“I bambini ci guardano” si intitolava un vecchio bellissimo film di Vittorio De Sica, ed è vero: ci guardano, si sa, ma in maniera diversa a seconda della loro breve o brevissima età.

Dai primi mesi di vita fino ai due, tre anni loro ci guardano, esaminano tutto il mondo che capita loro incontro con lo stesso intenso, entusiastico interesse. E non si limiterebbero a guardarlo: se potessero lo annuserebbero e lo leccherebbero tutto. Guardano ogni cosa con avidità e innocenza, non fanno distinzione.

I tre, quattro, cinque anni: sono gli anni della “scuola materna” che non è più l’asilo dei piccoli, come loro sanno bene. Ho sentito bambini di questa età fare sottili osservazioni su quanto capita loro a tiro ed esprimere considerazioni piene di buon senso su alcune questioni di importanza vitale. Anche il loro “guardare” è cambiato: ora sanno osservare (cioè guardare con cura ed attenzione), sanno distinguere e valutare, apprezzare o rifiutare, temere o amare intensamente al primo sguardo, senza ripensamenti. E non hanno né tatto, né buona educazione, né senso della misura: le conseguenze sono note. Ma hanno ancora quantità incalcolabili di dolcezza e innocenza, sono protetti nei loro atti da una particolare inconsapevole leggerezza, quindi i loro sguardi sbagliati non fanno veramente male e facilmente possono essere distolti, dimenticati, perdonati.

I bambini di cinque, sei, dieci anni, o i bambini della scuola elementare. Per loro comincia la corsa a diventare grandi: in prima ricordano moltissimo i bambini di cui sopra, in quinta sono già pronti ad entrare nel mondo dei “ragazzini”. E devono imparare un mucchio di cose, a leggere a scrivere e a far di conto — come diceva Pinocchio — ma anche e soprattutto a vivere con gli altri, a ricercare e a rispettare lo star bene per sé e per gli altri.

Per tutte queste ragioni penso che fin dai primi anni della suola primaria siano in grado e debbano cominciare a capire le diversità, a rispettarle. A valutare quello che fa male o bene all’altro e quindi anche a controllare il proprio sguardo, a non ferire guardando.

E mi sembra quasi superfluo ricordare che l’integrazione dei bambini disabili e la guida degli insegnanti qualificati sono un grande, indispensabile aiuto per questo cammino.

Ma tocca anche a tutti noi — «i grandi» — spiegare, correggere e suggerire nuovi modi, senza ritardi e bamboleggiamenti ma con il giusto equilibrio. Mettiamo tanta cura per istillare nei nostri piccoli le prime nozioni di ordine, diligenza, risparmio — quelle che Natalia Ginzburg chiama le “piccole virtù” — come possiamo trascurare di proteggere sul nascere queste grandi, potenziali virtù?

Che poi tra il momento della prima intuizione di “quanto è giusto” e la capacità di eseguire quanto è giusto ce ne voglia…si sa: ma questo non è più un discorso di comprensione o di possibilità: si tratta di un altro discorso, di quello che dura tutta una vita.

Un’insegnante che è anche namma, 2004

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.87

Sommario

Editoriale

L'iniezione di Uscobupt di M. Bertolini

Parliamo di lavoro

Il collocamento mirato di T. Cabras
Storia di Giorgio e del suo lavoro di P. Tardonato

Articoli

Benedetta mi ha convertito di Giampaolo
Il film «Le chiavi di casa» di T. Cabras
La barca bianca di J. Larsen di Silvia Gusmano
Associazione “Invitati alla festa” di Cyril Donille
Una Casa-famiglia dove la maternità ritorna gioia di Giulia Galeotti
Come guardano i bambini di una mamma
Sguardo come?

Rubriche

Dialogo aperto

Libri

Sempre Capricci!, R. Giudetti, M. Lecci
Bianco su nero, R. Gallego
Mio padre è un chicco di grano, L. De Vita
Francesca Cabrini, L. Scaraffia

Come guardano i bambini ultima modifica: 2004-09-13T15:59:18+00:00 da Redazione

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