Chi di noi non ha partecipato a qualche celebrazione della Chiesa in cui le persone altrimenti abili non erano benvenute? Dobbiamo però riconoscere che tristi eventi di questo tipo diminuiscono. La Chiesa sta cambiando. Diviene più evangelica. Non è però facile entrare in pratiche che sembrano nuove, della novità di un’accoglienza che il nostro Papa Francesco ricorda invece essenziale per vivere il Vangelo. Accogliere un piccolo per il mondo, è accogliere Cristo.

È quasi cieco il prete gesuita che ha pubblicato su Civiltà Cattolica un articolo sulla disabilità nella Chiesa. Il problema delle persone con disabilità viene dagli schemi mentali della nostra cultura che, anche nella nostra Chiesa, rispetta soprattutto i potenti, i vincitori degli eventi complicati della vita umana. Le persone con disabilità sono i vinti, incapaci di gestire da soli la loro vita nelle nostre società. Anche l’interpretazione abituale della disabilità da parte dei teologi è spesso stata fatta senza reale attenzione al Vangelo, ignorando la risposta di Gesù quando è stato interrogato a proposito del cieco nato: «Chi ha peccato (…) perché egli nascesse cieco? – Né lui né i suoi genitori» (Gv 9,1-12).

Justin Glyn, autore dell’articolo su Civiltà Cattolica, è nato nel 1972 in Namibia; i suoi occhi erano già mal formati. Cresciuto in Sud Africa, è poi andato in Nuova Zelanda. Da giovane ha lavorato nel mondo della solidarietà, da giurista è stato particolarmente attento ai rifugiati. Entrato nella Compagnia di Gesù, è stato ordinato nel 2016, completando poi i suoi studi giuridici in Canada. I suoi occhi rimangono ciò che sono stati sempre: molto deboli.

Glyn respinge l’idea (che contraddice il Vangelo) che la sua “disabilità” sia una dannazione per qualche peccato, o un’opportunità per partecipare alla salvezza degli altri grazie alla sua sofferenza. Dio non è cattivo. La teologia deve essere rettificata, cristianizzata. La fede cristiana – o la contemplazione del Vangelo di Gesù – annuncia che Dio è accanto a tutti, e soprattutto a chi è respinto dalla società perché meno capace. La mentalità per cui l’uomo dovrebbe essere naturalmente perfetto come Dio, cioè dovrebbe essere Dio per essere amato da lui, è assurda.

«Secondo la dottrina cristiana – scrive Glyn – (…) la presenza del divino nella nostra vita ci incontra là dove siamo, operando sulla nostra bontà creaturale e agendo sulle doti naturali, sui limiti e sui talenti» di ognuno. I più forti non sono i preferiti dal Vangelo. Un vecchio teologo del IV secolo, Gregorio Nazianzeno, diceva che «ciò che non è stato assunto [dal Cristo], non è stato guarito». Il Signore si preoccupa dei meno dotati.

Il concilio Vaticano II è stato consapevole dell’importanza di questo detto, che è fondamentale per capire come il Signore ci salva dal male, venendo in mezzo a noi, essendo anzi impotente sulla croce come noi sulla nostra croce, portando poi sul suo corpo risorto le ferite dei chiodi. L’amore di Cristo ci congiunge a Dio, ci porta nel suo cuore, non importano i nostri titoli. Il nostro onore è di essere amati dal Cristo. «Cristo è in mezzo a noi, assumendo – scrive ancora Glyn – il nostro corpo menomato, mutilato e torturato».

La nostra cultura della potenza non può capire il Vangelo senza convertirsi. Le persone con disabilità non sono accolte da un mondo competitivo, superficiale e violento. La disabilità chiama invece alla comunione ecclesiale, all’essere insieme, al pane eucaristico, un pane e tanti pezzi da condividere, corpo di Gesù offerto a tutti, condiviso nella Chiesa viva.

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Perché non ascoltiamo la risposta di Gesù? ultima modifica: 2020-02-18T13:59:55+00:00 da Paul Gilbert

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