Da alcuni anni il Movimento Apostolico Ciechi, associazione di fedeli laici, vedenti e non vedenti si è organizzato in aree di impegno per meglio poter operare in vari ambiti, adeguando il proprio modo di essere presente nella società e nella Chiesa. L’area ecclesiale si pone al cuore dei motivi che ispirano il M.A.C. con l’obiettivo di affermare il diritto all’educazione alla fede e per l’accesso ai sacramenti della persona disabile e, in particolare, della persona non vedente superando le barriere di pregiudizio, aprendosi alla diversità e favorendo, ove possibile, il percorso verso le grandi vocazioni (matrimonio, vita consacrata e sacerdozio).

Anche il M.A.C. in tanti anni e dopo tanti incontri e riflessioni, ha notato la crescita della sensibilità verso le persone disabili. Diversi sacerdoti e laici si sono impegnati ad accogliere e dare risposte concrete ai bisogni che si presentavano nelle comunità dando vita a gruppi di volontariato, centri di accoglienza, cooperative ecc… Tali realtà hanno prodotto una serie di effetti positivi: animato le comunità parrocchiali e civili, stimolato l’autorità pubblica, fatto crescere e maturare una mentalità di accoglienza ed integrazione che si è aperta non solo al disabile, ma anche allo straniero.

Tuttavia ancora troppo spesso si lamenta il fatto che dinanzi alle persone disabili si evidenzino prima i limiti, quello che manca o che non si riesce a fare, e non si colgano invece le diverse capacità e modalità di relazione. Tale approccio fa sì che spesso le persone disabili diventino oggetto di carità, di pietismo e assistenzialismo, e non vengano accettate per quello che sono o che possono essere. Tutto ciò ci fa constatare con dispiacere quanto sia ancora diffusa la mancanza di conoscenza della disabilità e quanto l’approccio poggi soprattutto sui pregiudizi. Questo atteggiamento è alla base dell’indifferenza, della paura di incontrarsi o addirittura del rifiuto di relazionarsi con le persone disabili.

Atteggiamenti presenti, ancora spesso, sia nell’ambito sociale che ecclesiale. Ebbene sì, anche nell’ambito ecclesiale, quello che per definizione non dovrebbe avere esclusi. “Ekklèsia”, infatti, significa “chiamata fuori”, convocazione, assemblea del popolo. Nel nostro linguaggio, il termine “Chiesa” indica sia l’assemblea liturgica sia la comunità locale e universale dei credenti. Ancora oggi, anche tra i nostri soci, persone non vedenti o ipovedenti, conosciamo storie di impossibilità a partecipare alla santa messa, a prendere parte all’animazione liturgica o a seguire il catechismo.

Il passo biblico del cieco Bartimeo continua a provocarci nonostante l’alto livello di civiltà di cui ci vantiamo. Bartimeo ci mostra come l’uomo può sentirsi solo, messo da parte e trascurato, anche se si trova in mezzo alla folla. E la gente che sta bene, si sente normale, non riesce proprio a sentire il grido del povero, pensa che la disabilità altro non sia che una fatalità e la avvicina con pietà e compassione. Gesù ci mostra invece che non possiamo mettere a tacere o far finta di non sentire chi si trova nel bisogno e che, d’altra parte, chi ha necessità deve continuare a gridare finché non venga riconosciuto ed aiutato con amore. L’offerta di aiuto non deve andare nella direzione dell’assistenzialismo, ma deve essere uno sprone affinché si stimoli quel processo di recupero grazie al quale ogni persona riesca ad attivare le proprie risorse e ad occupare nella società e nella Chiesa il posto che gli spetta.

Gli interventi dei gruppi di volontariato e di cooperative di lavoro e di assistenza spesso tendono a restare chiusi al loro interno, non incidono sempre in profondità e non sempre trovano continuità nella vita quotidiana o nell’ambito delle relazioni sociali ed ecclesiali.

Nelle parrocchie ci sono pochissime persone che si interessano della partecipazione dei disabili e delle loro famiglie; in genere si demanda questo tipo di impegno a coloro che sono reputati addetti ai lavori. In diverse diocesi manca ancora il gruppo di lavoro per la catechesi ai disabili.

Le persone disabili in genere e i non vedenti in particolare devono essere davvero messe nella condizione di poter partecipare, nel modo loro possibile, alla vita della Chiesa e dei suoi organismi: siano non solo destinatari di carità o dell’annuncio evangelico, ma anche evangelizzatori e testimoni di speranza… la menomazione visiva non è un impedimento ad essere attivi nella Chiesa!

Si costituisca per questo, nelle diocesi in cui ancora non c’è, oppure è presente ma non operativo, il gruppo di coordinamento della catechesi ai disabili. Sia fatto conoscere il documento “Iniziazione cristiana delle persone disabili” che può aiutare operatori, volontari, parroci e comunità cristiane a rapportarsi positivamente e a favorire un percorso di fede ed un graduale inserimento dei ragazzi disabili nelle comunità cristiane. Questo documento continua a rimanere sconosciuto a molti eppure è ricco di spunti di riflessione e di input utilissimi per tutti gli addetti ai lavori.

Per rimuovere sensi di paura e di disagio di fronte alla disabilità si promuovano incontri per riflettere sulla realtà dell’handicap con esperti, famiglie, operatori e disabili stessi: ciò che non si conosce bene o per niente fa più paura di ciò che, invece, è noto! Le idee, circolando, aiuteranno a cambiare la società, a farla maturare e diventare realmente aperta ed ospitale verso tutti…proprio tutti!

Si promuova la formazione umana e cristiana delle famiglie e la loro piena integrazione nelle comunità cristiane. Si dia particolare attenzione alle persone disabili, in particolare a quelle sole o anziane, nei momenti di vita quotidiana, si sia attenti alle loro necessità concrete e siano resi partecipi della vita del quartiere e della comunità ecclesiale.

Non siano considerati solo fruitori di servizi, ma vengano valorizzati e considerati animatori delle proprie comunità di provenienza. Solo così la Chiesa sarà veramente Chiesa… se le sue porte saranno aperte a tutti e regnerà l’armonia delle differenze, dove ciascuno porta il proprio contributo, un sostegno unico e insostituibile, prezioso per la comunità tutta.

Angela Mecca, 2013
Delegata nazionale Area Ecclesiale del M.A.C.


Persone cui si può chiedere

Fino a quattro anni fa non avevo vita parrocchiale regolare, ma andavo a messa dove capitava, dove qualche amica poteva accompagnarmi. Ad un pellegrinaggio conobbi una signora assidua frequentatrice della mia stessa parrocchia.
Questa signora si rese disponibile a venirmi a prendere tutti i giorni per farmi partecipare alla santa messa e alla recita del rosario in parrocchia. Successivamente, a questa mia amica è nato un nipotino e lei non ha avuto più lo stesso tempo a disposizione, ma non c’è stato problema perché subito si è reso disponibile un signore che attualmente viene a prendermi tutti i giorni per accompagnarmi a messa.

Quanta gioia per il dono grande che il Signore mi ha fatto con la messa quotidiana! Così è iniziato il mio inserimento in parrocchia. Non è stato subito facile né semplice. Alcuni, non tutti per fortuna, ma la maggior parte, credono che un problema fisico possa compromettere tutto nella persona e pensano che tali persone abbiano una sorta di incapacità a fare qualsiasi cosa. Pensano che i disabili siano persone da aiutare, ma alle quali non si può chiedere nulla. Avevo l’impressione che qualcuno pensasse che addirittura non fossi in grado di recitare neppure un’Ave Maria.

E mi ripetevo: devo far capire loro che ho problemi di vista, ma per il resto ci sono! Poiché in questa parrocchia il santo rosario si recita una decina per ciascuno a turno fra i presenti mentre una persona annuncia i misteri, dopo un lungo periodo ho osato propormi per la recita di una decina. Non so se e quanto si sono meravigliati. Il risultato è che ora, da alcuni mesi, mi è stata affidata la guida di tutto il rosario. Questa è piccola cosa, ma per me è stato importante, ha consolidato la mia appartenenza alla parrocchia, ha fatto cambiare idea e atteggiamento alle persone che frequentano la parrocchia e ha fatto capire che la presenza di un disabile non è avere accanto una stranezza, ma è avere accanto una persona che ha qualche difficoltà, ma, come tutti, ha anche delle risorse.

Una grazie di cuore anche al parroco che mi ha accolta amorevolmente e senza pregiudizi. Sarebbe suo desiderio che iniziassi a fare anche le letture della santa messa, ma la mia timidezza mi ferma e non me lo consente… ancora. Penso che con un po’ di buona volontà, un po’ di aiuto fraterno e la grazia di Dio potrò iniziare anche questo servizio.

Iole Neri, Bologna, 2013

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.121

Bartimeo, uomo solo in mezzo alla folla ultima modifica: 2013-03-10T15:25:04+00:00 da Redazione

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