«Quando l’8 settembre del 2024 abbiamo incontrato il vescovo Franco Alfano, e con lui, le persone invitate dalla Pastorale della Salute della Diocesi di Castellammare – Sorrento, abbiamo raccontato cosa fosse Fede e Luce e fatto vivere ai genitori, alle mamme, ai ragazzi presenti la tipica giornata di un nostro incontro. Poi siamo andati a pranzo con la Caritas, mischiati con tutti gli altri poveri. Senza saperlo, ho trovato famiglie che seguo come pediatra e che non sapevo vivessero questa difficoltà… Ecco, ho avuto l’ennesima conferma di una rinnovata consapevolezza: la comunità mi ha fatto porre attenzione, come un faro, anche ad altre situazioni, e questo mi ha interrogato molto».
Antonio Piscitelli è vice coordinatore delle cinque comunità di Fede e Luce della Campania. La sua esperienza accanto alle persone con disabilità cominciava circa trent’anni fa quando, durante il servizio civile ad Acerra, collaborava con le Religiose di Nazareth nell’accoglienza di minori a rischio e giovanissimi con disabilità.

Tra quelle mura aveva preso vita, una decina di anni prima, anche una comunità di Fede e Luce con suor Mariella e suor Ada: un esperimento che ha dato i suoi frutti e che, anche quando dovettero andar via, continua a operare oggi non solo nella comunità ma anche nella cooperativa L’Arcobaleno.

Dopo trent’anni di amicizie e legami che mantengono inaspettate promesse, da dove comincia questa «rinnovata consapevolezza» di cui parli?
Avevo chiesto una giornata di formazione per le comunità campane perché pensavo fosse necessario fermarsi per fare il punto del cammino: la più giovane ha vent’anni, la più vecchia quaranta. Aiutati da amici venuti dalla Puglia, la famiglia Guerra, abbiamo letto insieme Carta e Costituzione di Fede e Luce, espresso le nostre perplessità e quanto risuonino non solo all’interno della comunità ma anche nel nostro quotidiano, come ci abbiano educato. Ci siamo poi soffermati su noi stessi con una metodologia – il fotolinguaggio –, che fa bene al singolo e fa bene alla comunità, agli amici, ai ragazzi, ai genitori.
Che tipo di «bene» emerge?
Un amico ultrasettantenne che da oltre 25 anni viene a Fede e Luce, ha commentato la foto che aveva tra le mani: «Vengo da una famiglia con un papà molto rigido, che poco sorrideva, dedito al lavoro – ha raccontato –. Cosa ho imparato a Fede e Luce? Ho imparato a toccare le mani». Questo anziano amico ha trovato pace in una cosa che sembra banale: ripeteva infatti «A me basta toccare le mani e mi sento riempire quel vuoto che ho fin da bambino». Lì ho compreso appieno il senso della comunità come luogo di riconciliazione, anzitutto con se stessi.

Un cerchio che può allargarsi anche oltre?
C’è stato un altro papà, da 15 anni in comunità, di un figlio con autismo. Sino a quel giorno non avevo mai sentito la sua voce: «Fino a che i ragazzi come mio figlio sono bambini, la differenza con gli altri ragazzini non la vedi. Quando poi cominciano ad andare alle medie, alle superiori, allora i compagni si allontanano. E come padre, per tuo figlio diventi il fratello, diventi l’amico. La presenza di Fede e Luce in questi anni mi ha dato la percezione che mio figlio non è solo, che mio figlio ha degli amici». Allora è vero che questa comunità in qualche modo ti guarisce.

Si concretizza una speranza?
Queste cose spesso ce le diciamo, le leggiamo e poi a distanza di tanti anni arriva uno che ti dice veramente che ha trovato qualcosa in più: «Sono i ragazzi che mi danno tanto… nel momento in cui io tocco le mani di questi di questi ragazzi mi ricordo di quanto mi mancava mio padre». Quando avevo pensato alla formazione mi ero immaginato un momento che ci servisse per fare il punto su cosa fare, dove andare, chi vogliamo essere… Poi arrivano persone, come queste, che ti portano alla parte fondamentale per capire perché sei in una comunità di Fede e Luce. Che non significa solo aderire alla Carta e alla Costituzione: significa essere parte di qualcosa che va a guarire o a colmare alcune tue fragilità. Questa cosa è stata ancora più bella perché l’hanno detta due uomini che parlano raramente, di cui non conoscevo il vissuto.

Appartenere a una comunità che ti accoglie, riesce a cambiare lo sguardo?
Durante un campo la scorsa estate le mamme di vari figli tra cui due ragazzini con autismo condivisero con noi il ricordo di quando andarono, in periodi e luoghi diversi, in un villaggio turistico: «Intorno a noi c’era il vuoto. La gente ci guardava strano». E raccontarono come i fratelli avessero vissuto male quella esperienza. Il giorno dopo, al campo, siamo andati al mare, ricevendo da tutti un’accoglienza straordinaria, nessun atteggiamento di rifiuto.

Da un anziano amico ho compreso appieno il senso della comunità come luogo di riconciliazione. Anzitutto con se stessi

Quella sera ci siamo ritrovati di nuovo in cerchio: è stato bello consentire a questi genitori di tornare a casa con una percezione diversa di cosa possa significare vivere una giornata al mare. Si erano sempre rifiutate di venire con noi, perché convinte che i loro figli potessero «dare fastidio». La comunità ha consentito a queste mamme di vedere il mondo con altri occhi. La comunità a volte serve anche a dare una prospettiva differente di quello che c’è attorno a te.

All’ultima assemblea nazionale abbiamo avuto la gioia di incontrare quelle giovani famiglie di Castellammare, il seme di comunità La Piccola Chiave.
Sono un gruppo di famiglie entusiaste e attive che attendevano un cammino come il nostro. Da tanti anni non ci trovavamo con più di cento persone per la festa della vendemmia di settembre. Davvero, come il tema scelto, eravamo «Ubriachi di gioia». Il sacerdote e alcune suore che ci hanno ospitato, ci hanno ringraziato commossi per la messa che abbiamo animato e chiesto di tornare a celebrare con loro. Una gioia vissuta anche a dicembre per la Giornata della disabilità con don Mimmo Battaglia, in duomo a Napoli. Era la domenica di Cristo Re e il vangelo, dal tema quasi apocalittico, era stato affidato a noi: lo abbiamo preparato lavorando sul simbolismo di un telo nero che il vescovo ha poi ripreso nell’omelia: «La paura è come quel telo che spesso non ci fa vedere oltre: in un mondo di guerre e divisioni, iniquità sociali, voi siete testimoni della buona novella, voi siete luce». Come non condividere questa gioia? Ora ci aspettano a Caserta. OL

 

celebrazione duomo di Napoli, Vescovo Mimmo Battaglia

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.171

 

Il senso di quel che facciamo ultima modifica: 2025-11-01T12:55:46+00:00 da Cristina Tersigni

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