Dialogo Aperto n. 43

Un grande privilegio

Leggo sempre con tanto interesse le lettere che pubblicate sulla rivista «Ombre e Luci» e anch’io voglio esporvi il mio caso.
Da diversi anni convivo con una vedova per la quale nutro tanto affetto e amore. Una donna che stimo e apprezzo, che ha affrontato con serenità le disgrazie, sempre sorretta dalla fede e dall’amore verso i figli.
Oltre ad un figlio buono, bravo ed intelligente che frequenta r ultimo anno di ragioneria ne ha un’altro handicappato, Mattia.
Durante i primi anni della nostra convivenza, nonostante provassi tanto affetto, mi vergognavo a uscire con lui, ogni scusa era sempre pronta; mi sembrava fosse un ostacolo insormontabile alla nostra unione, alla nostra felicità: mi era insomma difficile accettarlo.
Poi frequentando la casa, vivendo vicino a lui giorno dopo giorno, e dopo aver superato un’esperienza personale molto negativa, ho capito che in lui c’era tanto amore verso di me, e non l’ho più visto come un diverso ma come una persona dalla quale avevo molto da imparare, e ora lo sento come mio figlio. Sono orgoglioso come può essere un padre, lo sento come mio e la serenità è tornata nel mio cuore.
Quasi ritengo uno straordinario privilegio il fatto di essere riuscito ad avere e dare un segno d’amore così grande.

Ugo Martini – Langhirano (PR)

Educatrice amareggiata

Sono educatrice professionale in un grande centro diurno per portatori di handicap, nel quale facciamo piccolo artigianato, dal legno alla ceramica dal cuoio al ricamo e altro.
I ragazzi sono fantastici, ti danno molto ogni giorno, anche se a volte ti avvolgono della loro angoscia, aggressività o incapacità di esprimere la propria personalità in armonia. Sono persone che ti insegnano la pazienza, la tranquillità, la gioia, il sorriso, l’amore e la libertà; anche se hanno patito derisione, rifiuto, pianto, abbandono, sono portatori sereni di umanità.
Mi piace il lavoro che svolgo, ma purtroppo le ferite o i pesi della giornata sono tanti. È da tre anni che sono in questo posto e inizialmente pensavo che fosse necessaria, oltre a una formazione professionale, anche una motivazione di fondo, spirituale ed umana, per avere la forza e il coraggio di lavorare per la realizzazione di questi ragazzi e per dar loro l’amore sempre, anche quando stancano o fanno perdere la pazienza o perché, a causa del loro deficit, ci sono poche possibilità di miglioramento e di sviluppo. In questi ultimi tempi ho scoperto che anche un lavoro del genere può diventare come tanti, cioè compiuto solo per interesse personale, per uno stipendio assicurato senza considerazione del bene delle persone. Sì, si può lavorare con le persone senza guardarle senza amarle.
Provo molta amarezza per tutto questo, ma davanti a me vedo persone che talvolta si prendono gioco dei ragazzi, che danno per scontato la non riuscita, che non fanno proposte, perché tanto i ragazzi sono così e non si può cambiare. I nostri ragazzi, portatori di handicap, possono diventare un alibi per la coscienza e per l’istituzione mentre sono e rimangono persone molto lontane.
A volte mi vergogno di essere educatrice, e di esserlo in un grande centro come questo, perché sento che c’è tanto da rivedere; manca la fiducia piena nei ragazzi, nelle famiglie, nella vita, mentre camminano speditamente il giudizio, la falsità, l’apparenza legata in particolare alla produttività.
Se imparassimo un po’ di più a guardare l’altro con gli occhi di Dio, a guardarlo come persona capace di «essere»: se imparassimo ad amare, come Dio ama i suoi figli, in maniera unica e personale, ci sarebbero meno handicap, ma soprattutto meno persone che si considerano «normali» mentre sono handicappate.
Il vanto dei «normodotati» è quello di potere far tutto, anche calpestare l’altro, deriderlo, giudicarlo, analizzarlo, ma in realtà non ci rendiamo conto che manchiamo di umanità, di rispetto, di amore, nel modo in cui lo sono i portatori di handicap.
Personalmente credevo molto in un lavoro del genere, ma ora che ho toccato con mano la doppia faccia, sono molto delusa e in coscienza sento di dovere stare attenta a parlare di un’etica del lavoro, sia personalmente che in generale.
Penso alle tante famiglie che si rivolgono ai centri per investirci le loro angosce e aspirazioni e penso quanto possono restare deluse e illuse per una risposta vaga o una classificazione troppo scientifica. Chi vive nella sofferenza si trova ogni giorno a dovere fare i conti con la burocrazia, con le istituzioni. Ogni giorno si ricevono pugni in faccia solo perché si chiede ciò che è di diritto. E quante delusioni perché ci si è appoggiati con fiducia al tale centro, o alla tale persona apparentemente brava o competente.
Avremmo tutti molto bisogno di andare a scuola di umanità, di etica del lavoro; come educatrice, personalmente sento il dovere di confrontarmi e di mettermi a sedere davanti al grande educatore: il Signore che con amore unico e irripetibile, nel rispetto della persona conduce alla libertà, alla realizzazione piena della vita, con estrema fiducia anche dove sembra impossibile cambiare.

Luciana Spigolon

Ho sbagliato con mia figlia

Mi è stato chiesto con molta delicatezza se avevo voglia di dire come stiamo convivendo con l’ansia per il futuro di nostra figlia. Ringrazio sempre Nostro Signore che ci tiene ancora uniti, malgrado i nostri 72 anni (miei e di mio marito), con nostra figlia di 40 anni con difficoltà non gravi, ma pur sempre dipendente.
Partecipando sempre agli incontri della mia comunità di Fede e luce o ad altri incontri inerenti, ho avuto modo di conoscere molti genitori di svariate età. Parlavamo sempre del più e del meno però alla fine della conversazione si poneva sempre la solita domanda: dove andrà e con chi starà mio figlio dopo?… Cerchiamo di darci una risposta, ma non c’è, a parte le informazioni ed esperienze che leggiamo su «Ombre e Luci». Ho sempre sentito dire che con l’età aumenta l’esperienza, e come è vero! La mia esperienza mi ha aiutato a riflettere sul comportamento sbagliato nei confronti di mia figlia. (Sempre considerando però che, 40 anni fa non ci aiutava nessuno e niente). Dico sbagliato , perché con tutte quelle ansie, quelle attenzioni, quel bagno fatto in un certo modo , quelle pietanze così buone, spogliarla, vestirla ecc. ecc. credevo di aiutare mia figlia a crescere, dimostrando così di volerle un gran bene e di proteggerla chissà da che cosa.
Ripeto di aver sbagliato tutto o quasi, perché al momento attuale mi manca anche il coraggio di andare in una delle strutture esistenti per una eventuale prenotazione. L’unica cosa che non ho sbagliato nei confronti di mia figlia, è di averle dato la possibilità di avere tanti amici in FEDE E LUCE, che sicuramente mi aiuteranno a trovare quel coraggio di cui ho parlato, a mantenere contatti amichevoli con mia figlia e alleggerire così quell’ansia quotidiana di recuperare nei limiti del possibile quel qualcosa di perduto, cioè quel minimo di autonomia che le permetterà di essere meglio inserita.

Una mamma

Questa si chiama amicizia

Con lo spirito di accoglienza e sulla spinta di suor, Ada (nostra guida spirituale) io e alcuni altri abbiamo preso parte a una festa in una comunità «Fede e Luce» di Napoli. Dopo quell’incontro è nata in noi l’esigenza di creare anche ad Acerra una comunità come quella.
Il nostro nome è «Emanuel» e quest’anno abbiamo festeggiato i nostri quattro anni di vita, anni durante i quali si è stabilita fra noi una bella amicizia.
Ci sono stati momenti di gioia come anche momenti di crisi. Da questi siamo sempre venuti fuori grazie a questa amicizia. Ognuno di noi ha il suo compito ben preciso e nonostante i vari limiti si cerca sempre di portarlo avanti nel migliore dei modi. Siamo circa una trentina, 12 ragazzi, 6 genitori e 13 amici. In un incontro che abbiamo fatto con Ada, abbiamo letto un brano del «Piccolo principe» di cui ricordo una frase: «Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi».
Sono stata colpita molto da questa frase perché credo proprio che per stabilire un rapporto con un’altra persona non sono importanti le cose materiali, ma soprattutto quei legami che all’occhio non si vedono, ma si sentono con il cuore. Questa si chiama amicizia e, se non c’è questo sentimento, non ci possono essere legami, ma se c’è, si può andare molto liberamente verso l’altro e verso la persona diversa.

Piera
Comunità Emanuel di Acerra

Insegnamenti del campo

Ciao a tutti voi, lettrici e lettori di OMBRE E LUCI. Vi scrivo per rendervi partecipe dell’esperienza splendida che ho vissuto quest’anno al campo organizzato dalle comunità «IMMACOLATA CONCEZIONE E SPIRITO D’AMORE» di Bari (da premettere che non è la prima volta che vi partecipo).
Prima di entrare nei dettagli, vi dico che dal primo momento che mi hanno parlato del campo, ho sentito un forte desiderio che mi spingeva a parteciparvi. Questo forte desiderio penso che sia legato alla profonda aspirazione che ho: conoscere sempre più DIO mediante il rapporto di amicizia instaurato con il ragazzo con handicap.
E stata una settimana molto intensa, splendida, forte sia per il falò, per le passeggiate, per i giochi, ma soprattutto per l’opportunità che ho avuto di stare con i ragazzi. Ho avuto la possibilità di fare nuove amicizie e di approfondirne delle altre. Ricollegandomi al mio desiderio, posso dirvi, con immensa gioia, che si è rafforzata l’amicizia con i ragazzi con handicap.
In questo campo, donandomi completamente, mi sono lasciato coinvolgere dallo stare insieme con i ragazzi, dai loro sorrisi, dalle loro gioie, dai loro sguardi, da ogni loro piccolo movimento, e perché no, anche dai loro silenzi, dalle loro ansie. Come conseguenza di questa amicizia, che interpreto come canale di comunicazione, con alcuni nata con altri rafforzata, mi sono sentito inondato del loro amore, che come sappiamo è amore di DIO che è stato donato a noi grazie a loro. E come sappiamo è solo nell’amore che si realizza il giusto rapporto con DIO e con i fratelli. Con immensa gioia ho accolto questo loro amore e inglobatolo nel mio cuore, mi accingo a ritornare alla mia quotidianità arricchito di questo immenso inestimabile tesoro: il loro grande amore. Il suo grande amore.

Tonino – Comunità Immacolata Concezione – BA

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.43, 1993

Sommario

Editoriale

Si fa sera di Mariangela Bertolini

Se la notte è agitata

Prima di andare a letto intervista a M.Réthoré
Se dorme male di D. Laplane
Di notte bagna... di P. Lemoine
Io grido verso te

Altri Articoli

Imparando a vivere bene con Jimmy di M.S. Tomaro
Viviamo da soli intervista a Romolo e Remo
Quando i genitori si rimboccano le maniche di Antonio e Milena
Ce l'abbiamo fatta di Milena

Rubriche

Dialogo aperto
Vita Fede e Luce
Proviamo un'altra volta

Libri

Cammino di preghiera, M. Quoist
Esploderà la vita, AA.VV.
La cinquataseiesima colonna, M.Gillini e M.Tonni
La forza del debole, E. Robertson

Dialogo Aperto n. 43 ultima modifica: 1993-09-09T08:57:03+00:00 da Redazione

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