“Come sempre nella vita, a un periodo bianco ne segue uno nero, dopo un successo vengono le delusioni. Tutto cambia e deve cambiare. Così dev’essere, così va il mondo. Lo so, non ho nulla in contrario, non mi resta altro che sperare. Sperare in un miracolo. Mi auguro sinceramente, desidero con tutte le mie forze che il mio periodo nero continui il più possibile, che non diventi bianco. Non mi piace il bianco. Il bianco è il colore dell’impotenza e della dannazione, il colore del soffitto d’Ospedale e delle sue lenzuola. Cura e tutela garantite, silenzio e quiete: il nulla. Il nulla della vita d’ospedale che scorre all’infinito. Il nero è il colore della notte e della speranza, il colore del cielo notturno, lo sfondo fermo e nitido dei sogni, delle brevi cause fra intervalli di ordini, bianchi e sterminati delle infermità fisiche. È il colore del sogno e della fiaba, il colore del mondo dietro le palpebre chiuse. Il colore della libertà, il colore che ho scelto per la mia sedia a rotelle elettrica”.

Ribaltando le più comuni aspirazioni e prospettive umane, Rubén Gallego si prefigge il nero come mèta da raggiungere, come trofeo da conquistare. Tutta la sua vita, la sua storia raccontata in Bianco su nero (Adelphi, aprile 2004), è contrassegnata da verità rovesciate: “io scrivo del bene, scrivo di vittorie, gioie e amore. Delle vittorie e delle gioie che un bambino di origine spagnola, nato a Mosca nel 1968 può e riesce a vivere dopo essere stato separato dalla madre e destinato dalla Russia comunista agli orfanotrofi speciali (per disabili).

“Sono un eroe”…un eroe affetto da paralisi celebrale, un eroe nonostante gli arti immobilizzati, un eroe in virtù delle sole due dita che riesce a muovere o dell’abilità acquisita in mancanza di sedia a rotelle, di muoversi strisciando per i corridoi gelati e raggiungere il bagno senza scomodare le inservienti. Un eroe grazie all’intelligenza vivida e al cuore lucido che in pochi sono in grado di riconoscergli in quel corpo “ritardato”.

Dici che è intelligente? Ma se non può neanche camminare!

Tramite le sue verità rovesciate, Rubén Gallego riesce nell’impresa di avvincere il lettore, anche quello comodamente cresciuto in Occidente, e ad avvicinarlo alla paradossale realtà di dolore in cui lui é cresciuto. Bianco su Nero realmente narra delle vittorie e delle gioie di un eroe; è un affascinante polittico che con immagini (scene di vita, personaggi) dai colori forti, delicati, dignitosi, mostra il miracolo di una speranza che non soffoca mai. Rubén racconta delle inservienti che lo insultavano per raccontare delle generose figlie di Russia che si facevano carico di lui amorevolmente; racconta la solitudine del reparto per esaltare le complicità e gli affetti fraterni che nascono con i compagni; racconta i sapori e gli odori terribili di alcuni pasti d’ospedale, per farci capire la felicità provata nell’assaggiare il primo ananas:

i momenti più belli della mia infanzia sono legati al cibo, o meglio a chi lo divideva con me, a chi me lo offriva in segno di amicizia. Strano.

Descrive l’atteggiamento umiliante pietistico di alcuni insegnanti per raccontare la consolazione della lettura e dell’istruzione: “io non leggevo tanto per leggere, io volevo capire come era fatto il mondo”. Ricorda con orrore i mesì trascorsi in ospizio (riservato ai ragazzi che dopo l’orfanotrofio non potevano essere integrati nella società, era l’anticamera della. morte) per descrivere la commozione, il sollievo, l’euforia, per il trasferimento a Novocerkassk. “Era una leggenda. Si diceva che nell’orfanotrofio di Novocerkassk si mangiassero patate ogni giorno, estate e inverno. Si diceva che a Novocerkassk crescessero i pomodori. E non solo pomodori. In quella città favolosa si coltivavano albicocche, cocomeri e meloni, e ancora noci e granturco, peperoni dolci e zucchine”.

L’unico angolo del cuore di Rubén in cui nessun raggio di luce riesce ad arrivare è quello dove è relegato il pensiero del nonno, del grande e potente segretario del Partito Comunista Spagnolo in esilio. Dell’uomo che avrebbe potuto, con una lettera o una parola, cambiare il corso della sua vita, o con una visita regolare un ricordo che avrebbe alimentato la gioia di molti anni a seguire.

A Novocerkassk la vita di Rubén cambia. Il lettore non sa per quali casi la speranza è divenuta occasione e come il ragazzo disabile abbia conquistato la libertà con tutto quello che comporta: la possibilità di lasciare la Russia, di ritrovare la madre, di sposarsi, divenire padre.

Al nero delle lotte finalmente combattute, Rubén allude quasi di sfuggita, rapidi accenni da cui si intuiscono la definitiva sconfitta del Mai, “la più tremenda di tutte le parole usate dagli uomini”, e le grandi possibilità della forza che è in ciascuno di noi. Della forza che supera qualunque barriera e vince.

E quando passerò a mia volta in mezzo alla schiera di affabili, asettici manichini in camice bianco e arriverò finalmente al mio capolinea, alla mia personale notte eterna, dietro di me resteranno soltanto lettere dell’alfabeto. Le mie lettere, le mie lettere nere su sfondo bianco. Lo spero.

Silvia Gusmano, 2004

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.87

Sommario

Editoriale

L'iniezione di Uscobupt di M. Bertolini

Parliamo di lavoro

Il collocamento mirato di T. Cabras
Storia di Giorgio e del suo lavoro di P. Tardonato

Articoli

Benedetta mi ha convertito di Giampaolo
Il film «Le chiavi di casa» di T. Cabras
La barca bianca di J. Larsen di Silvia Gusmano
Associazione “Invitati alla festa” di Cyril Donille
Una Casa-famiglia dove la maternità ritorna gioia di Giulia Galeotti
Come guardano i bambini di una mamma
Sguardo come?

Rubriche

Dialogo aperto

Libri

Sempre Capricci!, R. Giudetti, M. Lecci
Bianco su nero, R. Gallego
Mio padre è un chicco di grano, L. De Vita
Francesca Cabrini, L. Scaraffia

Bianco su nero – Recensione ultima modifica: 2004-09-13T16:58:17+00:00 da Silvia Gusmano

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