Cappellano del carcere minorile “Beccaria ” di Milano e fondatore di “Comunità Nuova”. In questi giorni si è parlato molto di lui perché ha ottenuto dai suoi superiori l’autorizzazione ad adottare il giovane Valentino, padre del piccolo Christian. E diventato così nello stesso momento padre e nonno.

Grazie a Giuliana Compagnoni, da tempo amica attiva di Fede e Luce e segretaria della Fondazione che sostiene la “Comunità Nuova”, ho incontrato Don Gino presso la sede della sua comunità: si tratta di pochi locali siti in un condominio popolare all’estrema periferia della città. Fra una telefonata e l’altra, spesso avvicinato dagli operatori della comunità con urgenti problemi da sottoporgli, raccolgo le risposte, date con sorridente affabilità, alle domande di “Ombre e Luci”.

Nella sua vita di apostolato lei ha incontrato e aiutato tante persone in difficoltà: perché in questo caso ha scelto l’adozione?
Valentino era apolide, privo di documenti, iscritto all’anagrafe italiana come croato: in pratica era come se non esistesse. Viste le difficoltà per risalire alle sue effettive origini, tenuto conto delle difficoltà burocratiche che avrei incontrato per farlo diventare “persona”, consigliato da amici avvocati esperti in materia, ho scelto l’adozione come mezzo più rapido per dargli un cognome: ora porta il mio!

Da quanto tempo conosce Valentino e il suo bambino?
Conosco Valentino da poco più di un anno. Viveva in pratica sulla strada, di tanto in tanto gli davo aiuti sporadici; ora è una persona che lavora. Il suo bambino Christian l’ho conosciuto due anni or sono nel carcere dove viveva con la madre, una Rom. Come tutti i bimbi Rom è del tutto autonomo.

Vivete nella stessa casa? E ha dovuto trasformare la casa per questo evento?
Nella mia casa ospito da tempo molti ragazzi (attualmente una quindicina) e Valentino vive con noi; pertanto nessuna trasformazione della casa. Piuttosto devo stare attento perché gli altri non sentano eventuali inconsci privilegi da parte mia nei confronti di Valentino che è stato accolto da tutta la famiglia (anche quella parentale: siamo quattro fratelli!).

Pensa che come papà e nonno dovrà cambiare il ritmo della sua vita quotidiana e ridimensionare i suoi impegni?
Nulla è cambiato nel ritmo della mia vita e dei miei impegni: si è allargata la mia affettuosità.

Avendo avuto una formazione e una cultura per diventare sacerdote, pensa che dovrà imparare a fare il padre e il nonno a tutti gli effetti?
Trenta anni di vita nel carcere minorile ”Beccaria” mi hanno aperto ad ogni tipo di esperienza: mi sembra di essere stato sempre padre e nonno. Sin dal primo giorno in “Beccaria ho portato con me a casa mia un ragazzo. D altra parte all’inizio del mio sacerdozio durante l’esperienza in parrocchia (due anni e mezzo) ho ospitato a casa mia quattro giovani sudanesi: due di questi, tornati in patria, sono stati uccisi perché cristiani, uno, ingegnere, lavora a Milano e un altro, tecnico, lavora in Zaire e con loro sono sempre in contatto.

Come papà e nonno dovrà dare tanto… ma pensa anche di averne un compenso, un arricchimento della sua vita affettiva?
Di certo questa cosa “speciale” dà un arricchimento speciale. Sono convinto che bisogna voler bene sul serio ad alcuni per voler bene a tanti. Da questa esperienza di papà e di nonno traggo un compenso che va a potenziare le mie capacità di accoglienza.

Abbiamo letto che lei ha invitato altri sacerdoti a seguire il suo esempio: perché lo ha fatto? E pensa che la Chiesa incoraggerà altre esperienze come la sua?
L’invito rivolto a sacerdoti a voler procedere ad adozioni deve essere inteso come provocazione. I sacerdoti vengono educati all’individualismo, ad essere persone che vogliono bene a tutti: una solitudine drammatica, sterile, in effetti un impoverimento. Sono convinto che se adottassero qualcuno farebbe loro bene!
La Chiesa, come istituzione, non può incoraggiare esperienze di questo tipo: potrebbero diventare “male” se non sentite come effettiva maturazione, come capacità di comprensione della vita dei giovani. Se colte bene queste esperienze potrebbero diventare risorse in più per i fedeli: la solitudine del prete è la peggiore compagna della vita e della pastorale. Per quanto ne so qualche giovane prete forse si sente di fare un passo simile.

Se così avverrà avremo, accanto alle famiglie mononucleari, alle famiglie allargate, alle famiglie adottive, alle famiglie con i figli in affido, anche le famiglie ” sacerdotali” con padre, figli e nipoti adottivi, a combattere le battaglie per gli asili nido, la scuola che prepara, la lotta alla droga, ecc. ecc. Come si vede, lei e gli altri possibili futuri sacerdoti-padri ad affiancare i genitori in queste battaglie?
Il prete con famiglia allargata che viva dentro ad una comunità allargata darà un altro senso alla sua missione pastorale; porterà a conoscenze, a sapienze che ora come ora il prete generalmente non ha. Quindi una vita nella società, un maggior inserimento nel contesto sociale: in conclusione, un sì incondizionato alla famiglia allargata!

Tante famiglie che hanno già scelto con l’adozione di dare protezione, cure ed affetto a bambini e bambine a volte anche gravemente disabili, si sentiranno dal suo esempio, ne siamo certi, rafforzate e rasserenate, altre famiglie, forse, si sentiranno incoraggiate ad aprirsi verso chi è più solo e debole. Tutti i papà e le mamme la sentiranno certamente più vicino, come sacerdote e come amico. E lei, Don Rigoldi, pensa che questa esperienza, nel tempo, inciderà anche nel suo modo di essere prete, di esercitare il suo apostolato tra la gente?
Non penso che questa esperienza possa incidere sul mio modo di essere prete, di esercitare il mio apostolato. Questi, esercitati in “Beccaria” e fuori, hanno portato come logica conseguenza l’adozione di Valentino. (Non ha i documenti – i documenti sono necessari per lavorare e vivere in questa società – l’adozione glieli dà: l’ho adottato!)
Ho avuto mille manifestazioni – lettere, fax, telefonate – da famiglie adottive, da gente sconosciuta. da amici lontani o mai visti, tutte felicitazioni per questa mia decisione. Così è diventata per me una cosa “normale” ancor più bella.

A cura di Sergio De Rino, 1999

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.68, 1999

Sommario

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Dialogo aperto

Io prete ho adottato Valentino ultima modifica: 1999-12-17T22:07:52+00:00 da Sergio De Rino
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