Forse conoscete quel tratto di Aurelia lungo la costa toscana tra Pisa e Livorno. A me piace tantissimo: è una strada antica che, con curve e saliscendi, segue l’andamento della costa senza volerla addomesticare. Da quella strada il mare è vicino e gli orizzonti sono profondi e lontani. Si intuiscono sentieri che scendono giù e che verrebbe voglia di percorrere. D’estate poi c’è tutto un divertente movimento di bagnanti che con posteggi improbabili scende a mare con ombrelloni e asciugamani.
Sono passato tante volte in viaggio sul quel tratto di strada e ogni volta pensavo: “Sarebbe bello fermarsi a guardare il paesaggio”. Ma la necessità di arrivare vinceva sempre.

Alla fine questa volta è capitato. Ci siamo fermati in un bar con una terrazza a picco sul mare, affacciata sull’orizzonte. C’è un bel sole. Monica tiene in braccio Caterina e cerca di farle guardare il panorama. Caterina lo vedi il mare davanti a te? Cosa vedi Caterina? Cosa pensi? Sei in grado di riconoscermi? Di volermi bene? Sei felice?

Eravamo lì perché Monica e Caterina avevano dovuto fare una settimana di ricovero all’istituto Stella Maris di Pisa. “Bisogna fare una serie di controlli”, ci avevano detto i medici. Tac, test valutativi, controlli uditivi etc. etc.. Facevo del mio meglio per seguire i medici, e capirci qualcosa. Ma dentro di me sentivo una voce che mi diceva: non voglio stare qua, non voglio stare qua… E il risultato di quelle visite era sempre una grande confusione ed una paura crescente. “Forse ha questo, forse ha quell’altro, non sempre si arriva a una diagnosi, col tempo vi abituerete…”. Mi rimanevano più impressi gli sguardi dei genitori nelle sale d’attesa che le parole dei Dottori.

La scoperta della patologia di Caterina è stata graduale. Ma già a partire dal quarto-quinto mese per me e Monica era chiaro che ci fosse qualcosa di serio che non andava. Si trattava di scoprire cosa

La scoperta della patologia di Caterina è stata graduale. Ma già a partire dal quarto-quinto mese per me e Monica era chiaro che ci fosse qualcosa di serio che non andava. Si trattava di scoprire cosa. È iniziato quindi un giro di medici e specialisti in cui in breve tempo mi sono sentito completamente perso. E se non ci fosse stata mia moglie che tirava le fila io non so che fine avrei fatto.
Quel giorno di fronte al mare credo di aver realizzato veramente cosa stesse succedendo. Quando le ho lasciate all’ospedale di Pisa per tornare da Luca e Saverio mi sono sentito come non mi era mai capitato. Separarci, lasciarle in quel posto così poco ospitale. Mi dicevo: è troppo per me non riesco nemmeno a pensarci. Da solo in macchina poi mi sono sentito in colpa, impaurito e impotente. Per una moglie, per una figlia si vorrebbe essere in grado di risolvere tutti i problemi. Ma io non sapevo cosa fare. Normalmente siamo abituati ad andare in ospedale per guarire. I medici, le medicine sono una parentesi necessaria ma da attraversare nel miglior modo e in meno tempo possibile. Ora il discorso cambiava. Sarebbe stato già molto se fossero riusciti a dirci cosa aveva Caterina e cosa avremmo dovuto aspettarci. Di risolvere il “problema” non ne parlava più nessuno. Come mi sono sentito non riesco proprio a descriverlo. Non sapevo cosa sperare. Nessuno a cui dare la colpa, nessuno con cui arrabbiarsi. Nessuno che poteva modificare la situazione. Guardando Monica e Caterina, cosi belle unite e stagliate tra il cielo e il mare, provavo anche un senso di colpa: è giusto che io mi senta cosi? Caterina cosa c’entra con le mie paure? Perché lei non deve avere un papà felice e entusiasta come i genitori devono essere?

I ricordi di quel periodo sono confusi. Tante novità di tutti i tipi ci avevano travolti ed è passato qualche tempo prima di ritrovare un poco di equilibrio. Il mio obiettivo in quei mesi era riuscire ad essere contento di Caterina. Per me non era semplice: come si fa ad essere contenti di tua figlia se nel suo modo di essere c’è una patologia che nessuno vorrebbe ci fosse?
Credo di essere partito in primo luogo da lei. Mi ricordo che pensavo: se lei è felice e serena va tutto bene. Quando la prendevo in braccio, lei si abbandonava sulle mie spalle con un affidamento totale e incondizionato che, non so come, mi dava coraggio e serenità. Tutte le mie preoccupazioni per un poco si allontanavano. “ Forse a qualcosa servo”- mi dicevo.

Caterina cresceva e insieme ai fratelli faceva i suoi piccoli grandi passi avanti che ci davano una soddisfazione tutta speciale. Gradualmente ho iniziato a smettere di concentrarmi su quello che non faceva per godermi la grande soddisfazione delle sue conquiste. Ho imparato da Monica che mi ha sempre spinto a non sottovalutare le sue capacità. Ma anche da Luca e Saverio che mi hanno portato a vedere Caterina come una semplice sorella a volte rompiscatole e non come un bicchiere di cristallo da non rompere.

In una famiglia la nascita dei figli cambia molto. E i genitori devono imparare a cambiare il loro modo di stare insieme. La nascita di una figlia come Caterina finisce per farlo ancora di più. All’inizio sembra che si tratti soltanto di spostarsi per fare spazio ai nuovi arrivati. Ma non è così. Non si tratta di farsi da parte e di stare più stretti, si tratta, credo, di cercare di cambiare il modo di stare insieme.

Sicuramente è stata molto importante per me l’esperienza di Fede e Luce. Si è trattato di un aiuto, di tipo non professionale veramente provvidenziale. Ed è poi quello che credo sia al centro delle storie che racconta Ombre e Luci. Si tratta della conoscenza e della vicinanza con altre persone che hanno vissuto e stanno vivendo storie simili alla tua. Si tratta di aver visto nella testimonianza di tanti amici che nostro Signore ci vuole bene per come siamo, che ha fiducia in noi, che non ha fretta e che rispetta e comprende le nostre incertezze. Che ognuno di noi ha dentro qualcosa di prezioso da scoprire. Che il dolore non si spiega ma si può condividere e che riderci sopra a volte è una cosa sensata.

Certo il mio stato d’animo è ancora oggi molto contrastato. Non so proprio come sarà il nostro futuro con tutte le incertezze, i dubbi, le paure. E credo proprio che sappiate come posso sentirmi. Ma a proposito di questa situazione devo dire che delle cose positive che ho incontrato, e che sicuramente incontrerò, molte sono state e saranno tali anche grazie a F&L. Ho spesso pensato a mia cugina Chicca e ai miei zii Mariangela e Paolo. A volte ho come l’impressione che alcune “porte aperte” che abbiamo attraversato siano state “aperte” da loro, che devono essere passati dove oggi stiamo passando noi. E facendo i confronti, mi viene da pensare che molti degli ostacoli che loro devono avere incontrato, oggi non ci sono più perché qualcuno li ha spostati. E rimane un senso di gratitudine profondo e importante per chi ci ha preceduto. Mi capita di ripensare a Chicca e sento che lei ha un occhio di riguardo per Caterina. A volte quando vedo Caterina che si isola, che guarda le mattonelle del muro della cucina o che fa qualcosa di strano mi viene da pensare che Chicca in quel momento è li con lei e che le stia mettendo una mano sulla spalla. Che la protegga insomma. Mia figlia ha un “angelo custode” che le starà sempre accanto, che le vuole bene e che la capisce.

Adesso vedo i miei figli crescere in un incontrollato caos creativo. Caterina, Saverio e Luca. Mi sento felice ed orgoglioso di loro. E provo tutti quei sentimenti che provano i genitori che vedono i loro figli prepararsi al momento in cui prenderanno il volo. Immagino che incontreremo difficoltà e forse in qualche momento farò fatica a trovare speranza e fiducia. Ma alla fine credo proprio che ognuno di loro troverà la propria strada e noi gli staremo vicino finché vorranno e finché ci riusciremo. E non credo di potere e dovere essere in grado di risolvere ogni problema.

E sento di poter tornare su quella terrazza per vedere il mare e goderci il paesaggio. Che ci sono ancora tanti meravigliosi panorami inaspettati da scoprire.

 

di Tommaso Bertolini, 2014

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