Quando ho cominciato l’Arca, su ispirazione e incoraggiamento del Padre Thomas Philippe, non pensavo assolutamente di dar vita ad un movimento comunitario. Sapevo come si guida una portaerei, conoscevo Aristotele, ma non sapevo nulla sulle persone disabili. Non sapevo la differenza fra aspirina e gardenale.
Quando ho cominciato l’Arca, un po’ ingenuo, un po’ testardo, non volevo nulla di particolare; volevo solo vivere con Raffaele e Filippo, nello spirito del Vangelo e nel nome di Gesù.
«Chi accoglie uno di questi piccoli nel mio nome, accoglie me». E se fosse vero? Se fossero vere le parole di Gesù: «Quello che fate al più piccolo dei miei, è a me che lo fate?» Se fosse vero che accogliendo Luigi, Raffaele, Filippo, si accoglie Gesù? Se fosse vero? Se ci credessimo veramente, il mondo sarebbe diverso.
Oggi mi commuovo nel constatare la distanza che c’è fra gli inizi dell’Arca nella povertà e le centocinque comunità di oggi; mi meraviglio. C’è il seme e poi l’albero con i frutti. L’albero resta fragile. Giorni fa, il nostro consiglio internazionale riuniva i coordinatori delle Comunità dell’Asia, d’Africa, delle due Americhe, d’Europa. Sempre di più, di fronte a tante fragilità, davanti alle nostre incapacità, abbiamo preso coscienza che una comunità che accoglie dei poveri, sarà sempre povera essa stessa: nell’insicurezza finanziaria, nell’insicurezza del ricambio degli assistenti, nell’insicurezza delle situazioni politiche.
All’Arca, poco per volta, si fa chiaro per noi il mistero della lavanda dei piedi: «Gesù si alzò, depose la vesti…» Vi immaginate la faccia degli Apostoli; «Ma che cosa vuol fare?» Coperto solo dalle vesti dello schiavo, comincia a lavar loro i piedi. Essi non capiscono e noi neppure. Quando si commenta questo testo, si parla di Gesù che nasconde la sua Gloria. Abbiamo sempre il concetto di un Dio forte, Creatore del cielo e della terra, che risponde alle nostre richieste. Che cosa accadrà se la sua gloria fosse d’essere uno schiavo? Se la natura di Dio fosse di essere piccolo e che agendo in quel modo non nasconde la sua gloria ma la rivela? «Chi accoglie il più piccolo, accoglie me».
Se mi domandaste che cosa ho imparato in trent’anni all’Arca, direi: la piccolezza, la vulnerabilità di Dio, Dio che si nasconde, Dio nascosto nel povero, Dio che piange, incatenato dai nostri rifiuti, dalla durezza dei nostri cuori; Gesù è come ancora appeso a una croce a causa delle nostre incapacità di accoglierlo.

«Mi vuoi bene?»

Se l’Arca ha radici profonde, è prima di tutto a causa della «bellezza» di Raffaele, di Luigi e di tanti uomini e donne che non hanno potuto coltivare capacità intellettuali ma che ci catturano con il loro grido che chiede relazione e tenerezza: «Mi vuoi bene?». Prima di venire all’Arca, conoscevo la generosità, ma ignoravo completamente quell’elemento dell’amore che è comunione e cfre esplode in gioia, in celebrazione.

Questi uomini e queste donne sono molto più liberi di alcuni fra noi spesso intrappolati nei comportamenti sociali. «La nostra gente» spezza le convenzioni, con grida di collera o con tenerezza manifesta, si getta fra le nostre braccia. Ci meraviglia la loro semplicità di cuore. Le persone ben inserite nella società non partecipano come loro al banchetto di nozze del Vangelo. Sono troppo occupate dai loro progetti, mentre i poveri ci vanno correndo. Quelli che si rifiutano, quelli che si vorrebbero abortire prima della nascita, sono portatori di un messaggio. Incapaci di grandi azioni, a volte incapaci di lavarsi da soli, di vestirsi, rivelano una verità. Quella verità che hanno capita molti dei nostri assistenti che hanno risposto «si» a un Dio nascosto nella piccolezza dei gesti quotidiani. Ad Haiti, a Calcutta, a Budapest, in Uganda o a Parigi, non facciamo niente di spettacolare: Ogni giorno è sempre la stessa cosa: la colazione al mattino, il lavoro, il pranzo e poi le celebrazioni; e inoltre i momenti di amicizia, le collere, le urla…una rivelazione della nostra umanità.

«All’arca scopriamo che l’umanità non è condannata alla guerra, che la differenza è un tesoro e non impedisce di amarsi» 

Questa verità che irradia dal viso di Raffaele, di Luigi, di tanti altri, ha saputo attirare uomini e donne che hanno rinunciato a stipendi, a piaceri e hanno creduto alla follia del messaggio del Vangelo. A Calcutta, un’immensa città dolorosa ed esplosiva, l’Arca vive in un quartiere dove da una parte i musulmani uccidono le vacche sacre, dall’altra gli indù allevano maiali. Ci sono assassinii ed incendi. E noi siamo lì, in mezzo, cristiani, mussulmani, indù: preghiamo, lavoriamo, siamo fragili…Ma scopriamo che l’umanità non è condannata alla guerra, che la differenza è un tesoro e non impedisce di amarsi.

Ridare il gusto della vita

All’Arca ho imparato la speranza. Uomini e donne arrivati in stato di depressione, di collera, sono state trasformate perché si è guardato il loro volto umano; persone con un handicap, ma anche assistenti. Gente piena di angoscia ha ritrovato fiducia e pace. Per il nostro mondo spezzato, ho scoperto la speranza di una resurrezione attraverso l’amore, la tenerezza, l’ascolto. Malgrado i nostri errori e le nostre insufficienze, Dio vuole rivelare al mondo la sua misteriosa presenza nascosta nella sofferenza e nella piccolezza.

Lavorando con psichiatri, ho imparato molto sul corpo, sulla psiche umana. Il Regno di Dio è un seme che cade nella terra del nostro essere (questo corpo e questa psiche). Perché questo seme spunti e cresca bene, bisogna coltivare, lavorare la terra e quindi conoscere il cuore umano, con i suoi blocchi, le sue fragilità. All’Arca, non si può «spiritualizzare» troppo presto. La pasta umana è anche violenza, collera, lacrime, follia…A causa di tante ferite ricevute, alcuni portano dentro di loro angosce che non riescono a controllare;’ altri hanno il gusto della morte, altri non vogliono crescere.
A S. Domingo, Luisito ha vissuto per anni in mezzo alla strada, mendicando. In comunità si voleva che facesse dei progressi e lui non voleva. Talvolta, la forza della speranza deve essere più grande della forza della disperazione della persona con handicap. Qualche volta dobbiamo intraprendere una vera e propria lotta per ridare il gusto della vita. Bisogna saper capire che cosa passa nell’interiorità di un Luisito; da dove vengono i suoi rifiuti; come portare aiuto, forse con medicinali, ma anche come riuscire a farlo parlare ed esprimere i suoi desideri. Questa è una sfida dell’Arca.
Bisogna avanzare con le spaccature, le domande, ascoltando quel grido tremendo: «Perché sono così?». Saper accogliere la sofferenza. Ho scoperto molte cose su di essa. Insieme ad un’équipe, bisogna comprendere la persona e trovare come ciascuno potrà scoprire la sua capacità di progresso, la sua strada di maturazione. Attraverso
la comunità, si sono rese possibili alcune resurrezioni. Sacerdoti, medici, psicologi, hanno fatto in modo che la terra ricevesse il seme divino.

Ho imparato anche molto sulla vita comunitaria. Non è una cosa facile: ci si cammina sui piedi. E il perdono, lo sapete, non è così spontaneo. Eppure Gesù dice a Pietro che bisogna perdonare sette volte settanta: all’infinito! Perdonare quando si hanno dei rancori, quando si fa fatica ad accettare chi vi mette in angoscia! Perdonare, abbandonare i propri pregiudizi. Di solito, in comunità, si è estremamente diversi: c’è la differenza fra persone con handicap e assistenti; quella fra assistenti celibi e quelli sposati; fra gli assistenti non ancora determinati, la differenza dovuta a nazionalità diversa. Le donne pensano in un modo, gli uomini in tutt’altro. Non è sempre facile raggiungersi. Se si vuole fermarsi e ascoltare chi forse mette in pericolo le nostre idee, lasciar cadere le nostre difese, si scopre che si può costruire, costruire insieme senza escludere.
Da trent’anni, ho scoperto ogni giorno di più, che l’Arca è un segno. Essa è soprattutto un cammino, pieno di insicurezze, dove ogni giorno bisogna diventare più poveri. Siamo sprovveduti di fronte aH’awenire, per questo dobbiamo appoggiarci sulla scoperta che Dio risiede nella nostra vulnerabilità, nella nostra piccolezza. Quando siamo forti, capaci, non abbiamo bisogno di Dio. Ma quando siamo deboli, scopriamo tutto il senso del Vangelo, la Buona Notizia, tutto il senso delFEmmanuele, «Dio con noi».

Jean Vanier , 1996

Jean Vanier 
Dottore in filosofia, scrittore, leader morale e spirituale e fondatore di due importanti organizzazioni internazionali basate sulla comunità, "L'Arca" e "Fede e Luce", dedicate alle persone con disabilità, soprattutto mentale.
Le 135 comunità de L'Arca in 33 paesi e le 1600 comunità di Fede e Luce in 80 paesi sono dei veri e propri centri di trasformazione umana.
Per oltre quattro decenni, in prima persona, all'interno o all'esterno di queste organizzazioni, è stato un fervente difensore delle persone povere e ferite in seno alla nostra società. È stato membro del Pontificio Consiglio per i Laici e ha ricevuto il Premio Templeton nel 2015.
il 7 maggio del 2019 è tornato alla casa del Padre ed è sepolto nel piccolo cimitero di Trosly, luogo del primo foyer de L'Arche.

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RADUNO DI GIOVANI EUROPEI (18-30 anni)
16-24 luglio 1996
MONT S.te ODILE (Strasburgo)

Sei invitata/o a condividere alcuni giorni con persone handicappate mentali delle Comunità dell’Arca e con 2000 altri giovani di tutti i paesi d’Europa.
Sei invitata/o a scoprire degli spazi nuovi per crescere, degli spazi nel tuo cuore per una relazione vera con gli altri per avere la certezza di essere amato (a) e di poter amare.
Sei invitata/o a riscoprire attraverso la preghiera, il lavoro, la condivisione che ogni persona qualunque sia la sua apparenza è sacra è sorgente di vita.
Spesa di soggiorno, escluso il viaggio: circa 200.000 lire
CHI VUOLE PARTECIPARE. COMUNICHI CON Guenda Malvezzi c/o Comunità «Il Chicco»
Via Ancona, 1 – 00043 Ciampino (Roma) – Tel. 06/7963850 – Fax 06/7962104

I miei 30 anni all’Arca ultima modifica: 1996-06-14T17:52:55+00:00 da Jean Vanier
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