Eravamo quelle delle gonne a fiori, degli zoccoli, degli zainetti stracolmi, delle lotte per il diritto all’uguaglianza tra uomo e donna, all’autodeterminazione e tanto ancora. Quando la mia amica Marta mi propose di lavorare con lei come assistente in una tipografia per ragazzi ipodotati — si chiamavano proprio così — organizzata dal padre tipografo di uno di loro, accettai subito. Fu il mio primo impatto con la disabilità: Genova, primavera 1977. Avevo ventotto anni.

Erano una decina di ragazzi con tratti autistici (ora lo so), ma allora né io né Marta avevamo idea di quale fosse la tipologia dei loro problemi. Non ci furono incontri con i medici, e le famiglie le vedevamo solo quando li accompagnavano e li riprendevano. Il papà tipografo insegnava loro l’uso dei macchinari, a noi venne in mente di organizzare una mensa autogestita: andare insieme a fare la spesa, cucinare, apparecchiare, stare bene a tavola, mettere a posto, rendere tutto pronto per il giorno dopo.
Per diversi motivi non andò avanti molto, ma per me — e non solo — fu il vero primo passo importante verso la consapevolezza che la lotta per le pari opportunità partiva proprio da lì.
Seguirono anni importanti, dodici. Le gonne a fiori c’erano ancora, ma più spesso i jeans, più comodi per rincorrere treni e corriere, e arrivare in scuole sperdute. Tanto lavoro, studio, fatiche, gratificazioni, ma soprattutto il bello di sentirmi nelle mie mani.

Poi la scoperta che mi avrebbe cambiato la vita: il bambino che aspettavo avrebbe avuto dei problemi.

Poi la scoperta che mi avrebbe cambiato la vita: il bambino che aspettavo avrebbe avuto dei problemi. Momenti davvero troppo difficili anche solo per essere raccontati, troppa solitudine e l’inutile confronto con i compagni della mia vita che mi avrebbero indicato una sola scelta. Per me impraticabile, una scelta nazista.
Lui nacque, bellissimo. Tanta gioia, tanto panico, sospiri profondi, qualche speranza, presto la conferma: quello che si prevedeva, c’era.

Ritardi nel camminare, nel parlare, viaggi della speranza, tecniche riabilitatrici innovative, tam tam di consigli e finalmente — liberatoria, giorno dopo giorno — la gradevole consapevolezza che un figlio è semplicemente, a volte faticosamente, un figlio. Mi venivano le lacrime pensando che avrebbe potuto non esserci.
Un’intuizione difficile da condividere per i troppi pregiudizi e che fece maturare il bisogno di una spiritualità più profonda, di un cambiamento di punti di riferimento, di nuovi strumenti di decodifica e di relazione con la realtà.
Naturale il riavvicinamento alla Chiesa. Ci furono quattro anni intensi di cammino, di letture condivise, momenti intensi, l’incontro con il Vangelo.

Nei fatti, poca corrispondenza. O forse nessuna proprio. Durante i ritiri spirituali, dovevo avere una baby sitter a parte. In un asilo tenuto da religiose, con rammarico non fu accolto a meno che — oltre alla retta — non avessi provveduto a un assistente. È successo che siamo stati invitati a uscire durante la messa perché mio figlio disturbava.

Un giorno un giovane amico mi chiese se poteva portare mio figlio a Fede e Luce

Un giorno un giovane amico mi chiese se poteva portare mio figlio a Fede e Luce.
Spiegare Fede e Luce è facile: lì Massimiliano è un amico che riceve e dà amicizia, è Massimiliano a prescindere da me. È il suo diritto alla qualità della vita. Un meraviglioso punto di non ritorno. Finalmente una risposta.
È dalle gonne a fiori e dagli zoccoli che ho ascoltato il significato dell’accoglienza. Quando mia suocera, che abitava lontano, fu incapace di continuare a vivere da sola, non andò da suo figlio. Io non mi posi, in realtà, nemmeno il problema: venne da me. Le persone, ancora una volta, mi guardarono come una diversa, eppure aprire la porta della mia casa fu un gesto naturale. Non era in salute, ora non c’è più, e a casa ci manca.

Ancora oggi mi piace pensare che il nostro rapporto così forte di affetto, stima, complicità, tenerezza e divertimento sia germogliato su quel lontano movimento di emancipazione, emancipazione dalla rivalità. Non c’era affetto da sottrarre l’una all’altra, solo voglia di costruire.

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.132, 2015

SOMMARIO

Editoriale

Nessuno resti solo di Cristina Tersigni

Speciale - Nessuno resti solo

Figli delle stelle di Stefano Di Franco
Te lo ricordi frate’? di Francesco Iellamo
Ehi campione, come va da lassù? di Benny
Con gli occhi di un bambino di Emanuele Mendola
Una piccola barca di Domenico e Filippo Pescosolido
Cose che sapevi? Omelia di p. Paul Gilbert

Dossier - Fuori dell’acquario?

Fuori dell’acquario di Rita Massi
All'interno: interviste di Lorenza, Alessandra, Riccardo, Lorenzo, Tiziano, Tiziana, Marco, Gabriele, Piercosimo, Efrem, Angelo, Laura, Chiara, Francesco, Andrea, Paola, Veronica, Livia.
Un altro anno di Giovanni Grossi

La lezione del femminismo di Nicla Bettazzi
Siamo tutti un po’ supereroi di Emanuele Mendola
Amici di Simone di Francesca

Rubriche

Dalle Province n.132
Viola e mimosa di Giulia Galeotti

La lezione del femminismo ultima modifica: 2015-12-18T08:03:34+00:00 da Redazione
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