Un venerdì di aprile, mentre la gente esce dal lavoro e il tramonto avvolge le case di Brooklyn, dal tetto di un palazzo un uomo infreddolito e senza scarpe ci parla. Racconta la storia di un bambino rifiutato che per tutta la vita ha cercato di convivere con il senso di essere stato «trascurato, danneggiato, estromesso». Raccontando la sua vita e il suo disagio mentale – tra farmaci, terapeuti, lutti, ospedali psichiatrici, tentativi di suicidio, elettroshock – Donald Antrim ha la forza e la lucidità di dirci cosa si prova a stare dall’altra parte. «Appartenevo alle schiere di malati da quando ero nato (…). Da bambini non capiamo che la nostra solitudine e la mancanza di affetto diventerà un destino, una solitudine che proveremo per tutta la vita (…). La parete di vetro, così ho sentito definire questa sensazione. Io e i miei amici ci trovavamo insieme, ma non eravamo insieme. (…) Il mondo da cui erano venuti e a cui sarebbero tornati mi era estraneo (…). Li sentivo lontanissimi. Quello che ci separava secondo me non era una distanza ma una disconnessione».