Ero stato da Salerno a Roma a piedi e pensavo di aver fatto il massimo che potessi fare. Quando poi uno dei ragazzi che lavora con me mi disse che esisteva il Cammino di Santiago mi resi conto che si trattava di una cosa totalmente diversa: nonostante avessi fatto 276 km per arrivare a Roma, questo non aveva nulla a che vedere con il cammino che dall’ultimo paese dei Pirenei, o dall’estremo sud del Portogallo, arriva fino a Santiago di Compostela.
Ho cominciato a camminare perché ho un bambino con problemi di autismo che, pur continuando ad avere alcune difficoltà, continua a superarne tante altre. Volevo ringraziare il Signore per questi miglioramenti, per noi sono benedizioni. E per farlo volevo trovare qualcosa che mi riscattasse, che mi rendesse più (non so come dirlo meglio) in linea con i sacrifici che mio figlio stesso fa con tutte le terapie che segue nella sua vita.
La prima volta feci il Cammino da solo. L’anno scorso invece ho portato Rosario con me. Rosario ha 16 anni e un autismo cosiddetto ad alto funzionamento. Fisicamente sta benissimo. Per prepararsi si è allenato in palestra con metodo e questo impegno si è rivelato un utile e importante sprone alla socializzazione. Per uno come lui che tende facilmente a chiudersi al prossimo, in quel guscio che è l’autismo, è stato un grande passo. È quel guscio che rende ragazzi come lui, agli occhi di qualcuno, diversi rispetto a chi li vede tutti i giorni.
Si è allenato con costanza ogni giorno e quando poi siamo partiti sarebbe stata la prima volta per lui su un aereo: anche lì un altro passo… non ha mostrato nessun timore, è stato veramente impeccabile. Ho avuto modo di stare sempre con mio figlio per molti giorni. L’ho visto molto preciso, l’ho visto molto attento, l’ho visto molto attivo; ha ben metabolizzato il fatto che ogni mattina, per circa otto giorni, ci dovessimo svegliare e camminare per un certo numero di chilometri.
Avevamo visto insieme il percorso che avremmo fatto in una cartina ma certo, fino a che non è arrivato lì, non ha fatto mente locale su cosa lo aspettava. Non eravamo solo noi due, si è unito a noi anche un amico che, appena ha saputo che avrei rifatto il Cammino con mio figlio, è venuto apposta dalla Danimarca dove abita, per poter vivere l’esperienza con noi.
Quando Rosario avvertiva la stanchezza riuscivamo a farci due risate insieme. Certo, in qualche momento ho temuto potesse mollare. Invece è arrivato in fondo (e oltre! siamo arrivati anche a Finisterre) a dispetto delle condizioni meteo e dei piedi qualche volta gonfi, contentissimo dell’esperienza che poi abbiamo raccontato tanto in giro, ad associazioni e amici quando siamo rientrati a casa.
Auguro di cuore a ogni genitore di avere la fortuna di poter condividere con un figlio un’esperienza come questa. La mia paura di fondo era che potesse bloccarsi mentalmente e non volerne più sapere di camminare. Invece lo ha fatto fino alla fine, contento, veramente entusiasta di portare a termine la sua impresa. Al ritorno, l’accoglienza dei compagni e della scuola che lo avevano seguito tramite i social, lo hanno reso molto orgoglioso.
Rosario frequenta l’Istituto Cinematografico a Giffoni. Pur essendo molto introverso ha avuto già le sue prime cotte… logicamente fa fatica a esprimere i suoi sentimenti, però da chi vuole si fa capire; usa il cellulare, invia messaggi, li riceve. Rosario è molto appassionato dei puzzle e dei giochi in generale. A casa è molto ordinato e geloso delle sue cose, innamorato del fratellino piccolo: litigano come due fratelli normali, ma sa restare con lui da solo. Si occupa del cane, sa svolgere anche piccole mansioni domestiche.
Tanti progressi li ha fatti anche grazie al centro che frequenta, gestito dalla Cooperativa Giovamente di Salerno, una realtà davvero valida della nostra zona. Rosario lavora su progetti di laboratori specifici per l’autismo e visto che va a scuola di cinematografia, le attività che gli vengono proposte al centro si legano a quelle scolastiche.
Nei miei sogni c’è quello di riuscire a portare a camminare, oltre a mio figlio, anche qualche altro ragazzino. Mi piacerebbe viaggiare con qualche altro genitore che ha un figlio come Rosario e condividere questa esperienza che sul campo è tutt’altro che sentirla solo raccontare.
Ogni tanto ancora capita di leggere che questi bambini vengono emarginati, isolati, che non vengono invitati a una festa o a una manifestazione. Addirittura in chiesa qualche prete ancora li mette fuori perché chiassosi. Queste cose fanno più male rispetto alla diagnosi stessa. Quella, un genitore alla fine la accetta e va avanti, fa sacrifici certo… Invece, l’unico quesito serio che si pone il genitore è «cosa farà quando io non ci sarò più?». Se iniziamo un po’ tutti quanti ad ascoltare questo mondo, tutto sarà più facile. OL

