Il 10 gennaio 2019 Sergio Sciascia ha scritto una lettera in cui comunicava la decisione di lasciare la direzione responsabile di Ombre e Luci, tenuta fin dall’origine “e con piacere visto il gran numero di persone di valore” conosciute e frequentate. Poche righe in cui il giornalista ringraziava per ciò che aveva ricevuto in quasi quattro decadi di lavoro.
Nato a Torino nel 1937 e trasferitosi da piccolo a Roma, Sciascia manifestò da subito una spiccata passione per la scrittura e un’acuta curiosità per la realtà attorno a lui, un binomio che diverrà il suo mestiere. Mentre lavora per il Messaggero di Sant’Antonio e per il quindicinale Messaggero dei Ragazzi (“con loro non c’è fidelizzazione che valga: devi essere interessante nei testi, nelle titolazioni, nelle illustrazioni, nei fumetti, sennò ti mollano”), Sciascia viene messo in contatto con Mariangela Bertolini: il tramite è Manuela Bartesaghi, amica della neonata Fede e Luce. Bertolini voleva trasformare il ciclostilato Insieme, che legava le ancora poche comunità italiane del movimento, in una rivista strutturata, ma legalmente serviva come direttore responsabile un giornalista professionista che portasse nella neonata redazione le sue competenze professionali. È l’autunno del 1981: Sciascia accetta. Un anno e mezzo dopo nasce Ombre e Luci.
«Direttore responsabile suona come un impegno gravoso perché comprende sia la responsabilità legale che quella della qualità. Nel mio caso – ci spiega – la funzione va ridotta. Una piccola rivista espressione di realtà e idee come quelle di Fede e Luce è difficilissimo che susciti questioni legali. Quanto alla direzione, il vero direttore era Mariangela Bertolini, una personalità forte, la principale radice di Fede e Luce in Italia. La mia funzione era più tecnica: da una parte quella di grafico e impaginatore, dall’altra quella di rendere efficace ciò che la rivista voleva comunicare».

Prima di accettare la direzione di O&L conosceva già “la disabilità”?
Il primo contatto con il mondo della disabilità – oltre il superficiale “Uh! Poverini!” – l’avevo avuto nel 1980 attraverso Fede e Luce: lì avevo visto che è davvero possibile l’amicizia fra persone “normali” (allora giovani fra 15 e 30 anni) e coetanei gravati da una disabilità più o meno grave; avevo sentito il sollievo che dava ai loro parenti; avevo compreso che per la famiglia una disabilità leggera o media può essere pesante esattamente come quella grave.

Trentasei anni di direzione sono un autentico record!
In realtà i 36 anni vanno ridotti. Da almeno una dozzina, infatti, la mia direzione si limitava a rari incontri per una tazza tè, due biscotti e quattro gradevoli chiacchiere su titoli, grafica e comunicazione.

Si racconta di riunioni di redazione molto accese, e forse anche per questo molto proficue…
C’era un’unica interessante difficoltà, di tipo professionale. Mariangela non ammetteva che si pubblicasse la foto di un ragazzo che apparisse brutto – per quanto fosse efficace a trasmettere il messaggio desiderato – se pensava che i genitori ne sarebbero stati scontenti. La stessa cosa valeva per titoli e testi. Si scontravano così l’idea che la rivista fosse destinata ai lettori e l’idea che dovesse prevalere il rispetto dei sentimenti dei singoli. La posizione di Mariangela non derivava da nessuna teoria comunicativa, ma dal fatto di aver vissuto sulla propria pelle il dolore di un genitore con un figlio con disabilità.

A O&L è stato l’unico uomo tra tante donne…
Lavorare con una redazione femminile è stato piacevole grazie alle doti umane e culturali di tutte. Le differenze non generavano mai astiosità né ricordo contrasti aspri. E questo innanzitutto perché condividevamo la stessa visione religiosa, filosofica e politica sull’universo delle persone colpite direttamente o indirettamente dalla disabilità. Per esempio, credo che tutti in Fede e Luce ritengano che la minorazione sia una tragedia, e nessuno accetti l’idea di quel cattolicesimo che definisce le sofferenze un dono da offrire al Signore. Mariangela esprimeva tutto questo con un sorriso e con un fondo di umanissima durezza, dicendo: “Ho delle domande da fare a Dio quando lo vedrò.”

Come è cambiata nel tempo la rivista?
È cambiata perché segue la naturale evoluzione di Fede e Luce. I bambini, ragazzi e genitori degli anni Ottanta sono diventati adulti e anziani. Sono cambiati anche i mezzi grafici e fotografici, che influiscono sulla qualità del messaggio. Per vedere il cambiamento, basta prendere il numero 4/2014 fatto in memoria di Mariangela e confrontarne fotografie, storie e argomenti con quelli degli ultimi anni: non si tratta di meglio o peggio, ma di capire il divenire delle persone, delle idee, delle istituzioni.

Che futuro vede per O&L?
Credo sarà più difficile del passato. Lo stesso vale per il movimento: Fede e Luce nasce in un tempo in cui i figli “minorati” o “handicappati” o “con diversa abilità” (l’evidente disagio delle parole mostra il disagio della nostra cultura davanti alla minorazione) erano quasi tutti nascosti in casa, vissuti come una vergogna e un castigo, privati dei sacramenti a parte il battesimo, addirittura considerati un pericolo di “contagio” per le madri in attesa. Oggi tutto questo è in gran parte cambiato.

Il ricordo più bello?
Ho visto tante persone (genitori e amici secondo la definizione in Fede Luce) maturare rispetto ai mediocri ambienti culturali e religiosi in cui erano cresciute, per mezzo dell’incontro con la disabilità e con Fede e Luce, di cui la rivista è parte. Credo che questo sia accaduto anche a Mariangela. E a me.

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.145, 2019

Sommario

Editoriale
Preziosi punti di vista di Cristina Tersigni

Focus: Disabilità e terza età
Storie di cui fare tesoro di Cristina tersigni
Longevità nella disabilità di Cristina Tersigni
La casa-famiglia e l'età che avanza di Cristina Tersigni
Mio fratello Ernesto di Giovanni Grossi

Intervista
La curiosità di raccontare il mondo di Giulia Galeotti

Testimonianze
Storia di una promessa mantenuta di A.A.

Dall'archivio
Il mio amico Carlo di Beatrice (Trixi) Pezzoli

Associazioni
Una Piazzetta per chi diventa anziano di Annalisa Zovatti

Fede e Luce
Il pittore che aveva capito tutto di Giulia Galeotti

Spettacoli
Nuova ricetta a MasterChef di Maria Novella Pulieri

Rubriche
Dialogo Aperto n. 145
Vita Fede e Luce n. 145

Libri
Faccio salti altissimi di Iacopo Melio
Il mare non serve a niente di La Bigotta e Michele Rossi
Isacco, il figlio imperfetto di Gianni Marmorini
A good and perfect gift di Amy Julia Becker

Diari
Non ho paura perché sono l'amica del cuore di Sara di Benedetta Mattei
Io vado poco a teatro di Giovanni Grossi

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La curiosità di raccontare il mondo ultima modifica: 2019-01-07T12:09:07+00:00 da Giulia Galeotti
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