«Non poteva proprio sottrarsi alle malevole interpretazioni e lo sapeva».

Così una delle tante critiche — forse fra le più obiettive pubblicate — affronta l’ultima fatica del belga Jaco Van Dormael (quello del geniale Toto le heros) che ci racconta l’ennesimo scontro-incontro fra il «normale» (Antoine Auteuil) e il «diverso» (Pascal Duquenne): il primo è il solito quarantenne in carriera, divorziato, con moglie e figlie che non lo amano più. La sua unica preoccupazione sembra essere solo quella di insegnare a giovani manager l’ipocrisia del mondo degli affari, e, a forza di fingere, ha perso la propria identità. Il secondo è un ragazzo down, orfano, solo e praticamente abbandonato in un centro per handicappati. Se la trama è facilmente intuibile, e non lascia spazio a riletture o innovazioni di quello che ormai può essere considerato un genere a sé stante (Il mio piede sinistro, Rain man, per citare solo i più famosi), quello che forse colpisce di più è lo stile del regista, che in una commistione di atmosfere, attraversa innocentemente i generi più disparati; dal realismo del dramma, al surrealismo del sogno (il più interessante linguisticamente e visivamente), dal comico-grottesco (pericoloso e non sempre apprezzabile) alla poesia più facile e a volte banale che troppo spesso semplifica, sminuisce e cela la vera entità di alcune problematiche.

Quale il messaggio che arriva agli spettatori che non sono mai entrati in contatto con il mondo dei diversi? Non è facile rispondere; certo è che più volte durante la proiezione del film si sente mancare qualcosa; si tratta di sensazioni: un vago senso di incompletezza avvolge la storia; talvolta di imprecisione; e certi atteggiamenti si trasformano in cliché, e il ragazzo down diventa maschera, personaggio; ora tragico, ora comico; sempre limitato, però, dentro una «parte»  troppo stretta e solo tratti convincente.

È decisamente banale, oltre che poco originale ormai, presentare il rapporto fra il «normale» ed il «diverso» in maniera unidirezionale; se è infatti vero che abbiamo bisogno di loro, perché, anche proprio grazie a loro, spesso riusciamo a imparare a vedere le cose in maniera più «vera», è innegabile che anche loro hanno bisogno della nostra presenza, del nostro aiuto, della nostra pazienza; particolare, questo, che sembra non interessare minimamente il regista. Non sembra esserci assolutamente spazio, in questo mondo, per «loro»; tant’è vero che il protagonista, preferirà raggiungere l’amata mamma in cielo pur di non essere di intralcio all’ormai «guarito» Antoine Auteuil.

Rimane comunque un film che tiene presente, nel bene e nel male, una realtà sicuramente poco approfodita nel mondo del cinema, anche se gli applausi e le lacrime in cui si è profuso il pubblico a Cannes durante la premiazione per la migliore interpretazione — al giovane Pascal Duquenne — lasciano qualche perplessità.

Emanuele, 1996

Recensione del film “L’ottavo giorno” ultima modifica: 1996-12-15T12:18:08+00:00 da Redazione
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