È finalmente arrivato agosto. In Calabria il caldo è opprimente e la famiglia di Silvia, ormai in vacanza, si gode un tempo insieme: mamma, papà e i tre figli. Vivono a Roma da diversi anni, ma è in Calabria che hanno i parenti più stretti e gli amici più cari. Solo pochi minuti, una manciata di minuti, e il papà una notte si sente male; arriva l’ambulanza, ma l’uomo muore prima di giungere in ospedale. Sono tutti attoniti, Silvia ha visto suo padre andare via, in ambulanza, il suono forte della sirena ancora nelle orecchie.

Silvia è tornata a Roma ed è dopo questa traumatica esperienza che, verso la fine di settembre, si riaffaccia a Guscio di Noce. Aveva iniziato a frequentare il nostro centro diurno alcuni mesi prima, stupendoci per la sua capacità di disegnare e di acconciarsi i capelli. Silvia è una ragazza autistica.

I giorni passano, la mamma e i fratelli di Silvia, oltre al dolore, devono gestire le questioni pratiche. E Silvia? Silvia aspetta, aspetta tutti i giorni di capire dov’è andato il papà, perché non la sveglia al mattino e perché non l’accompagna a Guscio. Ha smesso di acconciarsi i capelli, è distratta, aggressiva, i suoi disegni cominciano a diradarsi. Siamo tutti preoccupati e molto tristi per lei.

È emerso un bisogno, un vuoto difficile da colmare.
La domanda resta aperta ma va affrontata.

Anche un altro dei ragazzi del nostro centro ha perso il padre e, nonostante siano passati quasi cinque anni, non riesce ancora a dormire nella sua stanza, dorme nel letto che era del papà mentre la mamma riposa in soggiorno. Grandi dolori, fatica nel comprendere, difficoltà nel comunicare un mistero, quello della morte, a giovani con una mente diversamente connessa con il mondo, ragazzi che vivono le relazioni e gli affetti in modo assolutamente unico e originale.

La nostra esperienza ha fatto emergere un bisogno, un vuoto educativo difficile da colmare perché le competenze da esprimere sono su fronti diversi: sicuramente una conoscenza della specifica disabilità dei ragazzi coinvolti, ma poi, soprattutto, la capacità di raccontare e far cogliere l’amore di Dio e la Sua vicinanza nella sofferenza; la presenza di chi non c’è più nella vita quotidiana, ad esempio nel continuare a ricordarlo dando un significato nuovo proprio al ricordo. Figure educative preziose, rare e uniche, avrebbero una missione nel cuore di cui potrebbero avvalersi anche le famiglie avvolte e sopraffatte dal dolore. Educatori in grado di scrivere un progetto educativo ad hoc per il giovane e la sua famiglia, il vero progetto di vita, quello che parte dall’oggi per andare all’oltre della vita terrena, in quella dimensione in cui ogni nostro limite sarà superato e la gioia dell’incontro d’amore sarà garantito. È possibile rispondere a questo bisogno? A Guscio ancora non riusciamo e la domanda rimane sempre tristemente aperta.

Anna Maria Canonico è presidente dell’associazione «Guscio di Noce» (Roma)

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n. 158, 2021

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«Papà, dove sei?» ultima modifica: 2022-08-05T10:36:43+00:00 da Anna Maria Canonico

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