Più natura

Grazie per il vostro numero sulla natura. L’ho sempre apprezzata come la grande «terapista» dei nostri amici disabili e non. E grazie a Mariangela Bertolini che nel suo editoriale ne ha messo in luce il carattere tranquillizzante, la possibilità di essere strumento di comunicazione, di intima gioia, di espressione di sé. C’è nella natura qualcosa di lenitivo e materno. Penso in particolare ai disabili gravi cui un verde giardino, un gruppo di alberi antichi o anche soltanto un mazzo di fiori possono portare sollievo e piacere. Penso alla piccola fontana zampillante in mezzo al cortile della casa di Trosly — là dove è nata la prima comunità di Jean Vanier — penso alla bellezza del suo canto lieve e gioioso e al refrigerio che sparge intorno a sé. Le cose belle che provengono dalla natura sono le più belle che esistono; vorrei che negli ospedali, nei laboratori di analisi ci fossero — ben protetti a causa dell’igiene — più fiori, più foglie d’edera cascanti e magari, appunto, nel cortile accanto una fontana di acqua zampillante. Vorrei che tutti i nostri amici disabili, i malati di mente, le persone in difficoltà, potessero godere spesso del refrigerio del contatto con la natura.

Maria Ricci


Il bisogno di parlare

Ciao, mi chiamo Anna Maria e sono una ragazza disabile: precisamente soffro di spasticità con disturbi motori. Sono due anni che conosco e leggo «Ombre e Luci» e finalmente ho trovato un giornale che parla di noi disabili in modo così affettuoso e magico. Leggendo «Ombre e Luci» spesso mi sono ritrovata a pensare che sarebbe meraviglioso se, oltre a limitarsi a parlare di loro, parlassero anche loro (disabili). Logicamente chi può!
Mi spiego subito! Io ho sempre sentito il bisogno di parlare con qualcuno con le mie stesse difficoltà, per confrontarmi con loro e per stimolarci a vicenda, così da non sentirci soli nei periodi neri e freddi della nostra vita. Io vivo a Gaeta con la mia famiglia: Mamma, Papà, e tre fratelli di cui uno è il mio gemello; siamo una famiglia unita dove sono stata trattata sempre come una persona «normale» che era al corrente di tutto quel che succedeva in famiglia e dove si prendevano le decisioni importanti e non, tutti insieme.
E di questo li ringrazierò sempre.
Vorrei tanto far capire al mondo esterno il mio bisogno di trovare un ambiente così, che mi fa sentire «normale». Ma il mondo esterno delle volte si sente in diritto di decidere loro per noi; forse lo fanno perché credono che abbiamo bisogno solo di essere aiutati, amati e protetti. Invece noi vogliamo essere come gli altri!
Io ho 30 anni, da otto faccio parte di una comunità vicino a casa dove, oltre a vivere l’amicizia e l’aiuto fraterno, viviamo anche la dimensione lavoro insieme. Abbiamo costituito una cooperativa dove lavoriamo normodotati e noi disabili.
In fondo è un po’ quello che ho sempre desiderato e infatti mi sento in colpa verso di loro, ma non mi sento tanto contenta di me stessa e di quello che faccio, provo delle gioie momentanee, ma spesso mi ritrovo con il morale sotto terra.
Forse sono io che chissà cosa voglio; ma il mondo dei disabili è questo e a me sta troppo stretto e spesso mi soffoca.

Spesso mi dico: «Lascia che il mondo vada avanti e tu siediti e osservalo». Devo dire che per un po’ funziona, ma poi il mio spirito combattivo riemerge e mi metto a lottare contro i mulini a vento.
Io vorrei tanto diventare una ragazza che nel suo piccolo possa guidare i disabili a riscattarsi e a far uscire il meglio di noi senza paure e senza condizionamenti da parte degli altri, in modo che indirettamente aiuto anche me stessa.

Nella mia esperienza di comunità, in parte già la vivo e posso dire che, quando ci ritroviamo insieme noi disabili, si crea un’atmosfera magica dove siamo noi stessi senza l’ansia di dover mostrare qualcosa a qualcuno. È grazie anche alla mia comunità che sto maturando queste cose. Infatti con loro tra gioie e dolore sto facendo passi avanti che in passato non avevo il coraggio di compiere, ma abbiamo ancora tanto da imparare loro da noi e noi da loro. Se qualche disabile e non, volesse scrivermi mi farebbe immensamente felice.
Un bacione e un grande sorriso

Anna Maria Camelia


Francesca

Francesca è nata a Firenze dove vive con i genitori e una sorella di anni 12. Francesca è affetta da idrocefalia: non vede, sente solo con l’orecchio sinistro ed è semisdraiata sulla carrozzina.
Il suo primo inserimento nella struttura pubblica è avvenuto all’età di sei anni in un asilo nido comunale; ha continuato la frequenza per tre anni e poi è passata nella scuola elementare dove è rimasta per il quinquennio.
All’età di quattordici anni è avvenuto l’ingresso nella scuola media. È stata accolta in 1° B, una classe formata da 20 alunni di cui diversi hanno frequentato con lei le elementari.
Questo permette a Francesca di stare con i compagni che già la conoscono e che possono rispondere adeguatamente ad alcuni suoi bisogni affettivi: essere toccata, essere tenuta in determinate posture, essere capita per compiere alcuni movimenti.
L’inserimento di Francesca nella nella scuola media non ha lo scopo di raggiungere obiettivi cognitivi, ma di far sì che l’alunna resti il più possibile insieme ai ragazzi di cui in qualche modo percepisce la presenza e la vicinanza fisica quando essi la toccano, l’accarezzano, le parlano.
In queste situazioni Francesca reagisce sempre positivamente: abbozza un sorriso, emette la voce, allunga la mano, si muove.
È il terzo anno che l’alunna frequenta la scuola media sempre con gli stessi compagni che continuano ad essere disponibili e affettuosi tanto che hanno prodotto delle poesie dedicate a Francesca, esprimendo i loro sentimenti di affettività e il “sentire” la sua presenza attivamente e come fattore di crescita insieme, (Ombre e Luci spera di poterle presto pubblicare).
Nell’ambito delle occasioni didattiche sono state organizzate per la classe attività di musica etnica coinvolgendo l’alunna mediante l’udito e il tatto, canali che utilizziamo per tenerci in contatto con lei, comunque si consolida un tessuto di relazioni sempre più ampio intorno a Francesca.

Giovanna Romano, Vanna Graziani


Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.72

Sommario

Editoriale

Un Natale speciale di M. Bertolini

Medici e disabilità

Medici o stregoni? di C. F. Klieman
Perché non ci capiamo? di Adriana Duci
Nati due volte di Giuseppe Pontiggia
Blessings di Mary Craig

Altri articoli

Nessuno escluso: il natale del laboratorio l'Alveare di Penna Blu
Oggi, la famiglia...?! di André Roberti
Casa Blu di Huberta Pott e Natalia Livi
Nessuna Pietà di Vito Giannulo
La tragedia di Giovanni e Chiara di Caterina Bórdon
Tutto è possibile di Chiara

Dialogo aperto n. 72 ultima modifica: 2000-10-26T08:22:58+00:00 da Redazione
Shares
Share This

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi