Quando i ragazzi handicappati mentali escono dalla scuola dell’obbligo, bene o male che sia stato fatto, l’insegnamento finisce. E dopo? Le iniziative sono insufficienti sia per qualità che per numero. Perciò, quando ci hanno parlato del Centro di Vicenza come qualcosa di originale siamo andati subito a conoscerlo. Ve lo proponiamo perché sia modello, stimolo per aiutare a superare lo stato di passiva accettazione di quel che c’è.
È possibile trovare in un centro per handicappati mentali spirito d’amore e insieme metodo scientifico?

Bruno è un ragazzo Down. Occhi azzurri, capelli biondi, ora serio, quasi impenetrabile, ora con la faccia illuminata in un gran sorriso.
“Vuoi mostrare come lavori?”, gli domanda Egle che ci sta accompagnando in giro per il Centro.
Bruno accende il sorriso radioso, poi ci precede su per le scale. Il laboratorio di ceramica dove entriamo, vuoto perché è ora di pranzo, grande, luminoso, rivela una produzione notevole in qualità e quantità.
Bruno va a uno stipo, prende un grembiule, lo indossa, siede al banco di lavoro, prende un pezzo di creta, ne stacca una pallina, la schiaccia in una sfoglietta, la accartoccia. Fa un’altra sfogliata e la dispone attorno alla prima. In due minuti, intensi e silenziosi fa, perfetta, una di quelle roselline che poi, cotte e smaltate, saranno costose decorazioni. L’armonia, la proporzione, la disposizione, il tocco amoroso del polpastrello del mignolo a dare l’ondulazione delicata dell’orlo del petalo mi lasciano confuso, assorto, incantato mentre guardo fiorire la rosellina grigia. E questi noi li chiamiamo minorati? Bruno rialza la testa, porge la rossellina finita e apre un altro dei sorrisi.
Siamo venuti a vedere questo Centro a Vicenza, perché ci avevano detto “vale la pena”. Ed è vero.
È caratterizzato – perciò diverso dagli altri centri per handicappati che abbiamo conosciuto – da un alto grado di professionalità e dall’affetto per gli allievi (handicappati mentali dai 14 ai 34 anni che siano capaci di fare almeno una delle azioni della vita quotidiana; non handicappati motori gravi perché vi sono barriere architettoniche).

Professionalità non solo nell’insegnamento delle tecniche che i ragazzi praticano (ceramica, taglio e cucito, fotografia, orticoltura) ma anche nei metodi educativi (musicoterapia, danzaterapia nell’ambito dell’espressione corporea, educazione psicomotoria, ecc…).
Girando per i laboratori, le aule, i corridoi, viene da dire che non pare un centro per handicappati: ci si trovano la freschezza e la cura dei particolare, quel po’ di disordine caldo, quelle immagini, quei colori che si trovano nelle camere dei bambini con la famiglia “giusta”, nelle aule delle scuole elementari intelligenti e non oppressive.

Girando per i laboratori si percepisce la freschezza e la cura dei particolari, quel po’ di disordine caldo, quelle immagini, quei colori che si trovano nelle camere dei bambini con la famiglia “giusta”, nelle aule delle scuole elementari intelligenti e non oppressive.

Come nasce questa unione poco comune fra l’alta professionalità dei servizi prestati a questi settanta “giovani con difficoltà psichiche e intellettive” e la partecipazione umana, l’affetto, di istruttori e dirigenti verso i ragazzi?
All’orgine lontana, c’è l’opera di un Frate Minore, padre Eletto Bottega, che nel 1947 comincia ad aiutare persone emarginate specie donne senza lavoro. Raccontare la vicenda dell’Opera dal primo piccolo laboratorio di maglieria e trapunte di un vecchio edificio nel centro di Vicenza, all’attuale Centro con i suoi edifici, giardini serre, laboratori e con la fattoria, non è opportuno benché sia storia avvincente. Conviene piuttosto tracciare lo sviluppo recente dell’Opera Francescana Charitas, che, intanto, non ha nulla a che fare né con l’Ordine Francescano, né con la Charitas.

L’attuale Centro di Formazione Professionale Speciale nasce nel 1970, con una ventina di ragazzi e ragazze dai 14 anni in su. Sulla formazione professionale, nei limiti in cui può essere ottenuta, prevale l’educazione psicofisica e lo sviluppo delle personalità e delle possibilità dei ragazzi.

In quel periodo, racconta la direttrice Egle Bottega, non c’erano in Italia uffici studi né istituzioni specializzate a cui riferirci. Viveva solo qualche iniziativa, come piccoli gruppi dell’ANFFAS o la comunità di Capodarco.
Cominciammo col laboratorio di Ceramica, industria attiva nella zona. Ma presto ci accorgemmo che il lavoro non bastava, che ai ragazzi con difficoltà motorie o di percezione visiva o uditiva si dovevano fornire stimoli diversi; che quelli che sapevano un po’ leggere e scrivere se ne dimenticavano, e che molti che venivano dall’inserimento nella scuola dell’obbligo non sapevano leggere né scrivere: perciò istituimmo attività prelinguistiche. Quando chiedevamo informazioni ci scoraggiavano con la risposta che ormai, a 14-15 anni, non si poteva fare più nulla per i ragazzi. Avviammo poi l’attività psicomotoria. Nel frattempo era sorta un’associazione, con tre persone che avevano preso l’impegno del Centro come scelta di vita e altre 22 che fornivano prestazioni professionali.
Tutti quelli che lavorano per il Centro vengono prima per un periodo di “conoscenza”. Quindi, se decidono di restare, sempre su una spinta di ordine morale, umano, cristiano, lavorano nell’ambito di un regolare contratto professionale, seguendo il metodo che abbiamo sviluppato in questi anni, e tutti approfondiscono la specializzazione che hanno scelto, anche all’estero se non è possibile in Italia: siamo andati a imparare a Londra e Parigi, a Heindelberg, in Argentina.
Quanto ai volontari, abbiamo visto che, se non sono ben preparati e se la loro azione è saltuaria o molto limitata nel tempo, a noi danno più problemi che vantaggi, specie nei riguardi del delicatissimo universo affettivo degli handicappati.

Attività motorie nel Centro Formazione Professionale dell'Opera Francescana Charitas

Bruno del Centro Formazione Professionale dell’Opera Francescana Charitas

I ragazzi ricevono dunque servizi di alto livello tecnico e basta vedere il sorriso, la carezza, l’abbraccio quando incontrano un istruttore per capire come è il rapporto affettivo. Ma che cosa succede quando lasciano il centro? Come li accoglie il mondo del lavoro? Che rapporto c’è con l’esterno, con le istituzioni?
Qui si presentano i problemi maggiori, risponde Egle. I rapporti con l’esterno sono buoni. Per 30 ragazzi che frequentano i corsi professionali, la retta è pagata dalla Regione; per altri 40 che frequentano, siamo convenzionati con i comuni di provenienza. Adesso, secondo la nuova legge regionale, il compito di pagare passa alla USL: speriamo che non sorgano problemi.

Ma l’inserimento nel mondo del lavoro è difficilissimo.
I ritmi di lavoro dei ragazzi sono irrimediabilmente diversi rispetto a quelli esterni. Il lavoro che facciamo tendente allo sviluppo umano e alla socializzazione spesso non viene capito: “Questa è una scuola professionale? che i ragazzi imparino un lavoro, magari anche il gesto ripetitivo che farebbe un automa!” ma per chi vuole questo risultato, l’Opera Charitas non è il centro giusto. Abbiamo ormai sperimentato che il lavoro che i ragazzi praticano va considerato prima come ergoterapia, poi, se possibile, come avvio a una professione.

Ma che cosa succede quando lasciano il centro? Come li accoglie il mondo del lavoro? Che rapporto c’è con l’esterno, con le istituzioni?

L’inserimento nella vita, i rapporti con l’esterno li cerchiamo per quanto sono possibili ai ragazzi. Per esempio chiediamo ai genitori che iscrivono i figli di mandarli al Centro con i mezzi pubblici.
Il rapporto con l’esterno, specie con la famiglia, ci interessa al massimo, perché è una condizione primaria dello stato del ragazzo. Abbiamo sperimentato che senza i genitori non possiamo lavorare, perciò rapporti con loro li abbiamo un po’ spostati dal piano umano, spontaneo, della consolazione, che finiva per l’assorbire quasi tutte le nostre energie e non giovava ai ragazzi, al piano professionale. Ora la famiglia che chiede di iscrivere il ragazzo incontra prima il nostro psicologo che stende una relazione per tutto il gruppo di educazione.

Noi del gruppo prepariamo uno schema di domande, e poi abbiamo un incontro collettivo con la famiglia. Quindi all’inizio dell’anno scolastico teniamo un incontro con tutte le famiglie nel quale gli istruttori spiegano che cosa intendono fare e si illustra come si attuerà la collaborazione con le famiglie. In seguito, da settembre a febbraio c’è un periodo di osservazione, in cui ogni operatore fa la sua analisi di ogni ragazzo sommandola poi alle analisi degli altri operatori.
Alla fine di questo periodo di studio si definisce la programmazione di gruppo che mira alla individualità del soggetto.
D’estate infine, portiamo i ragazzi per due settimane al mare. Ad agosto il centro è chiuso.

Il ritratto del Centro ottenuto visitandolo e dalle parole della direttrice, Egle Bottega, si arricchisce delle varie attività, delle tecniche di riabilitazione fisica e di sviluppo psichico. Ne deriva una conferma della sua caratteristica di alto livello tecnico e di vero calore umano. E, a mano a mano, se ne deduce una seconda caratteristica, che poi, a pensar bene, è condizione della prima: il Centro è diretto e condotto non da una persona con collaboratori subordinati, ma da un vero gruppo educatore i cui componenti sono mossi da un forte spirito comune di natura morale, cosicché le tensioni, rivalità, lotte di potere, qui non sembrano trovar posto, a tutto vantaggio dell’efficienza del Centro e del rapporto costruito insieme fra quelli che lo conducono e lo frequentano.

– di Sergio Sciascia, 1983

Sergio Sciascia, nasce a Torino nel 1937 ma si trasferisce a Roma con la famiglia pochi anni dopo. Fin da piccolo manifesta una spiccata passione per lo scrivere e per il capire le cose che lo circondano, e di questi due aspetti farà il mestiere di una vita. Una collega, amica della primissima Fede e Luce romana, mette in contatto Sergio con Mariangela Bertolini e con l’idea di trasformare il ciclostilato “Insieme”che legava le poche comunità italiane di Fede e Luce in qualcosa di più. Era l’autunno del 1981. Nasceva Ombre e Luci e Sergio accettava di esserne il direttore responsabile.

Sergio Sciascia

Giornalista

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.2, 1983

Ombre e Luci n.2 - Copertina

SOMMARIO

Editoriale

Speranza a dura prova di Mariangela Bertolini

Dossier: Conoscere l'handicap

Lorenza di Marie Claude Fabre
La paralisi cerebrale infantile di Roger Salbreux
Intelligenze prigioniere di Nicole Schulthes
Fermatevi per ascoltarci di Patrick
Terapia con il cavallo di Sara Mc Allister
Per esempio a Vicenza di Sergio Sciascia

Rubriche

Dialogo Aperto n.2
Vita Fede e Luce n.6

Libri

L'educazione religiosa degli handicappati nelle opere di Henri Bissonier, Maria di Gialleonardo
L'assistenza educativa al bambino con paralisi cerebrale nella prima infanzia, Adelaide Grisoni Colli
Non temere, Jean Vanier

Vicenza: il Centro di Formazione Professionale dell’Opera Francescana “Charitas” ultima modifica: 1983-06-29T16:09:22+00:00 da Sergio Sciascia

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