«Sulla poltrona del dentista, un paziente con disabilità poco collaborante e un altro senza disabilità ma odontofobico, non sono poi così diversi. Fondamentali, per trattare entrambi, rimangono una certa predisposizione d’animo e la possibilità di una relativa collaborazione da parte del paziente per affrontare ogni tipo di terapia dentale. Anche con mia sorella Silvia [che ha una disabilità intellettiva, ndr] non è sempre facile, nonostante la familiarità e l’abitudine: se pure abbastanza collaborante, non è così strano che cominci a parlare proprio mentre ho l’ago in mano!».

Come odontoiatra e fratello di una persona con disabilità, Paolo Magnanelli conosce i grossi limiti imposti proprio dalla collaborazione dei pazienti per decidere il percorso terapeutico da fare. «Per ogni caso che mi si presenta, devo saper trovare un compromesso tra velocità dell’intervento e accuratezza necessaria per la sua effettiva realizzabilità secondo i protocolli prescritti. E quando non ottengo una collaborazione anche minima, eventualmente con il supporto di un familiare, l’unica alternativa diventa la sala operatoria. I limiti e i costi di questa soluzione però non sono così imprevedibili. Soprattutto, devo decidere quale sia il tempo disponibile per effettuare un tipo di terapia o un’altra. Se il problema è acuto, la soluzione è più immediata. Ma se l’indicazione fosse in ambito protesico, allora una seduta probabilmente non sarà sufficiente e dovrò decidere di conseguenza: non è un caso che tante persone con disabilità adulte abbiano denti mancanti. Non posso proprio ipotizzare una riabilitazione protesica nel tempo dato da una seduta in sedazione».

Rinunciare a un dente rappresenta un danno non solo estetico ma anche funzionale di non così trascurabile valore. Se pure divenisse inevitabile, per farlo almeno il più tardi possibile «l’unica operazione veramente importante sarebbe quella relativa all’igiene, non solo personale ma anche professionale periodica: quando si arriva al dolore, la soluzione rimane spesso solo una toppa che copre il danno (un dente non guarisce dalla carie e non ricresce).

Purtroppo, la cultura della salute dentale non è ancora un’abitudine diffusa. Importante sarebbe anche pianificare controlli periodici soprattutto quando le terapie farmacologiche diventano croniche. Spesso, infatti, i farmaci utilizzati nei casi di disabilità legata alla sfera psico-cognitiva sono di tipo psichiatrico e possono avere effetti sulla tenuta del parodonto, che è tutto quello che sostiene il dente nel suo sito naturale (gengive, legamenti, eccetera). In casi come questi (che valgono anche per alcuni farmaci che controllano l’ipertensione e che possono causare una ipertrofia gengivale), così come si effettuano controlli ematochimici, andrebbe effettuato un controllo periodico in più dal dentista».

Lo sappiamo bene, prevenire è meglio che curare. I dati Istat del 2019 indicano però che solo il 16% delle famiglie dichiara una spesa per cure dentali. Il dato diminuisce ulteriormente al 9% per le famiglie in fasce di reddito basse: decisamente poco nella prospettiva preventiva periodica, ma perfettamente comprensibile per i costi da sostenere per famiglie sempre più in difficoltà (e quelle con un componente con disabilità ancor di più) e per la scarsa disponibilità di risorse pubbliche investite nel sistema sanitario nazionale. La diffusione della cultura della salute dentale passa anche da questo.

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.164

Copertina di Ombre e Luci n. 164 (2023)

Andare dal dentista ultima modifica: 2024-02-19T11:13:28+00:00 da Cristina Tersigni

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