Il dolore di neonati e bambini resta un enorme mistero. Teologi, filosofi, biblisti, mistici, religiosi: per quanto ne abbiano parlato e scritto, nessuna voce di ieri o di oggi è riuscita a spiegarci perché Dio ammetta l’inaccettabile sofferenza fisica e spirituale dei più piccoli. Se Dio è amore, come può concepire, come può permettere che un bambino possa ammalarsi o venire menomato, torturato, abusato e ucciso? Come può permettere le mostruosità di cui parla la cronaca? O l’ingiusta sofferenza dei piccoli ricoverati nelle unità neonatali o nei centri comfort care per bimbi con patologie incompatibili con la vita?

Poi, un giorno, un lampo caldo di luce è venuto dalla lettura, un po’ casuale, del diario di una giovane mamma, Silvia Fasana, che in Giacomo, il mio piccolo missionario (Itaca, 2017, pagine 135, euro 13) ripercorre i mesi – lunghi quanto l’anno scolastico delle tre figlie maggiori – tra la notizia della nuova gravidanza e la morte di Giacomo, vissuto solo 8 ore. In mezzo, la scoperta della grave malformazione del feto, la diagnosi (il piccolo non sarebbe sopravvissuto alla nascita), le pressioni per l’aborto da parte di medici e ostetriche, la solitudine, il dolore – prepararsi alla nuova nascita, e preparare anche il funerale del nuovo nato –, la schizofrenia tra il desiderio di conoscere il bimbo che va crescendo dentro di lei e la consapevolezza che il momento dell’incontro avrebbe preceduto di pochissimo il momento del saluto.

Ebbene, c’è una scena meravigliosa in questo diario. Dopo le diagnosi ricevute a Dubai (dove Silvia vive con il marito e le figlie), la coppia torna in Italia per avere conferma della gravità della malformazione, incompatibile con la vita, che affligge il nascituro. Purtroppo la conferma arriva ma “appena la dottoressa mise la sonda dell’ecografo sulla mia pancia ci disse: ‘È un maschio! E, a parte il suo problema, sta bene'”.

Fino a quel momento il suo problema era stato considerato dai medici con cui Silvia aveva avuto a che fare, qualcosa di talmente grave da convincerli che morire sarebbe stato meglio che nascere; talmente grave da consigliare alla madre che abortirlo sarebbe stato preferibile ad accompagnarlo fino al termine naturale della gravidanza. Invece la dottoressa Vergani non si è limitata a guardare la malformazione, ma ha guardato anche il resto.

Perchè per la dottoressa Vergani Giacomo non è la sua malformazione; Giacomo è un feto, con una malformazione.

L’episodio dell’ecografia non è una risposta alla dolorosa domanda che rivolgiamo a Dio ogni volta che ascoltiamo e tocchiamo con mano la sofferenza dei bambini. Ma è un lampo caldo di luce, un balsamo delicato che ci aiuta a non impazzire di fornte a quel grande Perchè?

Giulia Galeotti, 2017

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.139


Viola e Mimosa n.139 ultima modifica: 2017-09-06T09:40:44+00:00 da Giulia Galeotti

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