Anni duri, ma è cresciuto un seme

Scrivo a tutti per comunicare la bellissima gioia che ho nel cuore, dono di Dio, una gioia che si chiama SPERANZA. E’cresciuta in me negli ultimi anni di vita accanto ad Alessandro, un figlio bellissimo con una tremenda psicopatia che chiamano autismo.
…Durante la mia esistenza il sentimento dell’amore. del vero amore, è stato abbastanza vivo in me. La mia casa l ho sempre concepita crocevia di gente e così è stata. Ma da quando è venuto al mondo Alessandro siamo rimasti soli, veramente soli. Alla mia tavola ormai si siede solo qualche extracomunitario di passaggio. Sono stati anni sicuramente duri, che non mi sono tanto dispiaciuti, perché mi hanno donato una bella fede ed è cresciuto più forte in me il senso dell’amore, del donarsi, dell’accoglienza.
Io sono convinto che in tutte le famiglie ove si è vissuta l’esperienza che ho vissuto insieme a mia moglie e mia figlia ora sta germogliando un seme, più o meno consapevole, un bel seme che è la SPERANZA.
Giovanni Battista de Cola

Occorrerebbero alcune pagine per pubblicare la sua lunga lettera così piena di fede, di sofferenza, di interrogativi e di compassione per le persone che la circondano. Ne pubblichiamo una parte, che a noi sembra fondamentale, che si riferisce alla SPERANZA. Lei la porta in sé così viva ed è questo, ne siamo certi, che le schiude l’animo all’azione. Pensiamo infatti che solo l’azione insieme agli altri e in favore degli altri, anche la più piccola e inosservata, ma costante e piena di energia, sia la risposta, a noi accessibile, al dolore che ci circonda. Le siamo molto vicini in questo percorso e siamo vicini ad Alessandro, a sua moglie e a sua figlia.


Portami a casa tua

Interrogandomi sull’amicizia in generale – e a Fede e Luce in particolare – mi è venuta in mente una canzone che si cantava qualche anno fa. La canzone raccontava l’episodio evangelico di Zaccheo (Le. 19, 1 – 10) e diceva: “Scendi Zaccheo. non sei un passerotto, che credi di vedere di lassù, quest’oggi voglio voglio starmene con te. portami a casa tua, discendi giù”.
Zaccheo aveva sentito parlare del grande Maestro che attraversava predicando città e villaggi. Non lo conosceva e voleva saperne di più. Essendo basso di statura e vedendo che Gesù era circondato da tante persone si arrampicò su un albero, per capire. Gesù lo notò e gli aperse il cuore. Gli disse: ‘”Scendi in fretta, perché oggi devo fermarmi a casa tua!” Questo episodio molto concreto simboleggia per me l’apertura del cuore verso i nostri amici e mi fa pensare a tutti gli incontri che avvengono in una casa – nostra o loro – e all’amicizia semplice, gratuita, che li accompagna. E’ il momento che i nostri amici disabili aspettano sempre – lo sappiamo bene – il momento che verrà forse dimenticato, che a volte sarà forse faticoso, ma che rappresenta un filo importante tra noi e loro. Credo che non sia essenziale chiedersi quanto debba essere frequente; deve, semplicemente, esserci. Ed esprime le parole dell’affetto: “Voglio venire da te, voglio conoscerti, voglio conoscere le persone alle quali vuoi bene, il luogo in cui vivi, voglio parlare proprio con te, sei un mio amico, portami a casa tua.”
Maria Ricci


Il silenzio è l’unica risposta

Ho letto con piacere sul n. 65 della vostra bella, interessante e utile rivista l’articolo di Manuela Bartesaghi “La mamma e il teologo”. Mentre leggevo mi veniva alla mente uno scambio di battute tra due mamme di ragazzi disabili a cui ho assistito alcune settimane fa. Si trattava di mia sorella maggiore, madre di Gianfranco, ragazzo disabile di 28 anni e un’altra mamma di una ragazza anch’essa adulta con handicap psicofisico, ospiti entrambe in un villaggio sulle colline bolognesi per trascorrere un po’ di giorni di vacanza e condividere un periodo di serenità, fuori dal solito ambiente familiare, assieme ad altre famiglie che vivono una condizione simile.
“Il Signore non può volere questo” diceva l una indicando sua figlia in carrozzella mentre l’altra mamma cercava con difficoltà parole convincenti per trovare una giustificazione plausibile a tutto questo. In quel momento mi sono sentita assolutamente incapace di dire qualcosa che potesse aiutare questa donna e, dopo aver letto il vostro articolo, ho capito che è stato meglio tacere.
Leggendo le parole del teologo Pierangelo Sequeri ho provato una grande consolazione poiché tutti, non solo genitori, fratelli e sorelle dei ragazzi disabili ma anche nonni, zii e zie fortemente legati a loro, ci si sente schiacciati da una croce pesante che abbiamo meritato chissà per quale misterioso motivo.
Vi sollecito dunque a continuare a trattare questo argomento perché credo sia di grande conforto per tante persone coinvolte nella cruda realtà della sofferenza e del dolore. Con affetto
Lucia Guglietta

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.68, 1999

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Dialogo aperto

Dialogo aperto n. 68 ultima modifica: 1999-12-17T04:49:27+00:00 da Redazione
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