Al Festival Internazionale del Cinema di San Sebastián, che si tiene nella città costiera dei Paesi Baschi dal 1953, l’ordine delle lingue ha grande importanza. Tutte le comunicazioni, dagli avvisi proiettati sullo schermo alle introduzioni alle proiezioni, sono in tre lingue e sempre con questo ordine: basco, spagnolo, inglese. Gli spettatori e accreditati provenienti dall’estero devono fare molta attenzione al programma, perché non tutte le proiezioni (sempre in lingua originale) hanno i sottotitoli nelle tre lingue: può capitare che chi capisce solo l’inglese abbia la sfortuna di prenotare un posto per una proiezione coi sottotitoli in basco e spagnolo, o addirittura che uno spagnolo possa avere difficoltà per i film coi sottotitoli in inglese e basco! È molto importante verificare tutte le informazioni sui film, prima di decedere cosa vedere e quando; oltre ai sottotitoli, è indicata anche la lingua in cui il film è parlato. Spiccano così le poche eccezioni in cui, tra le lingue del film del programma, compare anche una lingua dei segni, specificando quale: le due in calendario quest’anno erano le lingue dei segni inglese e spagnola.

Nel film del concorso New Directors dal titolo The Son and the Sea, esordio della regista Stroma Cairns, la lingua dei segni indicata nel programma è inglese, ma sarebbe stato più corretto definirla britannica perché la storia si svolge quasi interamente in Scozia. Jonah è un giovane in crisi esistenziale che non sa cosa fare della sua vita e perciò decide, assieme all’amico Lee, di lasciare Londra per passare un po’ di tempo in un villaggio della costa nord-orientale scozzese, sistemandosi nell’alloggio lasciato libero da una prozia trasferitasi in una casa di cura a causa di una malattia degenerativa, che infatti non lo riconosce più quando la va a trovare. Appena arrivati, conoscono due gemelli sordi; con uno stringono subito un’amicizia sincera, l’altro è più scontroso e si mette nei guai.

La regista ha costruito una storia dai molti risvolti personali: l’attore protagonista è suo fratello, lei stessa è ipoacusica, ha girato il film nei territori da cui proviene la sua famiglia materna. Ha voluto mettere in scena dei rapporti umani, tra giovani uomini fragili e smarriti, in cui la sensibilità personale fosse uno stimolo alla comunicazione senza barriere e pregiudizi, perché qui nessuno si sente superiore agli altri e anche per questo i protagonisti riescono a costruire un rapporto intenso pur esprimendosi in lingue diverse. Forse non si riesce a dare un senso compiuto alla propria vita, ma l’amicizia e l’altruismo spontanei sono una possibile cura ai mali invisibili dell’anima.

Sorda (Eva Libertad, 2025)

Sorda (Eva Libertad, 2025)

Nel programma di Made in Spain, che ogni anno propone a San Sebastián il meglio della produzione iberica dell’ultimo anno, è stato selezionato un film che aveva già vinto il premio del pubblico della sezione Panorama alla Berlinale 75: Sorda di Eva Libertad, che già dal titolo spiega la condizione della protagonista Ángela. Il suo compagno Héctor ha imparato per lei la lingua dei segni e assieme aspettano la nascita di un figlio un po’ inatteso. Siccome la sordità di Ángela potrebbe essere di origine genetica, c’è il rischio che anche il nascituro sia sordo; ma si potrà verificare solo dopo il parto.

È questa duplice possibilità a creare qualche crepa in una coppia solida: solo nel momento dell’attesa della diagnosi diventa più evidente la spaccatura sociale che spesso divide persone udenti e persone sorde, che sostanzialmente si esprimono in due lingue diverse. Quale sarà il linguaggio del bambino? La confusione che si prova nell’osservare la scena di una cena in cui si chiacchiera amabilmente e vivacemente solo con i segni (ma gli spettatori sono aiutati dai sottotitoli) rispecchia ciò che prova Ángela nelle scene in cui gli altri parlano senza permetterle di leggere il labiale e lei viene parzialmente esclusa. La paura della neo madre è che in futuro possa essere il suo stesso figlio a escluderla, motivo per cui osserva con grande attenzione i figli delle coppie che frequenta. L’interpretazione della protagonista Miriam Garlo (che ha perso gran parte dell’udito a 7 anni, ha imparato la lingua dei segni a 30 anni ed è la sorella della regista) è ricca di amore e paura e rivela molto bene quanto saper comunicare o meno possa equivalere alla differenza tra esistere e scomparire.

A San Sebastián il silenzio diventa linguaggio ultima modifica: 2025-10-10T07:50:25+00:00 da Claudio Cinus

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