Sedie vuote sul palco, cartoncini colorati, copricapi un po’ capricciosi, un fondale candido… indizi sparsi di quelle drammatizzazioni che a Fede e Luce chiamiamo mimi e che, nelle tre giornate trascorse a Pompei, si sono confermate splendide occasioni per vedere come si muove una comunità per andare incontro ad ognuno dei suoi preziosi membri.
Nella cittadella campana, alcune comunità italiane hanno realizzato bei momenti di racconti alternativi. Germoglio di Speranza, da Mazara del Vallo, ha animato i personaggi e i gesti descritti nel Magnificat, in cui chi interpretava Maria si dimostrava pienamente capace di trasmettere, con la sua danza gioiosa, quell’idea di vento leggero attraverso cui Dio si manifestò ad Elia (nonostante quel capriccioso copricapo – oppure proprio grazie ad esso? – continuasse a voler trovare una posizione non prevista). Come un pittore, una canzone dei Modà, è divenuta la tela evocata da quel testo in tutti i suoi colori ed emozioni. Con movimenti semplici e cartoncini colorati nelle mani dei personaggi il gruppo Condivisione di Fidenza ha fatto fiorire il palco muovendo raggi di sole. Da Messina, i membri di Edelweiss hanno composto ogni elemento di quel quadro di Meb divenuto poi il logo dell’associazione: un mare agitato, una barca e i suoi smarriti ma uniti passeggeri, le nuvole grigie e bianche e il sole che spunta dietro. Ogni elemento è stato utilizzato per descrivere con parole semplici tanti stati d’animo che ognuno può riconoscere come propri dando voce ad ognuna delle parti in gioco nelle comunità di Fede e Luce, genitori, persone con disabilità, amici.
Infine, la veglia al santuario: qui le parole evangeliche hanno illuminato l’assemblea in preghiera non solo nelle candele che, tra le nostre mani, hanno accompagnato l’ingresso in chiesa ma anche attraverso le ombre su un telo bianco. Il gruppo di San Pietro di Avenza ha curato la parte animata mentre le meditazioni e i gesti suggeriti all’assemblea sono stati preparati da un amico di Cuneo. Cinque immagini di Maria sono state testimoniate, anche qui, da voci di madri, padri, assistenti spirituali, amici e persone con disabilità, in un coro multisensoriale nel quale voci e corpi hanno reso la particolare varietà di mezzi e unità di intenti all’interno delle comunità.
Ceselli preziosi, ognuno di questi momenti, di quell’attenzione e quella cura che ci insegna Maria fin da quando Camille e Gerard, con i loro fragili figli Thaddée e Loic (e anche Mariangela e Paolo con la loro Maria Francesca) la cercarono a Lourdes, ormai più di 50 anni fa. Per continuare a cantare insieme con le parole dell’inno «Mille colori in un quadro di amici che io chiamo comunità!».

