L‘altro giorno, nella piccola casa-famiglia dove vivo, un ragazzo, a tavola, si è messo a cantare una canzone d’amore. Il ritornello era pieno di tenerezza e di nostalgia. Paolo ascoltava e improvvisamente ha lasciato la stanza. Paolo ha ventisei anni. E un uomo che è stato abbandonato. Questo rifiuto lo ha profondamente ferito e per lungo tempo ha nascosto la sua ipersensibilità con atteggiamenti di estrema violenza. Sapevo quello che avveniva nel suo cuore. Le parole della canzone corrispondevano a tutto ciò che stava nella profondità del suo essere: parlavano della sua speranza e nello stesso tempo della realtà. «Non ti ho ancora incontrata… ti aspetto sempre». In quel momento aveva bisogno di uno sguardo che gli dicesse. «Sì, capisco la tua invocazione. Ha qualcosa di sacro. Forse non sarà mai appagata ma la rispetto profondamente».

A volte si vedono persone considerate prudenti e sagge che scherzano quando incontrano un uomo e una donna handicappati con la mano nella mano. E come se, per il fatto che sono «feriti», la loro tenerezza fosse una caricatura della realtà e non un sentimento profondissimo.
L’amore è lo stesso, che una persona sia handicappata oppure no. Rimango sempre colpito quando una ragazza o un ragazzo «ferito» scrivono una lettera d’amore. Il linguaggio è lo stesso, sia che siamo gravemente ritardati o che abbiamo appena terminato gli studi al Politecnico. Il linguaggio dell’amore è molto semplice, molto povero: «Ti amo». L’amore ci fa tornare semplici, umili e piccoli.
E vero che ci può essere un mondo di sogni sia per le persone handicappate che per le persone non handicappate. Ascoltano i dischi e si circondano di grandi fotografie di divi. E un sogno semplice, persino rozzo, ed è completamente fuori dalla realtà.
Ma questo sogno di amare e di essere riamati può esprimersi in modo molto più autentico. L’altra sera Vincenzo, che vive in un ospedale psichiatrico, era venuto da noi per passare un fine settimana. È un uomo molto fragile, pieno di delicatezza e insieme pieno di angoscia, di aggressività. Gli ho domandato: «E tu, Vincenzo, quale è la tua speranza?» Ha risposto con fiducia: «Spero di uscire dall’ospedale, di sposarmi e di fondare una famiglia».

Sposarsi, cosa vuol dire?

L’affermazione «spero di sposarmi» ha per ognuno risonanze molto diverse. Per tanti equivale a raggiungere uno stato di adulto.
Essere sposato significa essere libero, indipendente, lasciare il papà e la mamma, liberarsi della loro tutela, avere una casa propria. Ciò si concretizza con una grande festa. Sarebbe meraviglioso esser per una volta al centro della festa.
E vero, sposarsi significa anche avere bambini. La tenerezza per i bambini piccoli da parte di chi viene chiamato handicappato è spesso incredibile. Per una ragazza questo sogno di avere bambini è ancora più profondo, perché non è solo il suo cuore che aspetta il bambino, ma il suo corpo di donna fatto per riceverlo ed accoglierlo. Ma la frase «vorrei sposarmi» corrisponde soprattutto a un desiderio profondo: essere l’unico.
Se ciò è vero per qualsiasi persona, bisogna capire quello che significa per uomini e donne che si sono sempre sentiti rifiutati. Essi hanno intuito da sempre di essere una delusione per i loro genitori. Il bambino si è sentito come una persona che si vorrebbe diversa, una persona che dà angoscia e obbliga i genitori a correre a destra e a sinistra per trovare il medico che la guarirà o l’istituto che l’accoglierà. «Voglio sposarmi» significa in definitiva «voglio essere felice», Perché le nozze sono per tutti gli esseri umani il simbolo della felicità. Nella Bibbia il regno di Dio viene raffigurato con le nozze. È una festa.

Tenerezza e sessualità

L’amore ci fa entrare nel mondo della tenerezza. E l’opposto della solitudine. L’amore è qualcuno che pensa a me. Anche se sta a mille miglia di distanza, si interessa a me. Non a quello che faccio, alle mie capacità, al mio ruolo, ma al mio essere, alla mia persona.
Malgrado ciò appena si evoca questo mondo di tenerezza, è associato immediatamente alla sessualità, e quando dico sessualità si tratta della genitalità. Gli adulti che circondano le persone handicappate entrano in un universo di paura. E proprio bello l’incontro, la presenza, la comunione tra due esseri. Ma se mia figlia è molto handicappata cosa succederà?

Rischia una gravidanza…

Allora che fare? E possibile dire «No, tu non puoi sposarti, dunque l’amore ti è proibito». Proprio questo amore che porta presenza, pace, gioia… In conseguenza costruiamo luoghi molto protetti, rassicuranti, soprattutto per chi è là per proteggere! Oppure è possibile far sbocciare la vita affettiva nella sua profondità con tutto ciò che implica come tenerezza, fedeltà, ascolto, senza che questo comporti l’uso degli organi sessuali? Ciò è tanto più difficile a dirsi e a viversi oggigiorno quando l’esercizio della genitalità è considerato come prima condizione della compiutezza dell’individuo.
Una cosa è certa, l’incontro dei corpi, senza questa comunione delle persone nell’amicizia, nella tenerezza, nella fedeltà, non porta a una vera compiutezza. È la caricatura dell’amore.
Un’altra cosa è sicura: la persona «ferita» spesso ha un’affettività molto ricca, un senso dell’ascolto, della dedizione, dell’offerta di se stessa, ed è capace di non associare questa affettività con la sessualità. Ieri ho incontrato una ragazza su una sedia a rotelle: benché fosse molto colpita, era così attenta all’altro, ai suoi bisogni, alle sue sofferenze, alle sue difficoltà! Aveva capito che l’amore non sta nel possedere l’altro, nel desiderare una vicinanza del suo corpo, del suo essere, ma volerlo vero, felice, libero.

La comunità, luogo di pace e di amicizia

I bisogni profondi dell’essere, quello di essere scelto, di incontrare l’amico con cui poter condividere, di avere una casa propria, di essere ogni tanto al centro di una festa, sono bisogni che possono trovare la loro compiutezza nella vita comunitaria.
Da trent’anni vivo in una casa- famiglia insieme a una decina di uomini handicappati. Il nostro profondo desiderio è che ognuno si senta amato come persona unica. Cerchiamo di fare in modo che ciascuno si senta ascoltato e capito in una misura tutta sua.
Nella comunità ci sono quei particolari gesti di tenerezza, quel particolare sorriso, quella mano tesa. Ci sono quei momenti in cui si è l’eroe della festa perché è il proprio compleanno, o perché si è di ritorno dopo un periodo di assenza.

Quando ci si è impegnati completamente per tanti anni i rapporti si pongono a un livello molto profondo: c’è una vera tenerezza per l’altro, un vero rispetto, un grande desiderio di vederlo crescere, progredire. È non si perde la testa per incidenti di percorso, anche se stanno sul piano della sessualità.
Ma la comunità non risolve i problemi dell’individuo come il matrimonio non risolve quelli della coppia. Questi problemi diventano differenti, ecco tutto. Non bisogna credere che chi è handicappato e chi vive in una comunità sarà al riparo da ogni prova e avrà solo gratificazioni. No, in ciascuno si intuiscono tante sofferenze, angosce, preoccupazioni. Nello stesso tempo si è però trascinati in un movimento di vita e di speranza.
Al momento della preghiera della sera oppure durante la messa, guardo il viso di alcuni di questi uomini. Cinque anni fa la loro espressione era contratta e aggressiva. Ora sono calmi, tengono gli occhi chiusi (possono restare così venti minuti, senza muoversi). Si indovina un certo sorriso su quelle labbra, una pace… E chiaro che stanno vivendo un’esperienza: quella di sentirsi amati. È una pace misteriosa che non viene dal mondo, ma da Dio. Proprio come ha detto Gesù: «vi dono la pace, ma % non la pace che viene dal mondo». E straordinario incontrare certi uomini o certe donne profondamente colpiti, che hanno scoperto che sono amati da Dio e che veramente hanno un potere su di Lui. In quel momento non si è più handicappati; si è scoperta la propria ragione d’essere, malgrado le sofferenze di ogni tipo, malgrado i buchi neri…
Nella parabola del banchetto di nozze quando Gesù ci parla di quel re che aveva preparato un grande convito e di tutti gli invitati che si erano scusati, Egli dice ai suoi servitori: «Andate nelle piazze e per le strade, e invitate tutti quelli che vedrete, gli zoppi, i poveri, gli storpi». Invitare alle nozze tutti i poveri e i deboli dell’umanità è una cosa straordinaria.

Jean Vanier, 1995
O. et L. n. 107

Jean Vanier 
Dottore in filosofia, scrittore, leader morale e spirituale e fondatore di due importanti organizzazioni internazionali basate sulla comunità, "L'Arca" e "Fede e Luce", dedicate alle persone con disabilità, soprattutto mentale.
Le 135 comunità de L'Arca in 33 paesi e le 1600 comunità di Fede e Luce in 80 paesi sono dei veri e propri centri di trasformazione umana.
Per oltre quattro decenni, in prima persona, all'interno o all'esterno di queste organizzazioni, è stato un fervente difensore delle persone povere e ferite in seno alla nostra società. È stato membro del Pontificio Consiglio per i Laici e ha ricevuto il Premio Templeton nel 2015.
il 7 maggio del 2019 è tornato alla casa del Padre ed è sepolto nel piccolo cimitero di Trosly, luogo del primo foyer de L'Arche.

Leggi tutti gli articoli di Jean Vanier

Questo articolo è tratto da
Ombre e Luci n.49, 1993

Sommario

Editoriale

Un tema difficile e delicato di M. Bertolini

Articoli

Domande e osservazioni dei genitori
L'educazione sessuale delle persone handicappate di V. Mariani
All’età in cui si cambia di M. Odile Réthoré
Come dirti, come spiegarti? di M. Peeters (medico)
Dialogo come cura di A. D. (medico)
Voglio sposarmi di J. Vanier
Il coraggio di parlare con loro di A. M.
Centro Artigianale di Bastia Umbra di N. Schulthes

Rubriche

Dialogo aperto

Libri

Un libro risponde di N. Livi

Voglio sposarmi ultima modifica: 1995-03-16T15:10:17+00:00 da Jean Vanier
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