda tessile per imparare le tecniche. Installammo un laboratorio di legatoria e uno di tessitura che esse dirigono. Lavoriamo per privati e per ditte. Facciamo tende, copriletti, tappeti, intrecci in pelle.
Poco dopo risultò conveniente chiudere la ditta facendo rientrare quel lavoro nell’ambito della cooperativa che fu trasformata da agricola a mista.
La comunità è composta di ragazzi con handicap e operatori (tutti soci della cooperativa), di obiettori che prestano servizio e di amici.
Gli operatori sono pagati secondo il contratto dei metalmeccanici. Anche i ragazzi ricevono uno stipendio, ridotto, perché si formino una
coscienza del valore del lavoro e del denaro. Per tutti quelli che lavorano nella cooperativa viene costituita una regolare posizione previdenziale, benché costi moltissimo. Quando si deve affrontare una grossa spesa, i soci si riuniscono e decidono di rinunciare, per il tempo necessario a parte dello stipendio.
Un esempio. Nei campi – racconta Emanuela – “coltivavamo granturco. Nel 1982 avevamo deciso di mettere delle serre per avere produzioni più pregiate.
Si presentò l’occasione di comprare delle serre a caldo di seconda mano. Andammo a smontarle e le rimontammo sui «nostri» campi. Quell’anno decidemmo di rinunciare a metà stipendio, esclusi alcuni dei ragazzi le cui famiglie erano in difficoltà.
Di recente abbiamo avviato la coltivazione di ortaggi: richiedono più lavoro ma si vendono meglio. Abbiamo quattro banchi per la vendita diretta, a Sarmeola, Tencarola, Bresseo e Montegrotto. Inoltre vendiamo direttamente preso le nostre serre.

Dare a ognuno la possibilità di sviluppare le qualità che ha, di crescere, di avere una dignità anche per mezzo del lavoro

Quest’anno siamo riusciti a comprare un trattore.
Lo vedrò più tardi durante un giro per i campi, le serre, la vecchia casa i laboratori e la nuova casa. Infatti nel comune adiacente di Selvazzano una nuova casa ospita i ragazzi e gli obiettori che vivono in comunità: bella ampia, funzionale. Accanto, il prato è rotto dalle fondamenta di un’altra costruzione che ospiterà i laboratori, oggi ancora nella casa originale e in un’altra distante qualche chilometro.
È questa nuova casa che mi ha lasciato a bocca aperta, avendo esperienza di tanti rapporti stentati e vari tra iniziative per handicappati e pubbliche autorità: è stata appositamente costruita dal comune di Selvazzano Dentro, che ha voluto celebrare in
questo modo il 1981, Anno Internazionale dell’Handicappato. La casa è costata 252 milioni; completerà il progetto il secondo lotto di lavori per costruire laboratori artigianali, infermeria, locale amministrazione, spogliatoio e servizi, per altri 358 milioni: l’intera spesa con i fondi del bilancio comunale! Circa il dettaglio legale: il comune ha dato la casa in affitto, più o meno simbolico, all’USL e questa l’ha assegnata al Girasole in accomodato.
Il rapporto con le istituzioni, di cui questa casa è il «segno» più vistoso, è stato buono fin dall’inizio dell’esperienza. Prima il comune pagava delle rette per i ragazzi che vivevano nella comunità e un contributo per il laboratorio. Nel 1984 è stata stipulata una convenzione con la USL. Per la cronaca il comune è a maggioranza democristiana. Naturalmente i rapporti fra comunità e comune non sono sempre idilliaci. Per esempio ci sono state obiezioni perché il personale era ritenuto troppo numeroso e perché i ragazzi handicappati ricevono uno «stipendio» (quest’anno centomila lire il mese più i contributi per la futura pensione).

Come funziona il Girasole

Oggi – spiega Manuela – il Girasole ha 45 soci. Venti sono ragazzi con handicap psichici con componenti fisici, autosufficienti, nove sono operatori, quattro volontari obiettori di coscienza, indirizzati qui dalla Caritas di Venezia; gli altri sono amici che ci prestano la loro opera professionale o che ci regalano del lavoro.
Cinque dei ragazzi che hanno situazioni familiari più difficili (per esempio erano tenuti segregati) vivono nella casa. Di essi, tre lavorano nei nostri laboratori, uno frequenta la scuola per operatori turistici, uno lavora in una cooperativa edile. Gli altri ragazzi la sera tornano in famiglia. Uno vive qui alcuni giorni il mese, quando deve fare una terapia che gli causa tensioni molto forti. Un altro ragazzo
entrerà fra pochi giorni e abbiamo altre richieste in esame. L’estate si fa campeggio insieme.
Domando se si presentano problemi nella scelta degli obiettori.
Prima di accettarli – risponde – chiediamo loro di vivere una decina di giorni in comunità o, se proprio non possono, di vivere dei momenti comunitari con noi: di solito basta per far capire a noi, e soprattutto a loro, se la scelta è giusta.

Come sono i rapporti con la gente del paese? Con alcuni buoni; con altri vicini ci sono diffidenze, anche momenti di tensione. Cerchiamo sempre l’inserimento dei ragazzi fuori, ma vediamo che è difficile.
Voi operatori e amici da che cosa siete accomunati? Che cosa vi ha spinto a questa scelta? Avete motivi religiosi e ideologici comuni?
È un argomento che non abbiamo mai discusso a fondo: abbiamo preferito lasciarlo nella sfera privata di ognuno di noi. Certo, il motivo comune è il rispetto per la persona comunque essa sia, e la convinzione che si debba dare a ognuno la possibilità di sviluppare le qualità che ha, di crescere, di avere una dignità anche per mezzo del lavoro. Alcuni di noi hanno una forte motivazione religiosa e si sono consacrati in questa scelta; altri sono apparentemente non religiosi, anche se credo che al fondo abbiano, benché inespressa, una concezione cristiana della vita e dell’uomo.

Dunque l’iniziativa non ha un esplicito contenuto religioso. Come prende questo fatto la parrocchia?
Ci hanno sempre dato un appoggio pieno. Per l’inaugurazione della nuova casa non è stata celebrata una messa. Ma molti di noi partecipano all’Eucarestia, i sacerdoti e il parroco vengono a trovarci, restano a mangiare con noi. Con loro i ragazzi handicappati stanno volentieri perché si sentono accettati come sono.
Con quale criterio vi siete divisi i compiti? Chi viene qui cerca un suo posto e suoi compiti, secondo le capacità e le aspirazioni. Così è avvenuta quasi spontaneamente una divisione del lavoro secondo le necessità.
Come sono i rapporti con le famiglie? C’è un contatto continuo, sia per informarle e discutere con loro i problemi pratici; sia per definire quei cambiamenti di comportamenti di cui i ragazzi mostrano di aver bisogno.
In che modo la comunità prende decisioni importanti, di natura pedagogica? Come fate le scelte che toccano la filosofia della crescita
della persona handicappata, visto che non avete omogeneità religiosa, e culturale o politica?
I responsabili (assistenti e obiettori) si riuniscono e discutono il problema, la scelta. Ogni volta, finora, siamo arrivati a decisioni condivise da tutti.

Perché non ci sono molti Selvazzano?

Questa storia, questi particolari, le idee, i problemi, i progetti, Manuela me li racconta mentre giriamo per i luoghi del Girasole. La vecchia casa della parrocchia, con i pavimenti di legno, le scale scricchiolanti, i cartelli delle canzoni sulle pareti, dove cominciò ad abitare la comunità, ma che ora ospita i laboratori di «assemblaggio». L’altra casa dov’è il laboratorio di tessitura, con Rita rimasta oltre l’orario a finire un lavoro urgente, e dov’è la legatoria. Le serre dove alcuni ragazzi e volontari stanno vendendo ai clienti piantine per il trapianto. La casa nuova accogliente, razionale ben fatta.
Mi domando, andando via, perché questo che è stato possibile in un paese, sia così difficile in tanti altri posti e a tante altre istituzioni più grandi, più importanti.

Sergio Sciascia, 1985

Comunità e Cooperativa “Il Girasole” ultima modifica: 1985-06-29T18:26:46+00:00 da Redazione
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