Date ai miei figli un po’ di questo mondo

Io che vi scrivo sono lina donna nata già nel dolore perché 36 giorni prima che io nascessi, morì mio papà: aveva fatto la guerra del ’18, era stato ferito, ma tornò a casa e non fu riconosciuto per niente. Poi cresciuta nella miseria con due patrigni: voi non potete mai immaginare la vita che ho dovuto fare: solo tanto lavoro, lavoro, ma il lavoro mi piaceva, non mi dava tanta importanza; lavoravo e mi facevo fra di me i conti di casa, quel che dovevo fare domani. Allora lavorare, pregare, stare vicino al Signore e alla Madonna, essere una donna onesta, sposarmi avere dei figli e educarli nel nome del Signore. E così è stato; mi sono sposata, il Signore mi ha regalato sei figli, ma visto che io ero e sono una donna e una mamma provata dal Signore, il Signore mi ha voluto provare ancora. Di questi sei figli, due sono invalidi civili; sono normali in tutta la persona ma non camminano; stanno sempre sopra una sedia a rotelle e hanno bisogno di tanta assistenza. Luigi è nato il 5 febbraio 1952, Lucia è nata il 1° marzo 1955. Come potere vedere sono già adulti e come potete capire, da soli non possono fare niente. Qui non c’è mai una persona disponibile che ci possa dare una mano. Mio marito ha 77 anni e io ho 70 anni, ma sono sofferente di mille guai e chiedo a voi un aiuto, un contributo di amore e di affetto per due corpi inerti, senza possibilità di niente; vorrebbero viaggiare, fare amicizie, parlare con degli amici. Vorrebbero ricevere delle lettere; sono disperati loro e io per combattere con loro, giorno dopo giorno. Aiutateci per amore di Dio. Aiutate chi veramente soffre per tutta la vita. E’ bello pregare il Signore, ma è veramente bello fare del bene a chi ha bisogno, dare una mano a chi non si può alzare, a chi sente il ruscello scorrere e lui non è in grado di prendersi da bere, aiutare chi non ha gambe per camminare. Date ai miei figli un pò di questo mondo che è loro stato negato. Poi io che sono la mamma sono sempre ad assistere questi figli. Non posso aiutare mai nessuno, poiché non conosco nessuno al quale rivolgermi. I miei altri quattro se ne sono andati fuori per la tanta miseria e noi quattro persone abbiamo tanto bisogno di aiuto non possiamo più rivolgerci a loro che hanno ormai i loro problemi.
Vi saluto con amore.

Manetta Martino in Bloise

Il dolore

Questa non è una lettera. È invece un tema scritto in classe da una ragazzina di II Media, di un paese in provincia di Bergamo. Dice cose importanti e giuste, per questo lo pubblichiamo.
È un ragazzo, il protagonista di questo dolore di cui intendo parlare. Passa intere giornate a divertirsi con giochi che noi potremmo definire banali e ridicoli, ma che per lui sono interessanti e divertentissimi, come il tirare di una corda appesa ad un gancio.
Abita in un condominio al 3° piano e lì trascorre tutte le sue giornate. Nessuno discute mai con lui, a parte le persone che gli sono più vicine, e nessun bambino lo invita a giocare. Ebbene perché tutto questo? Solo perché non può camminare e correre come tutti gli altri? Egli infatti è nato con una rarissima malattia finora impossibile da curare, chiamata: Sindrome di Lesch Nyan.
A causa di questa malattia non può camminare e parlare con semplicità come tutti noi, però anche lui, come i ciechi che sviluppano l’udito, ha il suo lato positivo: l’intelligenza! Talvolta infatti dimostra di essere persino più intelligente di molte persone che si considerano normali.
Però questo non viene compreso dalla gente che non vive a contatto con lui, quella gente che si limita ad esprimere: «Povero ragazzino, povero bambino»! Ma che non tenta di coinvolgerlo nella gara della vita, non tenta di parlare e giocare con lui, quella gente che lascia il ragazzo nelle sole mani di due persone, la mamma e il papà, costringendoli a rinunciare perfino alle piccole cose, perché con quel ragazzo ormai cresciuto anche i divertimenti più semplici diventano IMPOSSIBILI!
Così giorno dopo giorno il bambino cresce, le difficoltà si fanno più numerose, ma lui non ha potuto ancora conoscere la vera vita, quella che si vive a contatto, non solo dei familiari, ma con molti amici, con gente diversa sempre con nuovi rapporti.
E questo perché?
Perché la maggior parte della gente si rifiuta di aiutarlo, perché lo considera un essere umano che non possiede anima, e soprattutto, che non ha intelligenza, che non «capisce»! Ecco qui la fase di un dolore universale che si trasforma in un dolore personale che solo le persone «sfortunate» hanno il dovere di conoscere e portarne il grave peso. Ma quelle persone non sono sfortunate, anzi vivendo a contatto con un sofferente hanno capito cosa significhi soffrire ed hanno potuto guardare la gente con un nuovo sguardo, quello sguardo profondo che scopre… l’insensibilità! Ed anch’io ho imparato molto e: soffrendo con tutta la sua famiglia sono cresciuta in un ambiente in cui si impara la verità della vita: perché quel ragazzo è DIEGO, 15 anni, mio fratello!
Silvia

Mio figlio ci fa riflettere

Sono la mamma di Mauro, un bambino Down di 13 anni. E’ un ragazzino straordinario dal lato affettivo; in famiglia, con il suo comportamento semplice e spontaneo ci ha migliorati tutti.
Ogni giorno ci fa riflettere: la sua semplicità e tranquillità sembra quasi in contrasto con il nostro mondo sempre di fretta e furia.
Mauro e, in genere, i ragazza Down amano tanto la musica, il movimento, i giochi di gruppo e la serenità; infatti, in famiglia si accorge subito quando c’è un pò di tensione e basta un urlo, una parolaccia, per farlo cambiare di umore.
Io non penso al domani perché ha tre fratelli più grandi che gli vogliono molto bene e poi, con altri genitori, abbiamo discusso sul problema pensando che una cosa positiva siano soprattutto le Case-Famiglia.
Mauro frequenta il centro della «Nostra Famiglia» di Caorle, in provincia di Venezia ed è seguito molto bene da tutte le insegnanti e dal personale (terapisti, psicoioga). Al centro Mauro fa soprattutto lavoro manuale di gruppo, attività sportiva (c’è la piscina), attività psicomotoria.
Qui nel nostro paese i genitori e altre persone che si sono interessate hanno dato vita ad una cooperativa di lavoro per ragazzi handicappati dopo i 18 anni; funziona molto bene e i ragazzi sono seguiti da personale specializzato e volontariato.
Ombre e Luci è una rivista molto interessante, chiara e semplice e sono molto contenta di essermi abbonata nonostante riceva altre riviste come «La Provvidenza di S. Antonio» e «La Nostra Famiglia».
Mi hanno colpita soprattutto gli articoli nei quali si parla di come vivono i fratelli il problema del fratello handicappato, anche perché in genere si parla solo e sempre dei genitori e non degli altri famigliari.
Angelina

A mio figlio niente cresima

Carissimi di Ombre e Luci; Siamo una famiglia con un bambino handicappato; viviamo in un paesino di circa cinquecento persone e, come già accennato, nel dare la risposta all’inchiesta, nostro figlio Giorgio di 11 anni è stato rifiutato dal nostro parroco a ricevere la Cresima.
E’ stato rifiutato per ripicca perché noi «con il suo consenso» abbiamo battezzato la nostra bambina nella parrocchia dove è nato e vissuto mio marito.
Tutto è iniziato la domenica in cui i genitori si dovevano presentare alla riunione riguardante il catechismo e la Cresima in generale.
Proprio quel pomeriggio mio figlio è stato ricoverato per un blocco intestinale, però io ho fatto sapere tramite un’amica che non avrei potuto intervenire a questa riunione e in cambio ho ricevuto un foglio da compilare.
La domenica seguente – noi siamo usciti dall’ospedale il giovedì – c’è stata la funzione per presentare i bambini davanti all’altare.
Io, con mio figlio, mi sono presentata in chiesa; iniziata la funzione, cominciano a leggere i nomi dei bambini, uno per uno, tranne quello di mio figlio. Potete immaginare il mio stato d’animo: in quel momento mio figlio mi guarda e mi chiede il perché; io rispondo che ci sarà uno sbaglio. Poi passa la catechista e fa il segno della croce sulla fronte di ogni bambino, a tutti tranne al mio.
Ho iniziato a piangere; non riuscivo più a trattenermi.
Finita la funzione, sono andata dal parroco a chiedere chiarificazioni e lui mi ha risposto che almeno una telefonata avrei dovuto farla. Faccio notare che nessuna famiglia ha avuto bisogno di telefonare o dare il nominativo al parroco.
Il nostro parroco è giovane, ha 40 anni eppure non è mai venuto a casa mia di sua spontanea volontà per far visita al bambino, ed anche per fargli fare la comunione ho sempre dovuto telefonare.
Faccio presente che per me è diventato difficile portarlo in chiesa perché ci sono diversi gradini da fare e se qualcuno ci aiuta, mio figlio è capace di sputare in faccia o dire parole, perciò penso che per una mamma non sia una cosa molto piacevole.
Un’altra cosa: è l’unico handicappato che c’è nel nostro paese.
Scusatemi per lo sfogo.
Piero e Tullia Benaglio

Sul prossimo numero racconteremo come un vescovo di Roma ha cresimato un ragazzo preparato durante un campo dagli amici.
Il prossimo numero di Ombre e Luci, che uscirà a fine dicembre, sarà quasi tutto dedicato alle CASE-FAMIGLIA.

Dialogo aperto n.35 ultima modifica: 1991-09-20T14:34:36+00:00 da Redazione
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