La cosa di cui abbiamo tutti bisogno è l’amicizia. Vivere con degli amici, con persone felici di condividere un po’ di tempo con noi. Questo è il motivo per cui la pedagogia dell’Arca consiste essenzialmente nel dirci reciprocamente: “Sono contento di vivere con te!”. Tutto qui, anche se non vuol dire che sia facile e che non ci sia nessun problema. Se uno viene all’Arca, con un senso di superiorità, volendo fare del bene, sicuramente tratterà l’altro, la persona disabile, da inferiore. Invece bisogna imparare, progressivamente e insieme, ad amare. Amare non vuol dire fare del bene. Amare significa fare all’altro una rivelazione: “Sei importante. Sei bello. Sei prezioso. Hai qualcosa da dare al mondo, alla comunità, alla nostra amicizia”.

(“Chi risponde al grido?” Jean Vanier, ed. La cittadella, 2015)

Non posso leggere queste parole e non vederle realizzate in Stefano di Franco: le ha incarnate nell’esperienza di Fede e Luce e nella sua vita.

Il giorno che abbiamo saputo della sua morte, non improvvisa, tutt’altro, abbiamo deciso di andare da Pietro di persona per dirglielo. Non sembrava proprio possibile l’idea di dover comunicare la morte di un così caro amico se non guardandosi negli occhi, mettendo ognuno il cuore nelle mani dell’altro. E poi proprio a Pietro, una delle persone che Stefano più ha avuto a cuore in questi anni. Quale amicizia li legasse realmente e profondamente – se non vi è capitato di vederli insieme- lo potrete capire rileggendo le righe che Stefano scrisse mettendosi nei panni del suo amico con un’efficacia che, a causa della sua disabilità, Pietro mai avrebbe potuto ottenere. Riuscendo invece a dargli una voce, ad aprire una finestra sulla vita di una persona decisamente ai margini, in una periferia disagiata dei dintorni di Roma.

E, così come ha fatto con Pietro, Stefano ha intessuto legami di cuore con molte altre persone con o senza handicap, piccole e grandi, genitori o figli, nella sua comunità di Fede e Luce, all’Arca, credo anche nel suo lavoro, senza alcuna distinzione. Cogliendo sempre quanto di prezioso ci sia nella possibilità di un incontro che rivela la bellezza dell’altro. Offrendo ogni volta la possibilità di un incontro cuore a cuore… mettendo in gioco se stesso, interamente, nonostante (o anche grazie) i suoi inevitabili difetti.  Nella debolezza –, come suggerisce Jean Vanier, – avviene il vero incontro di comunione. Nella realtà della nostra debolezza possiamo entrarci solo progressivamente e allora ci apriamo alla comunione: “ho bisogno di te”. Ho bisogno di te non perché tu mi compatisca. Ma perché grazie all’amicizia tra noi, tu mi riveli che sono una persona unica e preziosa.-

I testi raccolti  nella parte del giornalino a lui dedicata lasciano emergere questo suo talento. Speriamo di riuscire a raccogliere altri contributi in una pubblicazione apposita. Magari avrete voglia di condividere un suo ricordo. Non esitate a farlo, scrivendo a ombreeluci@fedeeluce.it.

È un’eredità che vorremmo davvero riuscire a moltiplicare.

Cristina Tersigni

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.132, 2015

SOMMARIO

Editoriale

Nessuno resti solo di Cristina Tersigni

Speciale - Nessuno resti solo

Figli delle stelle di Stefano Di Franco
Te lo ricordi frate’? di Francesco Iellamo
Ehi campione, come va da lassù? di Benny
Con gli occhi di un bambino di Emanuele Mendola
Una piccola barca di Domenico e Filippo Pescosolido
Cose che sapevi? Omelia di p. Paul Gilbert

Dossier - Fuori dell’acquario?

Fuori dell’acquario di Rita Massi
All'interno: interviste di Lorenza, Alessandra, Riccardo, Lorenzo, Tiziano, Tiziana, Marco, Gabriele, Piercosimo, Efrem, Angelo, Laura, Chiara, Francesco, Andrea, Paola, Veronica, Livia.
Un altro anno di Giovanni Grossi

La lezione del femminismo di Nicla Bettazzi
Siamo tutti un po’ supereroi di Emanuele Mendola
Amici di Simone di Francesca

Rubriche

Dalle Province n.132
Viola e mimosa di Giulia Galeotti

Nessuno resti solo ultima modifica: 2015-12-18T10:00:58+00:00 da Cristina Tersigni
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