Tra le tante prime volte dei film prodotti dai fratelli Lumière, ci sono anche i primi pellegrini immortalati da una cinepresa, nei pressi del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Poi, nel settembre 1897, fu proiettato un intero spettacolo dedicato a Lourdes: una sequenza di sette corti con i primi filmati dell’assistenza ai malati non autosufficienti e delle processioni dei pellegrini, scene che si ripetono ancora oggi a distanza di più di un secolo.
Pur essendo uno dei luoghi più famosi al mondo, nel santuario sui Pirenei sono stati girati pochi film di finzione. Fu una notevole eccezione Lourdes diretto nel 2009 da Jessica Hausner, girato nei luoghi reali con stile asciutto e documentaristico in ossequio a una realtà che non poteva semplicemente essere ricostruita.
La protagonista Christine ha una forma di sclerosi multipla che ne limita la mobilità e viene aiutata da una volontaria per ogni attività; dopo qualche giorno a Lourdes, sembra recuperare l’uso degli arti per quello che può sembrare un miracolo. Né vera critica al turismo di massa, né vera celebrazione del potere miracoloso della fede, è un film rispettoso che ognuno può riempire di significato in base alle proprie convinzioni: alla Mostra di Venezia ricevette premi da organizzazioni cattoliche e atee.
Nel più recente The Miracle Club, il santuario è stato ricostruito in Irlanda e la finzione si nota, anche nella prevedibilità della trama. Si racconta di un gruppo di donne mai uscite da Dublino che coronano il sogno di andare a Lourdes nel 1967; a loro si unisce un’emigrata da molti anni, ritornata in patria per il funerale della madre. È fin troppo scontato che il viaggio sarà un’occasione di incontro e riflessione per superare dolori e traumi del passato, ma il vero obiettivo è la celebrazione della forza di volontà delle cattoliche irlandesi.
È il Santuario della Madonna di Loreto, invece, la meta dei pellegrini di La porta del cielo di Vittorio De Sica, il cui set fu però costruito all’interno della basilica di San Paolo fuori le mura durante l’occupazione nazista di Roma: De Sica allungò per mesi la lavorazione pur di non trasferirsi nella Repubblica di Salò e nascose sul set ebrei e perseguitati politici. Commissionato dal Centro Cattolico Cinematografico sotto la responsabilità del futuro Paolo VI, mostra il viaggio in treno di quattro malati (un ragazzo e un uomo in sedia a rotelle, un pianista che ha perso l’uso di una mano, un operaio diventato cieco) che sperano in una guarigione miracolosa. Non ottengono facili soluzioni a effetto ma l’arco narrativo offre a tutti qualcosa di altrettanto prezioso: una rinnovata speranza nel futuro.
Il Cammino di Santiago di Compostela, verso la cattedrale che ospita la tomba dell’Apostolo Giacomo, ormai viene affrontato da persone diversissime: Sei vie per Santiago di Lydia B. Smith mostra la varietà dei pellegrini, dai giovani che viaggiano solo per amore dell’avventura, alla madre con figlio che vive l’esperienza con grande spiritualità in antitesi al fratello che l’accompagna come fosse in vacanza. Gli ecclesiastici intervistati ammettono che l’itinerario è più turistico che in passato ma ne celebrano le origini religiose, quando l’accoglienza dei viandanti nei monasteri era considerata un atto di carità.
Il cammino per Santiago è un buon esempio di film di finzione sul tema. Emilio Estevez ha diretto suo padre Martin Sheen nel ruolo di un uomo che onora il figlio deceduto affrontando il pellegrinaggio al posto suo, spargendone le ceneri lungo il percorso. Non ha una motivazione religiosa ma intima: il percorso però lo arricchisce interiormente e l’arrivo alla cattedrale è un momento di profonda catarsi per lui e i suoi compagni di ventura.
In The Way, My Way, Bill Bennett ha ricostruito il suo pellegrinaggio di un decennio fa, durante cui strinse rapporti duraturi con coloro che incontrò, coinvolgendoli nel film come interpreti di se stessi: dietro l’immancabile domanda a ciascuno sul motivo del pellegrinaggio, c’è prima la curiosità, poi la comprensione di una forza trascendentale che pervade molti, se non tutti.
Per allargare il campo ad altre religioni, Viaggio alla Mecca di Ismaël Ferroukhi (premiato alla 61ª Mostra di Venezia) fu il primo film di finzione girato a La Mecca durante il pellegrinaggio annuale (hajj). Lì si concludeva il tragitto, iniziato in Francia, di un anziano devoto e del figlio costretto a fargli da autista; anche qui la fatica di un itinerario avventuroso è fondamentale per aprire due cuori fino ad allora reciprocamente chiusi.
Werner Herzog, nel documentario Kalachakra, la ruota del tempo incentrato sull’omonima cerimonia buddista, filmò anche un pellegrinaggio (Kora, in tibetano) al monte sacro Kailash in Tibet: è chiara la sua ammirazione per la perseveranza dei pellegrini che resistono a condizioni estreme spinti da una fede profonda, girando attorno al monte (i buddisti in senso orario, i seguaci di Bön antiorario) per il rito della Kora. OL

