Ho fatto la mia telefonata notturna ad una famiglia che vive nel nord d’Italia. La “famiglia base’’ è composta da 6 persone, dico “famiglia base” perché in realtà gli abitanti della casa sono sempre di più, visto che le porte sono aperte a persone in difficoltà, che vengono ospitate anche per molti mesi. Attualmente è ospite, già da due anni, una ragazza rumena. Erika e Piero hanno quattro figli, di cui una figlia con lievi problemi e 1 figlia adottiva con problemi più seri. Inoltre la loro casa è sempre piena di gente di tutti i tipi: giovani sacerdoti perseguitati, tunisini incontrati sotto un ponte, in fuga dalla guerra, tossicodipendenti in attesa di entrare in comunità…
Mi ha molto colpito quando ho conosciuto Erika e Piero, la loro serenità, semplicità e naturalezza. Come si fa ad essere così SPECIALI e allo stesso tempo così NORMALI?
Cercherò di scoprire la ricetta!

Avevate già una figlia con problemi. Come è nato in voi il desiderio di adottare una bimba con handicap?
Anni fa frequentavamo un gruppo di coppie in parrocchia e il parroco ci parlava molto dell’affidamento di bambini con problemi e così nostra figlia ha trovato la sorella. Poco a poco l’accoglienza di chi è in difficoltà è diventato il “Leitmotiv”della nostra famiglia. Soprattutto per mio marito questo costituiva il modo migliore di educare il figli. Oggi si parla tanto della necessità di insegnare la rinuncia, il sacrificio ai nostri figli: in casa nostra questa rinuncia è venuta spontanea. Certo non potevamo andare spesso al ristorante o in viaggio, ma questa era una necessità più che una rinuncia.

Immagino che abbiate una casa con ampi spazi e che la vostra vita familiare sia un pò condizionata dai vostri ospiti, ma riuscite ad avere lo stesso una vita familiare privata?
Abbiamo una casa non grande, con tre stanze da letto che vengono cambiate secondo necessità. Qualche volta anche il salotto diventa camera da letto. Abbiamo un giardino e spesso i nostri amici – ospiti ci aiutano a tagliare l’erba. Ci fidiamo ciecamente dei nostri ospiti e non abbiamo mai avuto problemi, tranne una volta con un ragazzo tossicodipendente. Senza questa fiducia la nostra vita dovrebbe cambiare totalmente, non avremmo più spazi e momenti nostri, ma questa non sarebbe una vera accoglienza. Tutti lavoriamo e tutti collaborano. La famiglia libanese per esempio non riusciva mangiare le nostre pietanze… bene, dopo tre giorni si sono messi loro a cucinare. La vita casalinga può avere un ritmo particolare solo nei primi giorni di una nuova accoglienza, ma dopo si deve vivere normalmente senza troppe preoccupazioni, se no si impazzisce.

Aprire la vostra casa è stata una scelta fin dall’inizio del vostro matrimonio? E i vostri figli come hanno reagito?
Sinceramente non mi sono sposata con questo pensiero fisso. Io stavo bene con mio marito e non mi mancava niente – voglio dire che NON ero una persona “NATA MAMMA”. Crescendo ho capito tante cose e con mio marito ho conosciuto la bellezza del apertura della casa e di se stessi agli altri. Ai figli non è mai mancato niente di essenziale e per loro, la nostra era una vita normale. Per me oggi è molto bello vedere mio figlio, ormai papà anche lui, che dialoga con gli extracomunitari ai semafori.

Parliamo ancora della vostra figlia adottiva. Come ha reagito vostra figlia all’arrivo della sorella?
Nostra figlia voleva sempre la bambola “Ciccio Bello”, sai quelle che parlano e fanno la pipì. Noi le abbiamo detto che stava per arrivare “una Ciccio Bello” vera in carne ed ossa.

Secondo voi quale è la ricetta per questa vita familiare così movimentata?
Per noi la cosa più importante è senz’altro la fede, ma anche l’entusiasmo e la voglia di interessarsi agli altri e di conoscerli non deve mancare. A noi il nostro BENE non bastava più.

A cura di Huberta Pott, 1999

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.68, 1999

Sommario

Editoriale

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Articoli

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Rubriche

Dialogo aperto

Con le porte sempre aperte ultima modifica: 1999-12-17T21:57:05+00:00 da Huberta Pott
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