Nella notte tra il 23 e il 24 dicembre 2020 Daniele Corrias è morto a Villa Alba a Fontenuova (Monterotondo), struttura dove viveva da un anno a seguito della scomparsa di sua madre Vittoria. Era nato il 16 settembre 1973 a Roma, dove da molti anni faceva parte della comunità di Fede e Luce di San Roberto.

Una mattina ti ho osservato mentre ti svegliavi. Hai aperto gli occhi. Per qualche secondo sei stato immobile, pensieroso. Tutto normale, proprio come una persona qualunque, pronta a vivere la sua giornata. Poi qualcosa è scattato: ancora disteso, le tue braccia si sono alzate e messe in quella posizione strana e fissa in cui ci hai abituato a vederti, leggermente separate e piegate davanti al tuo viso. In quel momento mi è sembrato di vederti calare, anche quel giorno, infaticabile, nel ruolo che la vita ti ha assegnato per ogni tua giornata. Intorno a te ho visto alzarsi la gabbia dell’autismo, quasi rappresentata dalla posizione statica delle tue braccia.

Ti chiamavo e ti chiamo ancora “amico” ma sempre con un senso di misera inadeguatezza. Un amico è presente e non solo con il pensiero. Presenza concreta, quando serve. È capitato e capita spesso a Fede e Luce di misurarsi con la parola amicizia.

Più volte ti ho chiesto scusa per le mie prolungate assenze. Con qualche parola ti ho chiesto comprensione. Tu hai sempre risposto con i fatti di una vicinanza che non ho mai considerato scontata, di una partecipazione al nostro tempo insieme. Sentivo che mi ascoltavi.
In questi ultimi mesi ho immaginato spesso il momento in cui ti avrei incontrato di nuovo. Temevo di trovarti cambiato fisicamente e molto provato interiormente. Speravo di nuovo nel tuo perdono per quest’ultima assenza così prolungata, proprio nel momento più difficile della tua vita. Come spiegarti delle difficoltà pratiche? Sognavo nuove camminate, nuova spensieratezza con i nostri amici di sempre, nuova vicinanza, nuove scoperte, nuova strada.

Qualche anno fa, ho letto questa frase: «La disabilità non è una condizione personale di salute. La disabilità sono relazioni umane non corrisposte». Quanto questo è più dolorosamente vero per l’autismo, laddove le relazioni sembrano veramente possibili solo in modo diretto, in presenza, senza poter riempire i tempi delle lontananze con il palliativo di telefonate, messaggi, social.

Con un certo senso di vergogna per i miei limiti, sapendo poco o nulla di questo tuo ultimo anno, penso a quanto tu possa esserti sentito perso e solo per così tanto tempo, senza avere più accanto l’affetto infinito e costante di tua mamma (…perdonaci anche tu, Vittoria!), senza vedere più gli affetti che conoscevi. Penso tu abbia attraversato un lungo e mostruoso deserto, il tratto più buio del tuo già difficilissimo cammino in questo mondo. Un cammino da eroe. Spero che in questi mesi qualcuno – lì dove stavi o anche dal Cielo – ti si sia avvicinato e ti abbia offerto un po’ di calore e affetto.

Dani, ho immensa gratitudine per il tempo trascorso insieme. Mi vengono alla mente un turbinio di piccoli ricordi che considero preziosi. Mi fa bene ora andarli a cercare uno a uno nella memoria. Li condivido qui pensando che tanti amici, ritrovandocisi, potranno sentire lo stesso calore o forse sorridere scoprendo qualcosa di nuovo. Chissà quanti altri ricordi verranno alla mente nei prossimi giorni; chissà quanti altri ricordi hai seminato nei cuori di tanti amici. Il tuo modo di prendere il bicchiere infilandoci due dita, ma con aria elegante. Il tuo rubare cibo e bevande a ogni occasione utile. Quello yogurt che, dopo ogni pasto, ti piaceva così tanto anche se inzeppato con così tante medicine che avrebbero steso un cavallo mentre per te era l’abitudine.

Il tuo incedere distaccato, sempre sulle punte dei piedi, polpacci d’acciaio, a volte strusciando continuamente una delle tue costosissime scarpe ortopediche fino a bucarne la punta, altre volte battendo la mano su pareti e mobili come per saggiarne la solidità. Quel tuo equilibrio incredibile su qualunque sentiero, nonostante l’appoggio instabile.

La strana posizione delle dita di quella tua mano sinistra fissa sopra la fronte: così innaturale, sempre identica. L’indice della mano destra con cui arrotolavi all’infinito un riccioletto sulla fronte, sempre quello, quando non te lo tagliavano prima per evitarti di farti male. Quelle strane stereotipie che ti causavano così tanti problemi fisici come i tanti calli sulle mani o quella piaga che ti venne una volta sul mento solo perché avevi preso a passarci continuamente il dorso della mano; la distrazione e il divertimento di una vacanza con gli amici fu una medicina infallibile per curare quella ferita e dimenticarsi di quella incomprensibile abitudine.

Il tuo porgere la guancia su richiesta o di tua iniziativa per ricevere un bacetto dall’amico o dall’amica di turno, preferibilmente l’amica… Le giornate in cui misteriosamente cercavi di stringerci le mani il più forte possibile o di graffiarci con l’unghia del pollice fino a farci male, a volte in silenzio, altre volte cercando il nostro sguardo o addirittura ridendo: ancora ricordo come friggeva l’acqua ossigenata la sera su tutte quelle piccole ferite.

Le tue improvvise corse a braccia alzate, veri e propri scatti accompagnati da quel grido prolungato che faceva da sirena e che abbiamo sempre vissuto come tue manifestazioni di entusiasmo e libertà. Era un vero piacere vederti correre, soprattutto se lo facevi nell’ambiente protetto dei grandi prati della Bicoca; un po’ meno se succedeva nelle strade, in mezzo alla gente che rimaneva pietrificata. Le risate che ogni tanto facevi a mezza bocca, altre volte belle sonore, ripetendo in continuazione lo stesso suono mentre ti si illuminava il volto. Che momenti magici!

Le albe silenziose viste camminando insieme intorno alle case dei nostri soggiorni e i chilometri fatti da mattina a sera. Le nostre traiettorie sempre gravitanti intorno alla cucina. Le passeggiate sul lungo mare qui vicino Roma; quella volta che chiedevi un bacetto ogni 5 passi.

I salti e le risate che qualche volta facevi in piscina dopo che vincevamo la tua ritrosia a entrare in acqua. Le ore di siesta pomeridiana di una vacanza al mare in cui abbiamo percorso avanti e indietro infinite volte i pochi metri di uno stesso pontile mentre gli altri riposavano. Lo sguardo che mi hai indirizzato quel giorno al mare dopo che ti sei rialzato dall’ondata bestiale che ci ha sbattuti entrambi sul fondo. L’altro sguardo parlante che mi hai indirizzato quella volta che sei caduto in doccia a causa di una mia scelta non troppo intelligente nel preparare la pedana.

Quelle rare e preziose volte in cui ci piazzavi i tuoi occhi nei nostri, tu che avevi sempre uno sguardo così sfuggente e imperscrutabile. Lo facesti per un’intera giornata il giorno dopo la visita alle Grotte di Frasassi di tanti, tanti anni fa. E chi se lo scorda? Quel giorno ci bloccavi ripetutamente e ci guardavi dritto e fisso.
Le tante messe a cui abbiamo partecipato a modo nostro, gironzolando dentro e fuori dalle chiese. Quella volta che, durante una messa estiva, hai deciso di sdraiarti sul corridoio centrale per sentire il fresco del marmo sulla schiena, tra sguardi incuriositi, empatici o sdegnati. Quell’altra volta che sei rimasto con l’Eucarestia poggiata o, per meglio dire, ben appiccicata sulla lingua per tanti lunghi secondi, senza deciderti a portarla in bocca (preso dal panico, mi immolai in modo un po’ scabroso ma ineccepibile per risolvere la situazione di fronte al ministro dell’Eucarestia).

La stanchezza di certe nottate difficili in cui non sembrava proprio possibile dormire. Il tuo alzarti ripetutamente. La necessità di nascondere tutto per evitare spiacevoli incidenti. Le volte che di notte ti trovavo al bagno che provavi a mangiarti il dentifricio. Quella tua mano spalancata che, nei momenti difficili, dovevamo fermare prima che colpisse ripetutamente la tua fronte fino a farla diventare viola, a volte per un manifesto stato di disagio, altre volte, quando sembravi felice e sereno, non capivamo neanche noi perché.

Le grida di rabbia che ogni tanto lanciavi allargando e stendendo le braccia, tu solo sai perché. Quello stato di nervosismo che ti attribuivo negli ultimi giorni dei nostri campi e che, forse, era più mio che tuo.

Le lacrime che, almeno un paio di volte, ho visto scendere silenziose sulle tue guance mentre ti riaccompagnavamo a casa alla fine delle nostre vacanze. Il tuo rientrare a casa e camminare verso le tue stanze per riprendere, eroe, la vita di sempre, quasi senza salutare né mamma che ti accoglieva amorosa, né noi che ti rincorrevamo per un ultimo bacetto.

L’emozione dei tanti amici che, nel tempo, hanno scoperto la tua persona, proprio come è successo a me. Grazie per ogni momento passato insieme! Dani, stacci vicino da lassù; aspettaci ancora.

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Una mattina ti ho osservato mentre ti svegliavi ultima modifica: 2021-01-13T11:33:20+00:00 da Stefano Pescosolido

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