«Il film l’ho fatto per lui, non per me». È un atto dichiarato di puro amore, il documentario Bobò che Pippo Delbono ha dedicato a un suo amico e collaboratore di lunga data, Vincenzo Cannavacciuolo detto Bobò, morto nel 2019 dopo avere lavorato per anni nella sua compagnia teatrale. Il loro rapporto è stato così intenso da rendere dolorosissima la separazione e ci sono voluti cinque anni prima che il regista riuscisse a rivederne le immagini e risentirne la voce, e finalmente ha potuto dare forma a una di quelle storie incredibili che vale la pena raccontare: Delbono, infatti, aveva scoperto il talento artistico di Bobò all’interno di un ospedale psichiatrico.

Nonostante la legge Basaglia abbia portato cambiamenti epocali nel rapporto del nostro paese con la gestione delle malattie mentali, per qualcuno nell’immediato non cambiò molto. Bobò era una di quelle persone “dimenticate” dai progressi della legge Basaglia: nato muto e con microcefalia, aveva sempre vissuto nel manicomio di Aversa, per più di quarant’anni non era mai uscito dall’istituto né aveva alcuna conoscenza del mondo esterno. Delbono, in un periodo difficile della sua vita (a causa della depressione e della scoperta della sieropositività, in un epoca in cui non c’erano ancora cure), incontrò Bobò durante un laboratorio teatrale, e non solo ne intuì il talento espressivo istintivo, ma capì quanto stargli vicino facesse bene alla sua salute mentale. Decise subito che lo avrebbe coinvolto nella sua attività teatrale, ma dovette aspettare la morte della tutrice, che si oppose sempre a ogni cambiamento. Invece Delbono, che immaginava di accompagnare Bobò alla scoperta del mondo e di imparare a sua volta a rivedere il mondo con occhio vergine grazie a lui, lo porto via con sé e lo rese parte integrante della sua compagnia, facendolo salire sui palchi teatrali italiani e stranieri.

Una scena da “Bobò” di Pippo Delbono

Se vedessimo i video di Bobò senza sapere nulla di lui, che cosa penseremmo? Che è una persona malata e che si muove in modo scoordinato, magari provando un po’ di compassione per lui? Quando lo vediamo nelle riprese di Delbono – gran parte del film è costituito dalle sue riprese amatoriali, di vita privata o prove di scena – Bobò invece ha quella bellezza artistica istintiva e sincera che il grande regista aveva perfettamente visto in lui. È tutta questione di educazione allo sguardo, quindi? O educazione all’umanità? Com’è possibile che Delbono abbia potuto capire in pochi minuti le potenzialità di Bobò che erano sfuggite a tutti per quattro decenni in manicomio? Forse serve una sensibilità particolare, sicuramente occorre avere una mente libera da pregiudizi: osservando Bobò in scena, con i suoi movimenti miracolosamente sempre “giusti” (anche se non sentiva le musiche né le indicazioni di regia) e i suoi versi di cui il pubblico percepiva un magnetico mistero (pur non essendo in grado di articolare parole, come neppure di esprimersi col linguaggio dei segni mai appreso) non sorprende che nei circuiti del teatro internazionale, anche più che in Italia, sia diventato famoso e apprezzato da pubblico e addetti ai lavori. Basti ricordare che la voce di Wikipedia in francese su di lui è più completa di quella in italiano.

Il racconto in prima persona di Delbono non scinde il Bobò teatrante dal Bobò uomo, perché un artista è anche sempre la sua arte: ma non manca di ricordare che gli anni di contatto con altri esseri umani, con altri attori e col pubblico, con gente di tanti paesi diversi e con esperienze a lungo negate, lo avesse pian piano cambiato in meglio, come se la sua comprensione della vita fosse aumentata non appena la sua vita era diventata piena e completa, non più condizionata dai pesanti limiti del manicomio. La magia del ricordo di Delbono è capace di cancellare ogni pregiudizio iniziale derivato dalle origini di questo rapporto: col passare dei minuti, attraverso la carrellata di riprese fatte nel corso di tre decenni, Bobò non può più essere percepito come un “malato”, ma più correttamente un artista, un amico, un essere umano con pregi e difetti, non così dissimile da coloro che lo circondano sul palco, o lo osservano dalla platea (del teatro, o del cinema).

Oggi anche Delbono, come in passato il suo amico, ha problemi di deambulazione, che pure non gli hanno impedito di mostrare senza paura la sua fragilità al pubblico del Locarno Film Festival, dove il suo film è stato presentato in anteprima. Pur con evidente fatica, per arricchire e completare i suoi video d’archivio, ha deciso di tornare personalmente dove tutto era cominciato e filmare anche il manicomio di Aversa: ha trovato solo le rovine di un edificio silenzioso, abbandonato e decadente. C’è da gioire, forse, nell’osservare quale destino abbia avuto un luogo che ha imprigionato tanto dolore, spesso senza alcuna comprensione umana; il tempo però non ha cancellato la memoria né il senso della scelta della chiusura, che ben si accorda alle parole della figlia di Basaglia ricordate da Delbono, per cui il padre avesse combattuto la sua battaglia proprio per aiutare persone come Bobò. La capacità di osservazione del potenziale umano di Basaglia e di Delbono forse sono rare, ma non dobbiamo considerarle eccezionali: un film come questo ha un valore intimo e personale – la voce del regista, quando ricorda Bobò, emana un’emozione cui è impossibile restare impassibili – ma è anche un modo di aiutare a scoprire l’invisibile. I preziosi video che Delbono ha trasformato da memoria personale a ricordo condiviso sono lì a dimostrarlo: quando Bobò danzava era felice, e la possibilità di essere felici non va negata a nessuno.

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«L’ho fatto per lui, non per me» ultima modifica: 2025-08-19T14:55:50+00:00 da Claudio Cinus

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