Si chiamava Giulia. La incontrai per la prima volta una domenica nell’oratorio di Carugate, dove mi trovavo dal 2000, quando ero arrivato come prete novello, pieno di entusiasmo e voglia di fare. A presentarmela fu una coordinatrice della Fondazione Don Gnocchi di Pessano, che mi rivolse una richiesta esplicita: «È possibile inserire Giulia per qualche ora nelle attività ricreative domenicali dell’oratorio?». E subito dopo aggiunse: «Così da dare anche un po’ di respiro alla mamma».

Giulia era una ragazzina di 11 anni con una grave disabilità. Non parlava, ma capiva e si faceva capire; camminava, ma aveva bisogno di grande assistenza. Era la prima volta che ricevevo una richiesta del genere, e risposi di sì, pur ammettendo tutta la mia inadeguatezza. Non sapevo come inserirla in un contesto bello ma complesso come l’oratorio: un ambiente organizzato, strutturato, affollato e a tratti caotico. Allora non immaginavo che quel «sì» avrebbe cambiato per sempre non solo il mio modo di fare il prete, ma il mio modo di «essere».
Chiedendo aiuto agli amici di Fede e Luce (presenti a Carugate da anni) demmo inizio a quel processo che oggi chiamiamo inclusione: creare le condizioni perché bambini e ragazzi con disabilità, insieme alle loro famiglie, potessero partecipare attivamente alla vita della comunità, a partire dall’oratorio. Giulia fu la prima, ma con il tempo ne arrivarono molti altri.

L’impatto con Giulia, per me, fu «devastante», inaspettato e, per questo, difficile da gestire. Lei, di fronte alle mie richieste, se ne infischiava e faceva tranquillamente ciò che voleva. All’epoca quel suo comportamento lo trovavo irritante e frustrante; oggi, invece, lo considero una delle esperienze più formative della mia vita. Senza esserne consapevole, con il suo modo di fare, Giulia smontò quel «delirio di onnipotenza» che silenziosamente si stava insinuando in me, favorito da un contesto in cui la parola del prete dell’oratorio era legge, in cui gli operatori pastorali pendevano dalle mie labbra, in cui ogni iniziativa otteneva successo e consenso.
Giulia, all’improvviso, fece crollare tutto. Mise in crisi il mio ego crescente, costringendomi a confrontarmi con la mia parte più oscura, fragile e limitata — quella che non volevo vedere. Fu allora che scoppiò la crisi: non vocazionale, ma umana. Continuavo a chiedermi: «Ma io, che persona sono?».

L’impatto con Giulia smontò quel «delirio di onnipotenza» che si stava insinuando in me

Oggi credo che quell’incontro con Giulia — e con i ragazzi che arrivarono dopo di lei — sia stato provvidenziale, un vero segno del Cielo. Da allora, per me non esistono coincidenze, ma Dio-incidenze. Quella fu una svolta che oggi rileggo con gratitudine, pur ricordando bene quanto fossero difficili e dolorosi gli anni successivi, necessari per ritrovare un nuovo equilibrio.

Dal 2012 ho chiesto di dedicare gran parte del mio ministero al mondo della disabilità, raccogliendo in quegli anni le testimonianze di tante famiglie che mi mostrarono cosa significasse, per una casa, l’arrivo di un figlio con disabilità. Compresi anche che spesso la Chiesa si mostrava poco sensibile verso queste realtà, così nel 2015 accolsi la proposta della curia di creare un organo che, a nome del vescovo, rappresentasse l’attenzione della Chiesa di Milano verso le persone con disabilità e le loro famiglie. In quell’anno nacque il tavolo di lavoro Comunità Cristiana e Disabilità, diventato ufficiale nel 2021 come Consulta Diocesana con lo stesso nome. Da allora svolgo questo servizio, sostenuto da persone e realtà di grande valore, con un profondo senso di gratitudine per ciò che le persone con disabilità e le loro famiglie hanno fatto per la mia crescita — umana, spirituale e sacerdotale.

Le parole di Paolo a cui il nostro arcivescovo, monsignor Mario Delpini, si è ispirato per scrivere la lettera pastorale dell’anno 2024-2025 si sono concretizzate nella mia vita: «Ti basta la mia Grazia: la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor, 12, 9). Per capire realmente cosa significhi che la Grazia basta, è necessario non solo avere consapevolezza della propria debolezza, ma è necessario non aver paura di ammetterla, essere disponibili anche a manifestarla e a renderla luogo privilegiato dell’azione di Dio. Questo passaggio che per Paolo è stato cruciale nella sua esperienza di apostolo delle genti, non è proprio così facile e scontato. Mi sono accorto di quanto sia difficile, soprattutto per cultura del mito del superuomo in cui viviamo, riconoscere la propria debolezza. E poi: chi ha il coraggio di manifestarla davanti agli altri? Chi realmente crede che la propria debolezza è il modo in cui Dio manifesta la sua forza? Vengono spese molte parole riguardo a queste due parole forgiando anche titoli di interventi o di libri avvincenti come «la forza della debolezza». Si coglie il fascino di questa sorte di ossimoro, ma poi occorre capire quanto si è disponibili a lasciarsi plasmare da questa logica.

Le persone con disabilità non smettono di mettermi in crisi, sia sul piano personale sia riguardo alle modalità con cui conduciamo la pastorale nelle nostre comunità diocesane.

Di fronte a un crescente senso di fatica, di inefficacia, di debolezza delle nostre azioni, osservo due fenomeni.
Il primo è la constatazione di uno stato di crisi che diventa oggetto di innumerevoli analisi e controanalisi certamente importanti, ma che poi si fermano lì.
Il secondo è che di fronte a questo stato dei fatti le reazioni nelle nostre comunità siano di due tipi: un atteggiamento di scoraggiamento che porta al disimpegno lasciando nel cuore un senso di tristezza, di amarezza e di grande nostalgia per un passato glorioso e un senso di impotenza nel non sapere cosa fare per mettere in atto strategie vincenti.
Oppure c’è una reazione di chi non molla, di chi continua in modo imperterrito a riproporre le solite iniziative e forse anche qualcuna in più. Si è ben intenzionati e disposti a una certa operosità, ma anche molto isterici, molto tesi, irrigiditi, innervositi dai segnali negativi e per questo nelle nostre comunità si diventa anche molto litigiosi.
Per quanto siano due reazioni diverse, ciò che le accomuna è il fatto di non accogliere questo senso di impotenza, di debolezza e di non volerlo abitare, avendo sempre comunque una sorta di pressione che spinge comunque a darsi da fare.

Ma esiste una terza via? Tra la rassegnazione e l’attivismo febbrile, forse si apre uno spazio ancora sconosciuto (com’è giusto che sia, del resto). Uno spazio che potrebbe delinearsi se imparassimo a riconoscere quella debolezza non come un fallimento, ma come un terreno fertile. Perché è proprio lì, in quella fragilità accettata, che lo Spirito può far germogliare sorprese inattese: nuove forme di amore, di prossimità, di cura pastorale. In questi anni, custodisco nel cuore un passaggio dell’Evangelii Gaudium in cui Papa Francesco, parlando dei poveri – non solo in senso economico, ma come vittime della «cultura dello scarto» – scrive: «Hanno molto da insegnarci. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (198-199).
E se fosse proprio così? Se fossero proprio gli ultimi – i fragili, le persone con disabilità – a indicarci ciò che Dio desidera per la sua Chiesa? OL

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.171

 

Una terza via? ultima modifica: 2025-11-03T10:11:11+00:00 da Mauro Santoro

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