«Qui devo segnalare un elemento di strategia urbana». Possono assumere tanti volti queste strategie quando si tratta di esercitare il diritto alla socialità, all’uscire la sera, allo stare in compagnia oltre le mura domestiche. Ma nel quotidiano, andare a mangiare fuori per una persona con disabilità cos’è? Un diritto sacrosanto, un miraggio vicino ma inesistente, una fatica immane, una scelta complessa radicata nell’idea di cittadinanza e di comunità? O è tutto questo allo stesso tempo? Le risposte possono essere e sono diverse, come attestano i contributi di questo focus.
In un suo recente scritto, Alberto Vanolo – docente di geografia politica ed economica all’università di Torino e padre di Teo – racconta, ad esempio, la sua «strategia urbana». Lo fa ne La città autistica (Einaudi 2024), manifesto in quattro punti nel quale lancia l’idea di un altro tipo di polis rispetto a quelle che conosciamo: una città aperta alla differenza, laboratorio giocoso in cui ripensare l’incontro con le neurodiversità.
Una volta a settimana padre e figlio vanno a cena fuori, scelta non scontata: gli imprevisti possono essere tanti. Innanzitutto dal lato del bambino che potrebbe infastidirsi o innervosirsi dinnanzi a situazioni nuove, mettersi a urlare o rifiutare di sedersi, disturbando gli altri avventori. Soprattutto però il problema è fuori Teo, ed è relativo a come verrà percepita la sua particolarità.

Vanolo è quindi accorto nello scegliere dove cenare. «Mi risulta più facile e rilassante frequentare locali periferici, marginali o, per utilizzare un termine un po’ abusato e inconsistente, “alternativi”. In questi luoghi (…) gli sguardi normativi sono meno penetranti, il clima è molto più tollerante e possiamo rilassarci maggiormente. (…) Il livello di percezione della stranezza appare molto basso, proprio perché parte della clientela è costituita da persone che a loro volta sarebbero considerate “fuori luogo” in spazi maggiormente centrali e alla moda». La scelta, in particolare, cade spesso su un locale «un poco decadente (…) dove l’autismo di Teo viene derubricato in modo straordinario».

Mentre cerchiamo di costruire questa nuova città che gioverebbe tanto a tutti, uscire di casa per una persona con disabilità richiede ancora valutazioni degne di una spedizione nello spazio. Perché quest’esperienza sociale, ludica e relazionale oscilla ancora tra essere un’utopia, un diritto negato e un semplice aspetto della vita?

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.165

Copertina_OeL_165_2024

 

Strategie urbane ultima modifica: 2024-05-30T07:58:00+00:00 da Giulia Galeotti

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