Cercavo di far cantare il mio cuore

Spesso l’intellettuale è particolarmente vulnerabile di fronte alla minorazione che colpisce il figlio nella mente. Emanuel Mounier, filosofo e pensatore cristiano, uno dei maggiori intellettuali francesi tra gli anni Trenta e Sessanta, ebbe la figlia di pochi mesi colpita da una encefalite che la lasciò tale che «bisogna trattenersi disperatamente per non chiedere a Dio di riprenderla».
La moglie Paulette, che ringraziamo, ha permesso di riprodurre alcuni passi di lettere del marito (pubblicate in «Mounier e la sua generazione», Seuil 1956) che parlano della loro prova, ma anche della loro profonda fede e speranza.

1938 – 7 MAGGIO
Francesca, che hai lasciato quando era solo un tocco di pennello, è, dopo cinque settimane, uno sguardo, un sorriso…
(A Emile-Albert Niklaus)

27 NOVEMBRE
Ora, amico mio, abbiamo delle preoccupazioni. La piccola Francesca ha un non si sa che cosa… Qualcosa come una vaga infezione diffusa nel sistema nervoso centrale… Questa imprecisione, questa localizzazione, ci rende terribilmente angosciati. Ho l’idea che il tuo Dio sia lo stesso mio. Digli di essere buono… (A Emil-Albert Niklaus)

1939 – 12 MARZO
Dio continua a provare la nostra speranza. Non si tratta, per Francesca, di prognosi disperata. A parte l’encefalite, Francesca sta bene.
(A Jéróme Martinaggi)

2 MAGGIO
Fisicamente, Francesca sta bene. Per il resto ci toccherà aspettare per mesi le decisioni della Provvidenza su di lei e amare con tutto il cuore, senza consolazioni sensibili, questo piccolo viso distratto e assente: non sappiamo se un giorno, e quando, si squarcerà il velo che lo copre.
(A Daniel Villey)

4 SETTEMBRE
Camminando per strada, poco fa, cercavo di far cantare il mio cuore. Non è durato molto. Mi bastava pensare che ogni sofferenza vissuta con il Cristo perde la sua disperazione, la sua stessa ripugnanza.
(A Paulette Mounier)

1940 – 3 MARZO
Ho parlato con il medico… L’evoluzione, da novembre, è piuttosto buona. Ma non si è mostrato molto incoraggiante sulla situazione generale. L’infezione è così diffusa e subdola che le conseguenze gli sembrano importanti e profonde. Ecco il parere medico, so bene… Bisogna che noi partecipiamo al permanere della passione nel tempo, sugli uomini che incontro per strada. Non so per chi «lavora» questo povero visino velato, questa piaga al nostro fianco, per anni forse…
(A Jéróme Martinaggi)

19 APRILE
Ti mando altre due o tre lettere di amici. Tutte quelle parole d’affetto le sento arrivare su te e su Francesca come una preghiera…
(A Paulette Mounier)

28 AGOSTO
Avvicinandomi a quel lettino senza voce, mi sembrava di avvicinarmi come a un altare, a un qualche luogo sacro dove Dio parlava con un segno. Una tristezza acuta, profonda, ma leggera e trasfigurata. E tutt’intorno a lei, non ho altre parole: un’adorazione. Senza dubbio non ho conosciuto mai così intensamente lo stato di preghiera di quando la mia mano diceva delle cose a quella fronte che non rispondeva nulla; di quando i miei occhi si arrischiavano verso quello sguardo distratto, che portava lontano, lontano dietro me… Un’ostia vivente in mezzo a noi, muta come l’ostia, come questa irradiante… Chi sa se non ci è chiesto di guardare e di adorare un’ostia in mezzo a noi, senza dimenticare la presenza divina sotto una povera materia cieca?
Mia piccola Francesca, sii anche per me l’immagine della fede!

Cercavo di far cantare il mio cuore ultima modifica: 1994-12-19T09:47:41+00:00 da Redazione
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