«Mi vieni a trovare, Serena? Perché non vieni a trovarmi?»

«Franci, te l’ha spiegato Andrea che c’è il virus e che non possiamo vederci?»

«Sì, me l’ha detto!… ma quando vieni a trovarmi?»

Touché…

«Quando c’è la piccola abitazione?»

«Claudio, lo sai che per ora non è possibile. Anzi, mi raccomando, non uscire»

«Io faccio finta che fuori c’è la guerra così penso che se esco dal portone mi sparano!»

«Come mai non mi hai chiamata in questi giorni?»

«Sono troppo impegnato a leggere!»

Touché…

Domande e risposte: Fede e Luce è anche questo. Fede e Luce è Francesco con l’immediatezza viscerale della sua domanda; è Claudio con la creatività resiliente della sua risposta.

A Fede e Luce, di domande e risposte il covid-19 ne ha sfornate parecchie. Dall’urgenza del “dopo di noi” a come stare #ViciniaDistanza, credo che questi mesi siano stati un po’ per tutti un condensato dei più inquietanti interrogativi sul futuro misti al bisogno immediato di piccoli conforti quotidiani, come quello di una telefonata o di un messaggio.

E così durante la quarantena, tra le tante domande di vicinanza e le più diverse risposte date a distanza, che fossero via zoom o al telefono, le comunità sono in qualche modo riuscite a vivere gli incontri (santa tecnologia e santa creatività!). In rete, nel mondo di Fede e Luce, è girato un po’ di tutto: dalle preghiere alle videoricette, dal karaoke alle poesie: genitori, ragazzi e amici ne hanno inventate di ogni. Ma se tanto è quello che è girato, tanto, troppo, è rimasto tagliato fuori. Se infatti è vero che grazie alla tecnologia abbiamo mantenuto una parvenza di contatto con la realtà, è altrettanto vero che la tecnologia, al momento, non è di tutti e non è per tutti.

Dei ragazzi della mia comunità, per esempio, nessuno è in grado di partecipare da solo a una casetta virtuale [a Fede e Luce gli incontri della domenica sono chiamati casette]. Chi ha la fortuna di vivere con i genitori o nella casa famiglia “giusta”, ha potuto partecipare all’incontro via zoom; chi invece vive da solo, o nel posto “sbagliato”, o non è avvezzo alla tecnologia o è impossibilitato a usarla, durante il lockdown non ha potuto vedere nessuno nemmeno a distanza…

Per fortuna, la clausura più rigida non è durata troppo a lungo per cui, non appena è stato possibile (ma purtroppo ancora non lo è per chi vive in casa-famiglia, in istituto o in una rsa), ci siamo organizzati sia per vederci in piccoli gruppi di tre o quattro persone, rispettando tutte le regole di distanziamento e igiene, sia per continuare a fare le nostre casette virtuali raggiungendo però anche i vari Claudio e Francesco del caso. Perché anche loro potessero rivedere, sebbene dallo schermo di un pc, gli altri amici.

Ecco che la prima passeggiata con Alberto e Ada, il caffè con Omar e Letizia, il pranzo fuori con il Poeta (questo è il soprannome di Claudio) sono state vere e proprie boccate d’ossigeno, un salto indietro nella normalità. Ma così come nella liturgia delle casette, gli affidamenti hanno il senso di mettere in comunicazione il ragazzo che seguiamo con gli altri amici e ragazzi, anche nelle casette virtuali è stato necessario per alcuni fare da ponte con il resto del gruppo, come per esempio ho avuto modo di sperimentare con Claudio e, insieme a Valentina, con Francesco.

Francesco durante la casetta virtuale

La casetta virtuale con Francesco (e nella foto di apertura, con Claudio)

La prima casetta virtuale con il Poeta è stata, citando lo stesso autore, molto “claudiesca”, che – per chi non conosce Claudio – vuol dire a metà tra la voglia di stare e il bisogno di scappare. Appuntamento all’aperto sotto casa sua, con un metro di distanza e mascherine, guanti e gel di ordinanza: ci colleghiamo agli altri via zoom e Claudio si mette davanti allo schermo del pc dove, chiaramente, si ritrova nel bel mezzo della solita caciara della nostra comunità, cosa che dal vivo è più che naturale ma che online diventa per lui insostenibile, abituato com’è a calcare da protagonista la scena iniziale di ogni incontro. Si stranisce: prodromo di baruffa! Borbotta nel suo stile inconfondibile e mi chiede di spegnere il pc: chiudiamo la connessione e ci mettiamo a chiacchierare, tra l’esistenziale e lo spicciolo, come sempre accade. È talmente tanto semplice che solo una sciocca come me poteva pensare che Claudio avesse piacere a vedere gli altri dietro uno schermo… Lui ha infinite sfumature ma anche zone molto nette di luce e ombra. E se una cosa gli entra in ombra, lì resta. Casetta virtuale bocciata; incontro dal vivo promosso.

Quando invece, insieme a Valentina, abbiamo provato a fare lo stesso esperimento con Francesco, le cose sono andate decisamente meglio. Sarà perché l’unione fa la forza, sarà perché Francesco è meno arzigogolato di Claudio, quella mattina – sempre a distanza, sempre con la mascherina, sempre con l’amuchina a portata di mano – siamo riuscite a far incontrare virtualmente Francesco e suo fratello Andrea, che non avevamo mai fatto nemmeno una videochiamata, con gli altri ragazzi e amici della comunità.

Francesco si piazza seduto alla scrivania, in canottiera e calzoncini, davanti al monitor del mio pc mentre Andrea, in piedi, sbircia da dietro le spalle del fratello, abbastanza incredulo di fronte a questa «magia». Franci, col suo vocione, si mette a salutare tutti e a tempestare, come al solito, Carlo Alberto con mille domande. Anche lui però, come Claudio, resiste poco, la tecnologia stanca, non c’è dubbio, quando è un surrogato di normalità: dopo un po’ si alza e nella sua inconfondibile naturalezza esclama «ma io non so che dire».

Hai ragione, Francesco, anch’io tante volte non so cosa dire, mi consolo pensando che c’è un tempo per parlare e uno per tacere… Speriamo però che il tempo delle nostre casette dal vivo torni presto.

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Un tempo per parlare e un tempo per tacere ultima modifica: 2020-07-22T11:56:52+00:00 da Serena Sillitto

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