Alessandro, Guendalina e Magali hanno sette anni e, come tutti i bambini di questa età, suscitano tenerezza.
Magali, però, non sa fare le scale da sola; Alessandro non sopporta che una persona che non conosce entri nella sua sfera personale; Guendalina, quando riempie un bicchier d’acqua da una caraffa, «dimentica» di raddrizzare quest’ultima e così tutto il contenuto va sulla tovaglia…
Tutti e tre hanno grandi problemi di comunicazione con il mondo esterno; insieme a qualche migliaio di francesi, sono affetti dall’handicap dettò «autismo».

Questo handicap — che colpisce 15 persone su 10.000 e un maschio su tre femmine — è stato per lungo tempo considerato come un blocco psicologico fondato sul rapporto madre-figlio. Da qualche anno, si fanno strada nuove teorie in proposito: l’autismo, come il mongolismo, avrebbe un’origine non psicologica, ma neurologica. Un ’alterazione dei cromosomi sarebbe forse alla base di questo mondo interiore che ognuno di questi bambini si costruisce per sfuggire la realtà. L’autismo non si guarisce.
Apertura delle scuole, settembre ’89: Magali, Guendalina, Alessandro, vanno a scuola, tre giorni alla settimana nel Collegio dei Piccoli Cantori dalla croce di legno a Glaignes. Questo è un collegio un po’ diverso dagh altri: 108 bambini, dalla voce celebre nel mondo intero, seguono le elementari e le medie.

Una maestra specializzata e un ’educatrice sono le insegnanti a tempo pieno dei tre bambini. Ci spiegano: «I bambini autistici non possono seguire la scolarità normale. Per ora diamo loro dei corsi che corrispondono all’asilo. L’obiettivo che ci proponiamo è insegnar loro ad adattarsi, a socializzare con gli altri bambini della scuola».
Per loro c’è una piccola aula dove le due giovani insegnanti raccontano storie, fanno fare disegni e collages, organizzano giochi d’osservazione: «Ogni bambino ha un grado di autonomia diverso. Le loro acquisizioni sono molto eterogenee; per esempio, uno di loro manipola con molta destrezza i giochi elettronici, ma non va da solo in bagno».
Ogni bambino ha un tavolo personale; qui l’insegnante gli affida un lavoro in funzione delle sue capacità e dei suoi centri di interesse.
I progressi più notevoli avvengono fuori della classe; durante la giornata, Alessandro, Guendalina, Magali, stanno con gli altri bambini. «Giocano con loro in cortile durante la ricreazione, mangiano insieme alla presenza degli altri», spiega la maestra. «I bambini autistici si costruiscono dei punti di riferimento tutti loro, con riti a volte incomprensibili. Per loro, il semplice fatto di stare vicino ai bambini e al personale della scuola, implica una buona dose di frustrazioni. Queste sono molto importanti perché attraverso di esse, imparano che non si può far tutto e che non tutto è loro dovuto. Poco per volta, capiscono che non possono fare quello che vogliono con le cose degli altri; scoprono che ci sono dei limiti, delle regole da rispettare. Una volta passata la prima frustrazione, tutto poi va meglio».
E così Magali ha imparato a mangiare da sola, Guendalina non versa più tutta l’acqua della caraffa sulla tavola, Alessandro accetta poco per volta la presenza di un estraneo accanto a sé.
Questa esperienza di socializzazione è una delle prime in Francia.

Quando i bambini avranno raggiunto l’età adulta, avranno più facilità di evolversi in un ambiente sociale normale: a Vogliamo dar loro il massimo delle possibilità per vivere il meglio possibile nella società!» spiega ancora una delle due educatrici.

Pascal Neau, da Courier Picard – Gennaio 1990

Bambini autistici a scuola ultima modifica: 1990-03-20T10:37:51+00:00 da Redazione
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