«Nella parrocchia alla Montagnola viene anche una comunità di Fede e Luce. Hanno un bel modo di stare insieme, con persone in situazione anche di grave disabilità: insieme, alcuni di loro, hanno messo in gioco la vita con l’esperienza della casa famiglia Il Carro». Conosciamo don Luigi D’Errico da circa dodici anni e, quando parla di «giocarsi la vita» per qualcuno, sappiamo come lo abbia vissuto in prima persona.
Lo avevamo intervistato nel 2013 quando era parroco della comunità dei Santi Martiri dell’Uganda: «Gesù dice che dove c’è il povero c’è Dio. Non posso non andare a cercarlo e non impegnarmi per raggiungerlo. Sarà poi la persona a decidere se accettare l’invito o meno. Se l’invito non fosse per tutti non saremmo più Chiesa cattolica, davvero universale. Le parrocchie dovrebbero accogliere ogni persona, senza alcun filtro: se il filtro c’è, bisogna accorgersene ed essere consapevoli che qualcosa non va».
Se il vangelo deve essere annunciato a tutti, dove erano le persone e le famiglie che vivevano l’esperienza della disabilità? Perché non partecipavano alla comunità ecclesiale? Don Luigi si è messo alla ricerca. Con pazienza, ha costruito una comunità consapevole delle difficoltà di ciascuno e capace di riconoscere il bene che ognuno porta con sé. È così che sono nati legami significativi, come quello tra Sara, con autismo non verbale, e Paolo, un giovane in difficoltà. Proprio lei, insieme agli amici dell’oratorio, lo ha aiutato a non perdersi nella droga.
Oggi quell’impegno ha messo radici in un nuovo luogo, dove la speranza prende forma concreta. Siamo al Casale di Falcognana, lungo la via Ardeatina: un edificio suggestivo ma abbandonato, un tempo legato al santuario del Divino Amore. Dopo anni di gestione privata, la proprietà (che fa capo alla basilica di San Giovanni in Laterano) è stata affidata alla cooperativa Santa Maria ad Magos, il cui nome riprende quello della chiesetta all’interno della tenuta, oggi rettoria affidata proprio a don Luigi che sottolinea come sia «praticamente unico esempio in Italia di chiesa dedicata ai personaggi venuti dall’Oriente, per noi un richiamo importante all’apertura a tutto il mondo». Una cooperativa destinata ad accompagnare un nucleo residenziale per 12 persone con disabilità e un’attività lavorativa legata alla cura del territorio. Un progetto finanziato che prevede per ora solo il restauro di quello che era il fienile adiacente all’edificio storico che, invece, richiederebbe un investimento troppo grande. Lì troverà spazio un luogo di vita e relazione allargato, anche a don Luigi, dove vivere e aiutarsi come in famiglia.
Un altro piccolo edificio ospita già 4 giovani consacrate della comunità Le Sentinelle dell’Aurora, guidate da suor Henriette. Originaria della Repubblica Democratica del Congo, dopo un periodo a Lampedusa ha scelto di vivere «dove nessuno vuole andare». È stata proprio sua sorella biologica, suora alcantarina impegnata con suor Veronica Donatello (Pastorale CEI per le persone con disabilità), a farle conoscere questo progetto.
Una periferia che forse non sarebbe stata proprio la prima scelta di don Luigi («Ho provato a chiedere aiuto ai Trappisti delle Tre Fontane ma non siamo riusciti a convincerli») che ha rivelato però molte peculiarità: «Siamo alle vere porte di Roma. L’antica torre inglobata nel casale era una di quelle della linea di controllo dalle incursioni piratesche. Il quadro miracoloso del Divino Amore inizialmente venne portato in questa chiesetta; le possibili entrate a seguito dei pellegrinaggi spinsero ad accelerare la costruzione della chiesa dove fu poi portata l’immagine determinando l’abbandono di questa. Il nostro obiettivo ora è riscoprire quel legame con il Divino Amore: qui ci sono piccole borgate, non poverissime, con un forte legame con il santuario. Ma quel legame va riscoperto: l’immagine della Madonna la trovi nei contesti più diversi. Il santuario non può essere solo meta di pellegrinaggi “mordi e fuggi”. Questa accoglienza può diventare una luce per Roma e per le parrocchie».
Anche la formazione dei preti, secondo don Luigi, potrebbe far tappa in posti così. «A Roma il problema è anche geografico. I seminaristi crescono in centro, con il parcheggio gratuito, ma uno è come vive. Qui potrebbero scoprire un altro rapporto con le persone, la città, con la natura». E in effetti questo luogo attira: le suore hanno messo su un grande orto, che procura verdure fresche anche a chi viene in visita. Ci sono animali (una coppia di emu, regalo inatteso del cardinal De Donatis, e conigli, caprette, galline) curati anche da persone con disabilità intellettiva; alcuni volontari dalla parrocchia della Montagnola si prestano per la cura del verde. Una parte della tenuta diventerà parco sociale, anche grazie alle entrate dei biglietti del Pantheon, luogo di incontro per chi vorrà. Lo spazio ha già ospitato iniziative sanitarie, come uno screening cardiologico gratuito in collaborazione con la Croce Rossa. E c’è chi ha donato, spontaneamente, 40 alberi da frutto. Segni concreti di un movimento che cresce.
«Se non c’è una dimensione ecclesiale, puoi fare l’opera più bella del mondo, ma muore con te», riflette don Luigi. «Ma anche la sola dimensione ecclesiale, da sola, non basta. Ci vuole una comunità viva, che stimoli chi ha una disabilità e chi no. Una comunità che accolga, che inviti, che generi legami. Un luogo dove vivere o da frequentare per amicizia, per un corso, per dare una mano».
Altri gruppi Dopo di noi (purtroppo solo 2 a Roma, nonostante i fondi disponibili) sono nati nelle vicinanze di parrocchie che «non lo sanno neanche». Prevedono la presenza di un operatore ma rischia di «mancare qualcosa. In una parrocchia c’è un via vai di gente, il giovane, l’anziano, il malato, il sano… Dovrebbe essere una porta aperta, possibilmente senza gradini».
Nel 2021 il presidente Mattarella ha insignito don Luigi del titolo di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana «per il suo quotidiano impegno per l’inclusione delle persone con disabilità e contro la marginalità sociale». In quell’occasione, abbiamo parlato anche della solitudine, emersa durante la pandemia. Non solo tra le persone con disabilità, ma in tutta la società. E ora aggiunge: «L’unico modo di combattere la solitudine è vivere umanamente. Le persone che crescono con altre persone – tutte – impareranno i loro nomi e non le categorie di appartenenza – bianco, nero, ricco, povero o con disabilità. In questo spero che la Chiesa cominci a orientarsi meglio e trovi punti chiari: si sta con le persone che Dio ci ha messo accanto. Non solo chi svolge un lavoro di cura (per necessità con un familiare o professionalmente) deve farlo, bisogna mettere insieme le persone perché non dovrebbero servire solo operatori a realtà come quella che stiamo costruendo».
La grande tentazione è invece quella di delegare. «I grandi istituti quando non sono legati a una realtà ecclesiale, muoiono o divengono un mondo a parte. Deve esserci quel movimento di entrata e uscita tipica di ogni famiglia, dove passare la vita con diverse attese, perché la Chiesa è la risposta alle attese di tutti e in particolare di chi è fragile. D’altro canto, logiche di chiusura e di gestione degli spazi gelosa non producono nulla, dovremmo cambiare prospettiva e rischiare nell’accoglienza di persone che si fermino anche solo per un po’ di tempo di servizio, di riflessione, un corso, una tesi. Certo, non è facile trovare persone che dedichino la vita ma sono cammini lunghi che nascono dall’esperienza e, se non diamo l’occasione, non nasceranno neanche vocazioni».
Il carisma di don Luigi è proprio questo: coinvolgere, far sentire ogni persona parte essenziale del popolo di Dio. Anche nei suoi limiti, non ha mai smesso di aprire la strada. E così, il primo passo che compie, in ogni luogo e occasione, è anche un passo che invita tutti a camminare insieme. OL

