Scendevamo per una strada sterrata e uno scoiattolo ha attraversato. “Guarda Yuri, uno scoiattolo!”. Lui non ha fatto in tempo a vederlo… “Me lo sono perso!”. Mi ha fatto riflettere: esperienze come queste riaccendono il desiderio di vedere le cose. Quel “me lo sono perso” non è una frase per lui solita in comunità, spesso rimane un po’ distaccato dalle cose intorno». Yuri è una delle persone con disabilità della comunità L’arcobaleno di Quarto Inferiore (Bologna), la seconda delle tre realtà dell’Arche per anzianità presente sul territorio italiano; Stefano, che racconta l’episodio, è uno degli assistenti. L’esperienza che si vive all’Arche, residenziale o di laboratorio, mette costantemente al centro le persone: ognuna di queste – ospite, operatore o volontario, «nessuna perfetta, ma unica e irripetibile, con la sua storia e il suo essere qui e ora» – è «fondamentale per costruire, giorno dopo giorno, un’esperienza di accoglienza e condivisione, fermento di crescita per tutti».

Una crescita che si vive nelle avventure quotidiane ma anche in alcune decisamente straordinarie: quella della seconda settimana di ottobre ne è un esempio. La strada sterrata in cui Yuri si è perso lo scoiattolo è un tratto di Francigena percorso in tandem da un gruppo della comunità: partiti da Bologna, destinazione Roma in 8 giorni per festeggiare i vent’anni di vita de L’Arcobaleno e raggiungere la comunità del Chicco di Ciampino, prima realtà italiana dell’associazione internazionale nata in Francia.

Ci sono tanti luoghi comuni, lo vediamo quando passiamo coi tandem. Molti rimangono meravigliati: quanti limiti nel nostro modo di pensare!

La «surreale idea» di un viaggio vacanza in tandem nacque un paio di anni fa quando Luca e sua figlia Chiara, entrambi parte della comunità, parteciparono a un viaggio in bici con altre persone con disabilità (più o meno visibili): un giro per l’Emilia Romagna su ruote (una hand bike, tandem assistiti e bici normali) alla scoperta inconsueta di luoghi interessanti, documentato nel bel film Tanta Strada (regia di Lorenzo K. Stanzani, è reperibile su Rai Play). L’esperienza fu così bella per entrambi che a Luca venne in mente di allargarla a parte della comunità. «Abbiamo capito – spiega Errani in uno dei momenti ripresi durante il tour da Stanzani – che ad alcuni non interessa la vacanza ed è felice dov’è. Ma ci sono quelli che invece hanno bisogno di qualche cosa di più ed è giusto provare a darlo».

Organizzare il viaggio non è stato facile. Recuperare i tandem con pedalata assistita, allenarsi, coinvolgere partner sensibili al progetto; pianificare la raccolta fondi per permettere alla carovana di muoversi in sicurezza, alloggiare una ventina di persone accompagnate da Matteo, guida specializzata in viaggi in bici (della Fondazione Silvia Parente insieme a Davide), programmare le singole tappe e sceglierle secondo le possibilità di ciascuno. Sara, Steve, Antonia, Gianluca, Davide, Federico e Alessandra, Chiara e Yuri si sono alternati nelle singole tappe per non stancarsi troppo. Alcuni, da Quarto, hanno raggiunto la cordata principale per tappe di un giorno. Come Bianca che, in sedia a ruote, ha seguito i compagni in quella finale a Roma su un cargobike modificato, messo a disposizione da Aspassobike. O il giovane Federico che, accompagnato dalla madre, ha vissuto un giorno in tandem dietro Stefano: «È la prima volta che dorme fuori da solo! Lui magari dormirà, noi siamo un pochino più agitati. Però è giusto che anche lui faccia le sue cose. Qualche anno fa non ci saremmo aspettati che potesse fare qualcosa del genere e invece è accaduto!».

 

 
 
 
 
 
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Le tappe previste hanno subito qualche cambiamento, ma alla fine la sensazione di arrivo a Roma (con l’ultima difficile tratta nel caos del centro, tra irragionevoli barriere architettoniche) ha dato a tutti grandissime soddisfazioni. Antonio compreso: uno dei ragazzi di Fede e Luce (sorella minore dell’Arche nel mondo, con le sue 1500 comunità di incontro) si è unito, insieme ad altri amici, alla tappa finale ed era così felice da piangere commosso all’arrivo all’università statunitense Notre Dame (che, con il docente, amico ed ex operatore Michael Driessen, ha aperto le porte della sua sede nei pressi del Colosseo per l’accoglienza e il ristoro dei ciclisti).

Anche da chi aveva minore familiarità con la disabilità intellettiva, il viaggio è stato vissuto come una vera scoperta: l’ascolto, la fiducia, i necessari riposi e le pause che in altre situazioni si danno per scontate, qui non lo sono state. «C’è sempre la relazione. Si sta al mondo in una maniera differente, io ho imparato il lato emotivo, che cosa vuol dire un vero abbraccio, a fidarmi dell’altro» sottolinea uno dei ciclisti aggregati. E il tandem è un veicolo che trasmette perfettamente questa esperienza. Soprattutto però il tour voleva essere – ed è stata – una vera vacanza. E un modo diverso per farsi riconoscere, anche attraverso il passaparola mediatico. «Quello che vivono queste persone – spiegava Luca durante il percorso – difficilmente lo vivranno altri, invece mi piacerebbe allargare questa possibilità. Ci sono tanti luoghi comuni… Lo vediamo quando passiamo coi tandem: molti rimangono meravigliati, non hanno mai pensato che potesse realizzarsi qualcosa di simile. Ci sono così tanti limiti nel nostro modo di pensare! Spero che l’anno prossimo l’avventura si ripeta perché, insieme, sono dei bei momenti per tutti».

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n. 160, 2022

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Otto giorni per vent’anni ultima modifica: 2023-01-18T11:40:00+00:00 da Cristina Tersigni

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