Una manifestazione inclusiva. E che ha saputo raccontare le nostre fragilità. Si è chiusa il 29 ottobre la 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma, dopo due settimane circa di proiezioni, incontri con autori e mostre. Non solo i “grandi” titoli, quelli che hanno avuto più risonanza tra il pubblico (e la critica), ma anche “piccoli” gioielli da non perdere per le tematiche trattate e la delicatezza che li contrassegna mentre lo fanno.

Da Kripton di Francesco Munzi, che ha il merito di mostrarci quello che ancora oggi facciamo fatica a vedere: ciò che accade all’interno delle nostre strutture psichiatriche dove, più in particolare, sei giovani decidono di ricoverarsi volontariamente per combattere il proprio disturbo. Fino alla miniserie Tutta la luce che non vediamo di Shawn Levy e Stephen Knight (il 30 ottobre è stato proiettato il primo episodio), fruibile su Netflix dal 2 novembre, nonché tratta dall’omonimo romanzo (vincitore del Premio Pulitzer nel 2014) di Anthony Doerr. In quest’ultimo caso la protagonista principale è Marie-Laure LeBlanc (Aria Mia Loberti e Nell Sutton), ragazza francese cieca il cui coraggio e la cui speranza faranno da contraltare alla violenza e alla distruzione della guerra.

Opere, dunque, consigliate perché rompono tabù, travalicano pregiudizi e luoghi comuni. E poi ci sono tutti quei film che, seppur non incentrati direttamente sulla disabilità o sulla fragilità, tali temi li richiamano. Basti pensare ad Unfitting che, tradotto, sta a significare “inadeguato, inadeguata”. Presentato nella sezione «Special Screenings» è il corto d’esordio alla regia dell’attrice Giovanna Mezzogiorno: una storia autobiografica, nata da un’idea di Silvia Grilli e interpretata da Carolina Crescentini, sul bullismo nei confronti di una donna del mondo del cinema che per i chili di troppo è vittima di crudeltà da parte di chi le sta intorno ed è quasi costretta a ritirarsi dalle scene, dal lavoro. Quante volte ancora dovremo sentirci ripetere di «stare pancia indentro» o di non essere al passo con quanto la società di questi nostri tempi patinati richiede? Si tratta, dunque, di una denuncia potentissima nei confronti di certa dittatura estetica che andrebbe – anzi, va – necessariamente disintegrata.

C’è il cane zoppo, Lucio, nel film di Ginevra Elkann Te l’avevo detto che, per quanto sia un’opera che non ci sia piaciuta, dà un’importante lezione: ognuno è unico a modo suo, inutile dimenticarlo alla prima difficoltà (Lucio perde l’uso delle zampe e la veterinaria spinge il padroncino a “scambiarlo” con un altro cane che «può far tutto»). C’è Volare, per la regia di Margherita Buy (anche questo un esordio) che mette a nudo una fobia che la riguarda da vicino: quella di volare; e ci racconta quanto può essere importante superare le nostre paure con l’aiuto degli altri. Infine, dulcis in fundo, ci sono i fragilissimi ragazzi di Mare fuori 4, i cui primi cento minuti sono stati proiettati in anteprima davanti a un pubblico da “tutto esaurito”. I minori reclusi nell’Ipm campano si trovano dietro le sbarre per le ragioni più svariate, nella maggior parte dei casi perché loro stessi vittime di un contesto sociale e culturale che li ha condannati a un destino determinato, il quale, tuttavia, con l’aiuto di educatori con educazione, può essere sovvertito. «Conta il presente, non il passato», dice appunto l’educatore Beppe (Vincenzo Ferrera) nella nuova stagione. Analoghe le parole di Carmine Recano, che nella serie interpreta il comandante Massimo Esposito, il quale sul red carpet dichiara: «Mare fuori significa perdersi per poi ritrovarsi, amare per poi amarsi». Come dargli torto. D’altronde nessuno è uno scarto o un rifiuto, nessuno può essere lasciato solo.

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.165

 

 

La fragilità alla Festa del Cinema ultima modifica: 2024-02-19T12:40:52+00:00 da Enrica Riera

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