Dopo circa due anni di attesa, con l’idoneità per l’adozione nazionale in scadenza, io e Mara finalmente siamo stati contattati per un colloquio al Tribunale dei Minori. Da quello che sappiamo, dal mare di coppie disponibili restringono il cerchio a 4/5 che, sulla base delle informazioni, delle relazioni dei servizi sociali e delle differenti disponibilità, potrebbero diventare i genitori più adatti di quel bambino. Prima della decisione definitiva, le coppie vengono convocate contemporaneamente per essere sentite a turno; invece, nella sala d’attesa ci siamo solo noi e non sappiamo che pensare. Finalmente il giudice onorario, un neuropsichiatra infantile, ci fa entrare: inizia a parlare con aria rassicurante e pacata, ci mette a nostro agio anche se abbiamo i cuori in tumulto.

Ha pensato a noi per Maurizio, un bambino mulatto di origine ecuadoregna di undici mesi, nato di 875 grammi al sesto mese di gravidanza, in precarie condizioni psicofisiche, attualmente in una casa-famiglia dove, pur essendo seguito molto bene, «si sta lasciando andare». Per questo motivo, pur non essendo ancora adottabile – chi lo ha partorito lo ha riconosciuto ma poi si è resa irreperibile –, hanno deciso di darlo in collocamento provvisorio presso una famiglia. Maurizio ora «non sta messo bene» né fisicamente, né psicologicamente ma è un bambino «molto seduttivo», con uno sguardo dolcissimo. Precisa anche che la forte prematurità potrebbe aver conseguenze a lungo termine attualmente non calcolabili. Ci esorta a riflettere bene prima di prendere una decisione, anche alla luce della nostra disponibilità, all’atto della domanda di adozione, tesa ad accogliere bambini con malattie guaribili e non bambini con deficit permanenti. Ma è un’esortazione che cade nel vuoto. La nostra testa e il nostro cuore sono letteralmente impazziti e la decisione, dentro di noi, è già presa: Maurizio sarà nostro figlio.

Nei tre mesi di sfortunata gravidanza di Mara, ci eravamo immaginati nostro figlio e avevamo nella testa un bambino sempre diverso: ora il giudice onorario ci presentava un bambino concretissimo, fornendoci parecchie informazioni poco rassicuranti sul suo futuro che ci dovrebbero indurre a ponderare l’opportunità o meno di accettare, e invece… il giudice ci parla di Maurizio e Maurizio è già nostro figlio, nessun dubbio, ok accettiamo, dove si firma?

Ricordo perfettamente quanto lunghi mi sono sembrati i cinque giorni di attesa tra la telefonata a Silvia, responsabile della casa-famiglia, fatta appena usciti dalla stanza del giudice onorario, e il primo incontro con Maurizio. Quanto ho fantasticato con Mara, quante domande sulla mia reale capacità di essere padre, per di più di un bambino con gravi difficoltà, quanta impazienza. Quel giorno io e Mara bussiamo in anticipo e veniamo accolti da Silvia. Ci porta prima in una stanza e ci fa domande con una voce bassa e calma: inizia a valutare il “peso” dei possibili genitori di Maurizio. Con lo stesso tono di voce pacato ce lo descrive: «Ha avuto molte complicanze, in particolare nel primo mese di vita nel quale ha subito tre interventi ed è stato tra la vita e la morte. È rimasto ricoverato otto mesi, i primi tre intubato. Fa fatica a prendere il latte e non è ancora in grado di camminare e di muoversi a sufficienza non avendo il controllo della testa. Soffre di bronco displasia, complicanza tipica della prematurità, e deve fare aerosol più volte al giorno. Recentemente si è preso la broncopolmonite, per cui è stato ricoverato altri venti giorni. Non parla, ma ha uno sguardo dolcissimo. Adesso, se volete, lo andiamo a trovare nella sua stanza».

Ce n’è abbastanza per tramortirci, e in effetti le preoccupazioni e le ansie sono aumentate, ma il momento tanto atteso si avvicina sempre più e, abbastanza decisi, seguiamo Silvia lungo il corridoio. La stanza di Maurizio è l’ultima sulla destra; sulla porta, un foglio invita gli altri bambini ospiti e i volontari con accenni di raffreddore a non entrare per non attaccarlo a Maurizio.

Non è stato semplice né indolore accettare la sua disabilità
Prima ne vedevo solo i limiti poi ho iniziato a vedere lui

Entriamo ed eccolo lì, sdraiato nel suo lettino a pancia in giù. Silvia lo prende in braccio tenendogli la testa. È molto piccolo, con degli occhioni scuri un po’ tristi e delle orecchie che sembrano esageratamente grandi. Il cranio in particolare mi colpisce perché appare deformato da un lato, per il lungo periodo nella stessa posizione spiega Silvia. Ci guarda non molto interessato, tende a voltarsi verso la finestra probabilmente incuriosito dal muoversi al vento dei rami degli alberi.
Non è facile spiegare cosa provo incontrandolo: gioia, paura, voglia di abbracciarlo, senso di inadeguatezza, finalmente sto diventando padre, ansia di capire se sarò capace di esserlo di questo esserino così fragile. Ho un regalino per lui, dei cubi sovrapponibili adatti a bambini di dodici mesi: gli cade subito, per nulla interessato. Mi sento un cretino.
Silvia ci invita a prenderlo in braccio, prima Mara, che si squaglia come neve al sole, e poi io: lo tiro su sostenendogli il collo… è leggerissimo, continua ad avere uno sguardo privo di gioia (che differenza rispetto a come sarà di lì a poco), ma sta in braccio a me, l’ho tanto desiderato ed è mio figlio. Ripenso a quei momenti, a come mi ha cambiato, in meglio, la vita.

Non è stato semplice né indolore accettare la sua disabilità. C’è stato un periodo in cui vedevo solo le sue limitazioni e non vedevo lui. Non gli permettevo di sperimentarsi: mi sostituivo a lui nelle più elementari azioni quotidiane, lo scoraggiavo a provare, ad esempio, i percorsi al parco giochi per la paura che si potesse far male. Poi le nuove terapie logopediche private con la bravissima, e ormai cara amica, logopedista Sabina, le riflessioni negli incontri tra coppie adottive e, forse, una mia crescita personale, hanno fatto sì che iniziassimo ad accettare le difficoltà di Maurizio con riflessi positivi sui suoi progressi e sulla sua più importante serenità psicologica.

Ho iniziato a vedere lui, Maurizio: un bambino (ora ragazzo) meraviglioso, con una propensione eccezionale per le relazioni sociali, capace di amare e farsi amare; un candore e una spontaneità senza uguali, privo di sovrastrutture fuorvianti. Ho iniziato ad ascoltarlo nel profondo, a vederlo con altri occhi: io, adulto normodotato, ho appreso da lui le cose essenziali, il sale dell’esistenza, a crescere e a maturare. Maurizio fa apprezzare il valore aggiunto della diversità in questa realtà in cui tutto deve essere come ci viene proposto, Maurizio ti mette davanti alla tua fragilità in questo universo così competitivo dove ognuno di noi si sente talvolta Maurizio.

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n. 152, 2020

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SOMMARIO

Editoriale
Biglietti e disegni di Cristina Tersigni

Focus: Adozione
Già nostro figlio di Paolo Catapano
Un gatto, la comunità e il nostro apartheid di Giulia Galeotti
Vangelo, immaginazione, intelligenza di Dorota Swat
Il diritto di chi? di Antonio Mazzarotto

Intervista
Quel che la Convenzione dice (e non dice) di Lars Porsenna

Testimonianze
Cosa si potrebbe imparare dai banchi monoposto? di Laura Coccia

Dall'archivio
Paolo e Chiara di Irma Fornari

Associazioni
Cosa c'è oltre la scuola? di Monica Leggeri

Fede e Luce
Guida per le comunità di Lucia Casella

Spettacoli
Riappropriarsi della propria firma di Claudio Cinus

Dialogo Aperto
In ricordo di Aldo di Maria Goffi e Flora Atlante
Periodo pesante, su spalle e cuore di Elisa Sturlese

Vita Fede e Luce n.152

Libri
Mia sorella mi rompe le balle di Damiano e Margherita Tercon
I disegni segreti di Véronique Massenot e Bruno Pilorget
Viaggio Italia around the world di Danilo Ragona, Luca Paiardi e Marcello Restaldi
Grazie, papà Don Carlo a cura di Sergio Didonè

Diari
Ho votato di Benedetta Mattei
Io non lo so cosa mi aspetto dal futuro di Giovanni Grossi

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Già nostro figlio ultima modifica: 2021-02-22T15:28:47+00:00 da Paolo Catapano

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