Nato a Windhoek, in Namibia nel 1972 e cresciuto in Sudafrica, Justin Glyn convive con l’impossibilità visiva di mettere a fuoco (nistagmo), una potente miopia e uno strabismo parzialmente corretto dalla chirurgia. L’anomalo sviluppo di tessuto inutile che preme sul nervo ottico gli compromette pesantemente la vista, e pare sia anche la causa dell’epilessia tenuta a bada dai farmaci. Un insieme di elementi che lo costringono a orientarsi con un bastoncino bianco e due strani telescopi montati sugli occhiali.

Trasferitosi nel 1998 in Nuova Zelanda, Glyn consegue un dottorato in diritto amministrativo e internazionale presso l’università di Auckland. Ultimati gli studi, si sente fortemente attratto dalla professione forense e dal sacerdozio ma gli viene consigliato di fare più esperienza nel mondo prima di intraprendere la vita religiosa. Decide quindi di concentrarsi sul lato legale in Sudafrica e Nuova Zelanda. Entrato nella famiglia dei Gesuiti, nell’agosto 2016 viene ordinato sacerdote. Si reca allora in Canada per studiare diritto canonico presso la St Paul University di Ottawa, dove consegue la Licenza.
Grazie a Civiltà Cattolica, abbiamo finalmente un articolo di teologia e disabilità proposto al pubblico italiano. Ma un gesuita ipovedente – ispirato dai confratelli britannici Gerard Manley Hopkins e Robert Southwell, affascinato dal sacerdote paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin (gesuita anch’egli) – cosa ci racconta del rapporto tra disabilità e Chiesa?

«Pochi cattolici disabili sono stati coinvolti nella teologia della disabilità; di conseguenza, la nostra esperienza [di disabili, ndr] non è entrata a far parte dell’autocomprensione della Chiesa»: con un’affermazione più che condivisibile padre Glyn inizia il suo articolo. Come è possibile, infatti, che la teologia possa parlare della disabilità se le persone con disabilità non studiano teologia? E come può la Chiesa comprendere la disabilità se le persone con disabilità non entrano a pieno titolo nella Chiesa?
L’amara osservazione non vuole colpevolizzare le persone con disabilità capaci o meno di studiare teologia, ma piuttosto intende riflettere su una prassi ecclesiale che resta ancor oggi spesso bloccata da ostacoli mentali e dottrinali molto pesanti. «Il Codice di diritto canonico del 1917 – scrive Glyn – prevedeva che l’ordinazione sacerdotale non potesse essere ricevuta da chi aveva impedimenti fisici, dagli “epilettici, dementi, indemoniati” (nn.984-986). Sebbene nel Codice del 1983 questo punto sia stato abrogato, tuttavia rimangono tracce di tale concezione» nel Catechismo della Chiesa Cattolica e soprattutto nella vita delle nostre Parrocchie.

Mi domando se non sia il caso di abbandonare una teologia della disabilità per affacciarsi a una teologia dalla disabilità.

La prassi ecclesiale, infatti, è mossa da due approcci alla disabilità, entrambi errati: l’uno è impegnato nella “cura” delle persone come atto lodevole, mentre l’altro considera le persone con disabilità “anime vittime” innocenti, predestinate a soffrire a favore degli altri. Entrambe le derive offendono le persone con disabilità e non le collocano a pieno titolo nel tessuto ecclesiale come membri attivi nella loro differenza.
Facendo anche riferimenti personali, l’articolo di Glyn rivendica una necessaria pari dignità nel popolo di Dio, perché «non ha alcun senso una concezione che considera le persone disabili “privilegiate” o “svantaggiate” grazie al peccato (presente o assente), indipendentemente dal battesimo o da qualsiasi scelta da parte delle persone stesse». Nasce qui la questione teologica pesante che la Chiesa deve imparare a risolvere. Ritengo infatti che se la Chiesa in termini teologici non sa parlare della disabilità, è la teologia della Chiesa ad avere una disabilità; ritengo che se la teologia non sa parlare di Dio comprendendo la disabilità, è la teologia a essere disabile. A mostrare un’incapacità imbarazzante. Abbiamo bisogno di un pensiero teologico forte sulla disabilità, che sappia accogliere le tante domande che affiorano, dando loro la dignità di un pensiero teologico. Un cambiamento radicale che ci aiuterà anche nella vita delle comunità, nelle scelte pastorali.

Quale valore ha la disabilità nella vita della Chiesa? Cosa possiamo imparare di Dio partendo dalla fragilità?
È proprio questo il punto di ri-partenza per la vita della Chiesa e per il benessere delle persone con disabilità. Come spiega padre Justin, «la Grazia riguarda il rapporto continuo di Dio con gli esseri umani, con tutti gli esseri umani, che ricevono lo Spirito Santo dentro di sé e rispondono a Dio nei limiti delle loro possibilità. Nessuno è escluso, perché nessuno di noi è stato concepito per rimanerne fuori». So bene che può sembrare ovvio, ma ovvio non è per certe impostazioni teologiche che individuano la persona descrivendola solo per il suo limite e non come portatrice della Grazia.
Se poi ascoltiamo le parole di san Paolo, il paradosso è servito: «Quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti» (1 Cor 1,27). «È chiaro – continua padre Glyn – che l’immagine di Dio risplende attraverso tutti gli esseri umani, a prescindere dalle loro menomazioni. Quando si tratta di creazione o redenzione, l’insegnamento della Chiesa non distingue più tra le persone disabili e le altre».
Qualcuno potrebbe obiettare che, se questo impianto resta in piedi davanti alla menomazione fisica, diventa fragile davanti alla disabilità psichica o genericamente concettuale. Ma anche noi che, come Justin Glyn, conosciamo la potenza di questa estrema fragilità, possiamo affermare con lui che «la disabilità quindi è un segno non di difetti o di privilegi, ma della presenza di Dio e della sua solidarietà con tutti noi». Lui che ha assunto tutta la fragilità umana, senza distinzioni.
Da qui in poi vedo la possibilità persino di superare l’articolo di padre Justin che si ferma sulle soglie di una comprensione che potrebbe, invece, espandersi. Mi domando, infatti, se non sia il caso di abbandonare una teologia al genitivo, una teologia della disabilità, come se la teologia facesse un discorso dotto sulla disabilità. Questo per affacciarsi a una teologia dalla disabilità, cioè un discorso su Dio che parta dalla disabilità: cosa la disabilità della persona e la persona con disabilità ci dicono di Dio? La fragilità – ne sono certo – ci parla di Dio più della forza.

Non si capisce infatti perché proprio padre Glyn, che pure ha una conclamata disabilità, non approdi alla consapevolezza profonda della possibilità di comprendere il mistero di Dio, non nonostante la sua disabilità, ma proprio perché più fragile di altri uomini, esattamente come Cristo ha scelto di essere totalmente fragile sulla Croce. Se Cristo stesso persino da Risorto mostra i segni della fragilità – anzi chiede di porre lì la mano per non essere più increduli ma credenti – tanto più l’essere umano è debole e bisognoso, quanto più può mostrare e comprendere il mistero del Dio disabile.
Fintanto che la Chiesa, partendo dai suoi membri più feriti, non scopre il valore teologico di questa marginalità come luogo privilegiato del manifestarsi della potenza di Dio, avremo sempre comunità che si chinano (anche generosamente) sulla disabilità, ma senza però riconoscerne la portata divina. Fintanto che la teologia, così come la pastorale, sentiranno come “problema” l’affrontare la disabilità, resteranno bloccate e sterili. Solo domandandoci quale messaggio di Dio ci sia nella fragilità, potremo scoprire che essa ci rende pienamente umani, molto più di tutte quelle idee di forza, competenza, intelligenza o bellezza che tanti hanno in testa.
Auguriamoci che la teologia faccia i suoi passi, ma nel frattempo impariamo a raccontare i segni del mistero di Dio che si rivela a noi quando viviamo la fragilità. Probabilmente alla teologia mancano tanti nostri racconti di salvezza. Apriamo gli occhi per vedere. Impariamo a raccontare.

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Se è la teologia a essere disabile ultima modifica: 2020-02-07T00:57:37+00:00 da Stefano Buttinoni
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